Meglio un cinema che un supermercato! Suonava nel mio cervello con l’insistenza di uno slogan mentre io non riuscivo a staccare gli occhi dai due angeli in bassorilievo ai due lati della scritta “Cinema Doria”. Di vedetta, con quei loro sguardi divergenti, sui confini di un tempo, Piazzale degli Eroi e Largo Trionfale, oltre i quali guardarsi alle spalle era d’obbligo. Ma questo apparteneva alla sfera mitologica di quel luogo, alle notti insonni tra chitarre, spinelli e interminabili racconti su come i compagni tennero fuori di Trionfale i fascisti impegnati a marciare su Roma, su un autografo lasciato da Totò sulla parete di una quinta, su come, dopo lo spettacolo di Rivista, i camerini si trasformassero in casa di tolleranza, su come inevitabilmente il Doria, dopo un periodo di programmazione a luci rosse fosse stato costretto a chiudere dalla “crisi del cinema”. Queste leggende non facevano altro che aumentare in me la sensazione di appartenere ad una generazione troppo in ritardo o troppo in anticipo per rappresentare qualcosa di importante. Quando nelle assemblee all’Università “quelli del ‘68” si scannavano con “quelli del ‘77” su fondamentali questioni politiche, noi degli anni 80 non trovavamo niente di meglio da fare che una bella canna!
Ma il nostro riscatto lo avremmo trovato tra quelle quattro pareti di cinema abbandonato dove avremmo combattuto contro la speculazione di quei politici corrotti e affaristi spregiudicati (che da li a poco sarebbero stati spazzati via da tangentopoli ma che allora ancora sembravano padreterni inattaccabili) che volevano trasformare Il Cinema Doria in un supermercato! No, bisognava arginare con uno Spazio Sociale il terziario che aggrediva il quartiere Trionfale, che trasformava le case in uffici e che ne faceva un territorio di passaggio le cui uniche manifestazioni antropiche erano le file di auto nelle ore di punta.
Noi eravamo la Resistenza a tutto questo!
Alice, la bambina sorridente con le trecce che campeggiava sull’insegna all’ingresso del Centro Sociale Occupato ci rappresentava in tutto e per tutto.
Con noi il Cinema Doria si riempiva nuovamente di trame, personaggi e immagini in movimento.
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Max quella sera era sicuramente ubriaco, noi che eravamo al tavolino con lui non ci accorgemmo della quantità di vino bianco che trangugiò durante la cena a lume di candela. Oltre ad essere ubriaco Max quella sera era innamorato. Innamorato di una ragazza tedesca che insieme al suo gruppo di pacifisti erano ospiti al Doria. Il loro obiettivo era di manifestare in Piazza San Pietro e di comunicare al Papa un messaggio che lo invitava a schierarsi contro la Guerra nel Golfo e che si componeva con delle lettere stampate sulle magliette dei militanti tedeschi quando essi si schieravano nel giusto ordine. Max, oltre ad essere ubriaco ed innamorato, quella sera era profondamente depresso. Depresso perché il Partito di suo padre e di sua madre, il Partito in cui aveva militato sin da bambino e per cui, insieme agli altri figli dei militanti, in assenza di una struttura per bambini, all’ età di cinque anni aveva fondato l’ABC (Associazione dei Bambini Comunisti), ebbene quel Partito stava scomparendo! A causa di un colpo di mano di uno squilibrato ubriacone quel Partito aveva cambiato nome! E le avvisaglie del nuovo corso erano percepibili anche al cinema Doria visto che la sezione dietro l’angolo aveva bruscamente interrotto di erogarci la corrente elettrica. Ma soprattutto era deluso perché ora che aveva deciso di dichiararsi alla sua amata, lei al Doria quella sera non c’era! Qualcuno gli assicurò che insieme agli altri tedeschi era andata in Piazza San Pietro per un sopralluogo. Fu per questo che Max decise di incamminarsi. Davide ed Io non avremmo mai potuto permettere che, in quelle condizioni, il nostro amico Max se ne andasse in giro da solo e, visto che non c’era verso di farlo desistere dall’impresa, decidemmo di accompagnarlo. Il percorso fu abbastanza tranquillo, si chiacchierava, lo si sorreggeva e così si andava avanti. Sennonchè, lungo le mura Vaticane Davide ebbe la pessima idea di confidare a Max che aveva preso in considerazione l’idea di tesserarsi al Nuovo Partito. Max, quasi piangendo per la rabbia, disse che no, non poteva farlo, che non sarebbe più stato suo amico, che doveva giurarglielo davanti al cupolone che non l’avrebbe mai fatto. La situazione stava diventando incontrollabile per cui Davide si inginocchiò e giurò.
Non si sarebbe mai più tesserato a nessun partito.
Quando arrivammo al centro di Piazza San Pietro Max capì che non era in corso nessun sopralluogo. Era troppo!!! Cominciò a correre urlando scomparendo in breve dalla nostra vista.
Il giorno dopo un vicino ci disse che non aveva potuto dormire perché per tutta la notte qualcuno, sbattendo i pugni contro la saracinesca chiusa del Doria, aveva urlato “Lo so che ci sei, esci fuori !”
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Il Lunedì sera, immancabilmente, c’era l’Assemblea di Gestione. Il Doria si popolava di personaggi che passavano la serata a discutere, inveire, interloquire, provocare, litigare, convincere, polemizzare, decidere, cazzeggiare, incazzare, scazzare, organizzare, dissentire, contrapporre, ricomporre, criticare, programmare, fumare. L’unica azione bandita dalle assemblee era il voto. Alle decisioni si arrivava sempre più o meno consensualmente anche perché ciò avveniva in orari in cui il numero delle persone che resistevano era abbastanza esiguo. Le discussioni spaziavano a 360 gradi passando di argomento in argomento e, siccome “il personale è politico”, spesso, antipatie e rivalità tra le persone si ammantavano di diatriba sui massimi sistemi. Il leader nelle assemblee era Etto. Etto era abile nel manovrare le chiacchiere nell’arco dei rimanenti sei giorni della settimana in modo che quando si arrivava al lunedì sera lui non doveva far altro che tirare le fila mettendo una parolina qui e un’altra li. Parlava enunciando solo metà della frase, spesso solo la proposizione principale, lasciando le subordinate alla fantasia degli altri. Il fatto che gli altri concludessero il ragionamento a loro piacimento, nella loro testa, garantiva ad Etto un discreto consenso. Etto aveva qualche velleità cinematografica perciò spesso e volentieri lo vedevi girare con un libro di questo o quel regista sotto braccio. Passava la notte cercando di memorizzare le videoregistrazioni degli interventi di Enrico Ghezzi a “fuori orario” e, di giorno, con le occhiaie, discuteva e pontificava, talmente stravolto da riuscire quasi a parlare fuori sincrono. Quando qualcuno controbbatteva alle sue argomentazioni in modo incisivo Etto batteva in ritirata divenendo quasi aggressivo e urlando enunciati estemporanei quali “Nel cinema si vede più buio che luce!” , “ Ma lo sai quanti fotogrammi ti passano davanti in un secondo?”, “Con un contenutista didascalico sovietico come te è inutile parlare!”.
Pat proveniva dal “mondo cattolico” e questo faceva di lei il fiore all’occhiello del nostro collettivo. Infatti ciò che ci faceva sentire illuminati, all’avanguardia e alternativi era la sensazione di riuscire a rapportarci con le “diversità”, la capacità di mediare tra culture e sottoculture diverse, il non lasciarci condizionare dagli stereotipi.
Pat era il braccio destro di Etto per quello strano principio taoista che porta il diavolo e l’acqua santa a stringersi in un avvinghio letale. Se Etto era la mente Pat era sicuramente il braccio, infaticabile e devota come una Clarissa, sicura e sempre pronta all’azione come la Santa Inquisizione, si aggirava nei meandri del Doria sempre impegnata a fare qualcosa. Dovunque sorgesse una discussione o succedesse qualcosa Pat era presente. Alle assemblee arrivava sempre almeno venti minuti prima di chiunque altro, spazzava la sala, preparava le sedie disponendole in circolo. Difficilmente interveniva nelle discussioni, piuttosto osservava tutto e si appuntava tutto ciò che veniva detto su un quaderno. La Digos apprezzava molto le nostre assemblee visto che spesso invitava degli agenti in borghese a prenderne parte. Quando questi personaggi arrivavano, come d’incanto, qualsiasi discussione si stesse facendo si trasformava in un’interessante dibattito sulla concezione del materialismo storico di Labriola o sulla visione gramsciana della questione meridionale. Qualcuno si sedeva accanto all’agente e cominciava a rollare canne e a passargliele a ripetizione. Di solito il malcapitato, che non riusciva a fare il vago meglio di Cicciolina in Parlamento, resisteva dai 15 ai 20 minuti. Le donne, o meglio, le “signorine” come amavano farsi chiamare, facevano il brutto e il cattivo tempo nelle assemblee. Ostentavano il loro modo pacifico e orizzontale di comunicare e lasciavano intendere che di noi, maschietti sessisti e delle nostre pippe mentali, non avevano bisogno. Questo era l’atteggiamento nei momenti di discussione ufficiale. Nei momenti informali l’asprezza si mitigava e ci davano molte più possibilità di interloquire …anche orizzontalmente.
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L’impressione che si aveva, entrando al Doria, in una sera qualunque, era di essere atterrati nel bar di “Guerre Stellari”. Questo sia per l’effetto scenico dell’abbigliamento freak-punk-proletar-boemienne degli astanti sia per il tenore delle discussioni. Gigi il tossico spergiurava che aveva smesso e che i soldi che chiedeva gli servivano per il treno che lo avrebbe portato in comunità, Beirut affermava che masturbarsi guardando il sole che sorge era stata per lui un’esperienza mistica.
Pizza e Fanta, il professore di italiano, era per noi l’espressione dei bisogni primordiali dell’uomo nella giusta sequenza. Arrivava la sera al Doria con sottobraccio la sua cena. Degustava lentamente la sua Pizza Margherita, sorseggiava la sua lattina di aranciata, cercava di attaccare bottone con tutte le ragazze che incrociava e poi, visto che questa ultima operazione non portava a nessun risultato tangibile, se non la fuga delle suddette, si addormentava in qualunque luogo si trovasse, spesso con lattina e pizza fumante ancora in mano.
Quando arrivava Gianni Catania un’ondata di panico si espandeva dall’ingresso, al bar, alla cucina, alla sala, fino in prima e seconda galleria. Era capace di inchiodare per varie ore il malcapitato di turno con interminabili monologhi sulle Tesi e i Paladini dell’Anarchia. Girava per il quartiere con una busta di plastica stracolma di volantini e comunicati del suo gruppo Anrchico-nonviolento-individualista. Talmente individualista da annoverare solo lui, Gianni Catania, tra i suoi adepti. A volte però i volantini riportavano la firma anche di sua moglie, unica esponente di un gruppo cristiano-anarco-eco-pacifista. I volantini erano scritti a macchina da lui medesimo e, in onore alle foreste amazzoniche, fronte retro. Spesso riportavano in un angoletto una biografia che con il passare del tempo si arricchiva di particolari: la biografia di Gianni Catania.
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Momento cruciale della vita del Centro Sociale era l’Iniziativa.
Per prepararla ci si lavorava tutta la settimana: si stampavano i manifesti, si attaccavano nel quartiere e nella città, si allestivano le scenografie.
La sera dell’iniziativa il Doria si riempiva di gente. Bastava lasciare qualche lira di “sottoscrizione libera” per assistere a
spettacoli teatrali, concerti, mostre, film.
Il meglio della scena Underground cittadina.
Di solito, verso mezzanotte, arrivavano, chiamati dai vicini, i vigili. Chiedevano di parlare con il responsabile. Si formava un capannello di persone che rispondevano “Siamo tutti responsabili. Dopo qualche minuto di battibecco il volume veniva abbassato, loro se ne andavano soddisfatti e l’Iniziativa poteva riprendere.
Per almeno un’ora ci avrebbero lasciati in pace.
Durante un “Tributo a Bob Marley” nella sala dove tremila persone si scatenavano con le vibrazioni del Reggae a 2000 Watt cominciò a girare una canna lunga un metro e mezzo. Quella sera Totò, un simpatico quarantenne sempre di vedetta, si avvicinò sballonzolando ad un ragazzo e gli chiese se conosceva quella stupenda ragazza di colore che si dimenava in modo così sensuale di fronte a loro. Il ragazzo rispose :”E’ mia moglie”, Totò strabuzzò gli occhi e sempre seguendo il ritmo sincopato pensò di dirigere le sue attenzioni altrove. Si esibiva in passi di danza arditi fissando le ragazze dritto negli occhi. Quella sera fu l’ultimo ad andare via, distrutto dalla sua lunghissima performance e, come al solito, da solo.
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Ogni anno in un giorno qualsiasi di metà agosto, puntuale come un recupero crediti, alle 5 di mattina, arrivava lo Sgombero. Via Andrea Doria si riempiva di cellulari, da una parte la polizia, dall’altra i carabinieri. Nel giro di qualche ora noi eravamo tutti fuori e le forze dell’ordine lasciavano campo ad una squadra di solerti operai e fabbri che apponevano cancellate, sbarre di ferro, putrelle agli ingressi. Di solito la sera stessa, sfondando un tramezzo di gesso messo ad arte a mascherare una piccola apertura su una parete del fronte stradale del cinema, eravamo di nuovo tutti dentro a festeggiare. Nell’arco di una giornata tutta la ferraglia era stata divelta e venduta a peso. Con i soldi le attività del Centro Sociale erano finanziate per qualche mese. Una volta, rientrando dopo uno sgombero, trovammo, al posto dei nostri bellissimi allestimenti per la festa di Hallowen (streghe, zucche, vampiri e mostri), ceri, candele e ogni sorta di santino con tanto di preghiere ed invocazioni sul retro.
Guerra psicologica?
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L’amministrazione della cosa pubblica spesso si basa su parole d’ordine che prendono il sopravvento e rimangono nella hit parade degli amministratori per un periodo più o meno lungo dando ad essi l’impressione di possedere un talismano contro la cattiva sorte, una magica soluzione a tutti i problemi. In cima alla Top Ten di quel periodo cominciava ad affermarsi il vocabolo “Privatizzare”. E fu in obbedienza a questo monito catartico che il “Cinema Doria”, in cambio di una contropartita economica ridicola, smise di essere patrimonio collettivo gestito dall’Istituto Autonomo Case Popolari, per diventare Proprietà Privata.
La Proprietà, in effetti, nel giro di poco tempo fu Privata, attraverso l’ennesimo sgombero, del suo contenuto antropico: Noi. E, siccome a volte ritornano, la Proprietà venne Privata anche, attraverso una ruspa, delle sue strutture architettoniche interne e trasformata in un’enorme cantiere inutilizzabile. Venne vigilata per qualche mese e rimase chiusa per qualche anno finchè non cominciarono i lavori di ristrutturazione...
Il vociare della gente che esce dallo spettacolo mi richiama alla realtà, il mio sguardo si volge dagli angeli al piazzale di fronte al cinema. Mi soffermo sugli spioventi in ferro e vetro dalla forma semicircolare, sulla tappezzeria e sui neon blu elettrico, sui titoli dei film in programmazione nelle tre sale, e non posso fare a meno di pensare.
Un Cinema è un Supermercato.
Riapertura di un cinema testo di maronc