L’ABBACCHIETTO
La mia amica Giulia, quando mi vede depressa ansiosa o nervosa mi dice: “dai ripensa all’abbacchietto...” . Io, in qualunque stato mi trovi non posso far altro che cedere a una risata spasmodica che mi coglie anche mio malgrado, perchè non si può non piegarsi in due ad ascoltare quella storia, che credo sia stato uno dei rari episodi mai sentiti dotati di una carica esplosiva di comicità naturale.
Giulia è un’ex sessantottina. Sapete tutti piu’ o meno con quale spirito spregiudicato abbiano aperto la strada alle generazioni seguenti, pagando sulla loro pelle tutte le acrimonie della società benpensante dell’epoca. Adesso diamo tutti per scontate certe usanze, come portare la camicia di fuori o dire che casino, ma allora erano considerate licenze che comunque esponevano a una ghettizzazione quasi sicura, insegne di una mentalità rivoluzionaria che li faceva guardare con sospetto dalla classe piu’ ostica ai cambiamenti.
Giulia era una che non si poneva problemi. Meno che mai in campo sessuale.
In un periodo particolarmente sciolto e birichino aveva conosciuto, durante una seduta di autocoscienza, - si chiamavano cosi’ allora le riunioni dove ognuno poteva dire la sua senza tanti problemi in qualsiasi campo, adesso ci nascondiamo dietro alle chat e diciamo lo stesso sfondoni ma ci chiamamo Luna crescente o Cane che ride, allora ti presentavi col tuo nome e cognome – aveva conosciuto un giovane professore di filosofia, uno che aveva appena vinto un concorso ed era stato assegnato in un paesino sperduto ai confini della realtà e faceva tutti i giorni avanti e indietro col treno. Si chiamava Alfredo ed era un timidone che ti piantava gli occhi in faccia e approvava qualsiasi cosa uno dicesse. “Andiamo via che mi sono rotta” provo’ a dire Giulia verso la fine della riunione. E lui: “si, è vero, stavo giusto pensando...” E la seguì senza dire una parola. Giulia parlò tutta la sera di sè, di quello che le piaceva, lui sempre si’...si’...si’....è vero, lo penso anch’io..., non c’era proprio gusto, mai il minimo ostacolo, di quelli che danno mordente alle conversazioni. Non brutto, nel suo eskimo verde pulito e ben stirato – di solito piu’ erano stazzonati e piu’ davano l’idea dell’impegno politico – e nel suo maglione cammello a collo alto, gli occhialetti tondi , il ciuffo castano chiaro che cadeva a pioggia sul viso pallido. Giulia provò subito una certa tenerezza per lui, per quei suoi modi incerti e accomodanti. Improvvisamente se ne usci’ con un: “ perchè non mi porti a casa tua?” buttato là, nemmeno tanto convinto, un tipo cosi’ dolce e carino non si trova tutti i giorni. E Alfredo: “Eh....lo stavo giusto pensando...” e detto da lui equivaleva praticamente a niente.
Alfredo abitava in una stanzetta con bagno e uso di cucina, anche se la padrona di casa era quasi sempre via, una di quelle stanzette con la carta da parati a
2.
brandelli, il termosifone scrostato che perde col vaso da notte sotto e le pareti stipate di libri sugli scaffali pericolanti. Un gelo portentoso che ti mordeva le carni, un odore nauseabondo di broccoli appena cucinati a causa della cappa malfunzionante. Un’atmosfera che potevi neutralizzare solo a occhi chiusi facendo finta di trovarsi su una spiaggia tropicale con le palme.
Giulia ormai era lei a tenere il timone, tanto valeva che proseguisse. Non c’erano sedie, solo il letto e un tavolinetto traballante. Si sedettero sul letto e Giulia: “perchè non mi dai un bacio?” “Eh....ci stavo giusto pensando...” Giulia sospirò dentro di sè, ormai doveva rassegnarsi. Alfredo la baciò, con un ritegno quasi rispettoso, come se avesse a che fare con qualcosa di fragile. “Guarda che puoi anche rovesciarmi sul letto....” disse lei cosi’ per fare una battuta “Davvero, non ti sembro maschio prevaricatore...?” “Ma va là...”
E si buttarono sul letto sempre piu’ coinvolti.
Mentre passavano a contatti piu’ intimi, Giulia notava un certo distacco, una certa esitazione a passare a vie di fatto piu’ esplicite, ma lo attribuiva alla timidezza esagerata di lui.
Pur vedendolo comunque coinvolto, non capiva come mai stentasse a prepararsi all’atto sessuale.
“Non ho i profilattici...” “Ero impreparato...” e lei, scioccamente “ Guarda che mica ti interrogo”. La buttarono sul ridere ma la situazione rimaneva sostanzialmente tesa e disagiata.
Poi Giulia gli strappo’ letteralmente i vestiti di dosso. Iniziò col maglione. Lui la lasciava fare ma aveva una leggera sudarella. Proseguì col resto e alla fine lui restò in boxer.
Allora per gli uomini usavano soprattutto i perizomi, i boxer erano di là da venire. Giulia restò leggermente stupita. Ma non si scoraggiò. La situazione si andava facendo sempre piu’ rovente. Si vedeva benissimo che Alfredo apprezzava le iniziative femminili.
Quando l’ultimo lembo di boxer venne tirato via, con studiata lentezza, Giulia si sforzava di rimanere calma, ostentando una padronanza di sè che non sentiva nel profondo, sotto alla luce stentata della lampadina emerse qualcosa di mostruoso.
Nelle retrovie del pensiero Giulia credette a qualche scherzo. No....non avrebbe mai pensato che la natura si potesse prodigare in quello spreco di anatomia.
3.
Una specie di abbacchio di due mesi stava li’ sotto ai suoi occhi. Una struttura gigantesca, monumentale, improbabile su un fisico minuto come quello di Alfredo, grande, che ne so....come la gamba di un tavolino rococo’, qualcosa di simile a un vaneggiamento lovecraftiano, di elefantiaco di....basta...ho reso l’idea.
No, non posso averla resa, perchè non potete immaginare cosa fosse contenuto in quelle mutande.
Giulia ebbe una reazione di nervosismo e cominciò a ridere come una matta. E ridendo scappava via, fuggiva da quel pericolo, da quella calamità naturale, da quella specie di martello pneumatico. Mentre Alfredo stava lì mortificato, stretto nelle ginocchia, muto. Giulia dice che un arnese come quello sarebbe potuto andar bene forse – forse – per una donna che avesse avuto almeno sette figli e dodici aborti, una come lei poteva solo scappare a gambe levate.
Ed ecco come si spiegava la ritrosia di Alfredo. Come se sapesse di non potersi concedere, di essere troppo, incommensurabile, improponibile
L'abbacchietto testo di Essenza viola