Il derby

scritto da HalBregg
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Afferrai la sciarpa e me la ficcai in bocca, era l’unico modo per salvarmi
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Testo: Il derby
di HalBregg

Ero arrivato presto per fortuna, c’era coda ai cancelli. Da quando a Milano avevano fatto quei casini i controlli erano diventati eterni. Non avevo neanche pranzato, ero partito da casa un’ora prima del solito, mica potevo passare davanti al bar in quelle condizioni. Avevo fatto giurare ad Angelo di non dire a nessuno della sciarpa che mi aveva prestato, aveva provato a darmi anche il cappello. Eh, non esageriamo.

In coda sudavo e continuavo a guardarmi intorno, magari di là poteva passare qualcuno. Intanto loro cantavano e urlavano.

Una voce dietro di me: «brucia ancora l’eliminazione ai gobbi, eh?»

«Sì, tanto. Speriamo bene anche oggi» rispose un altro.

Mi girai di scatto, il braccio mi partì da solo ma all’ultimo gli feci cambiare direzione e mi grattai il naso. I due ragazzi mi guardavano ammutoliti.

«Sì, sì. Speriamo» dissi.

Un attimo dopo ero con le braccia alzate, gambe divaricate, e il poliziotto che mi tastava dappertutto. Di colpo le chiappe mi si strinsero. E se mi tirava fuori il portafoglio lì davanti a tutti? L’adesivo era inconfondibile, la zebra che ride. Andò bene, me lo lasciò dove stava.

Ero dentro, non ero mai entrato nella curva Maratona. Avrei voluto andare in alto, magari spostato verso la gradinata centrale, ma non potevo. Lui era stato chiaro, in mezzo ai Granata Korps.

Erano un branco di esaltati, d’accordo che faceva caldo, ma tutti a torso nudo, insomma. Le squadre si stavano scaldando. A un certo punto Cravero venne sotto la curva. Ci guardava e salutava. Sorrideva anche. Intorno a me i disgraziati non capivano più niente, sembrava avessero visto la Madonna.

«Un capitano… c’è solo un capitano» cantavano tutti insieme. Un tipo con due enormi baffi neri mi guardava fisso. Allora cantai anch’io. Le parole mi grattavano la gola.

Mi resi conto di essere l’unico con la maglietta, e adesso? Me la tolsi anch’io e me la legai in vita, cos’altro dovevo fare?

Guardavo dall’altra parte, la sciarpa di Angelo mi pizzicava il collo mentre fissavo quelle enormi bandiere bianconere che venivano tirate su in curva Filadelfia. Una bordata di fischi mi assordò quasi.

Cominciò la partita, riuscivo a vedere poco, quelli continuavano a urlare e ad alzare striscioni. Dopo un po’ iniziò a girarmi la testa, la nube dolciastra di erba ci avvolgeva tutti e offuscava la vista.

«Forza-Vecchio-Cuore granata» mi ritrovai a gridare insieme a qualche migliaio di invasati. Cominciavo a non distinguere tra sogno e realtà. Non sentivo più neanche il caldo né la sete. Solo una piccola parte di me si rendeva conto che se mi usciva il portafoglio dalla tasca era finita.

Poi il gelo. Vedevo poco ma la rete che si gonfiava dall’altra parte era inequivocabile. La Filadelfia esplose in un ruggito. Avevamo segnato. 1-0 per noi. Afferrai la sciarpa e me la ficcai in bocca, era l’unico modo per salvarmi. Intorno a me nessuno fiatava. Il baffuto mi guardava di nuovo, mi toccai la tasca dei pantaloni dove c’era il portafoglio.

Mia moglie Giulia me l’aveva detto che sarebbe stato difficile, che non aveva senso mantenere quella promessa. Ero stato inflessibile ma in quel momento pensavo che forse avesse avuto ragione.

Il Toro adesso attaccava sul serio, non ci stavano. Tacconi sotto di noi volava da una parte all’altra e non ne faceva passare una. Mi sudavano le mani e me le misi in tasca.

Punizione dal limite, troppo lontano pensai subito. E invece quel cazzone austriaco prese bene la mira e la ficcò all’incrocio dei pali. 1-1. Un putiferio in curva. Il mio amico con i baffi mi abbracciava, io quasi gli vomitavo sulla schiena per quanto puzzava di sudore. Il mio sguardo corse alla Filadelfia, anche da lontano li vedevo immobili e sconsolati.

Intervallo. Ormai l’erba aveva saturato l’aria e respiravo a fatica. Dovevo resistere ancora un’oretta. Avrei voluto bere una birra ma non potevo tirare fuori il portafoglio per pagarla. Mi tenni la lingua ruvida come il cartone.

Secondo tempo, adesso c’era Lorieri in porta sotto di noi, lo avevano salutato con urla e canti e lui aveva risposto applaudendo. Adesso stavamo attaccando: Laudrup, Cabrini, Brio. Ci provavano tutti. E io ogni volta rischiavo la vita, ad ogni occasione strozzavo l’urlo in gola e subito mi figuravo travolto tipo Heysel.

Ormai eravamo alla fine, sembrava che a quel punto il pareggio stesse bene a entrambe le squadre. Ma poi ci fu il guizzo. Una palla filtrante di Brio in mezzo all’area, il difensore arrivò in ritardo e il baffetto gallese che fino a quel momento era stato uno spettatore si avventò sul pallone e lo girò a fil di palo. Si sentì un rumore come di mare in burrasca, il boato partì da lontano e travolse la Maratona. Feci un salto e alzai le braccia. Mi resi conto che tutti attorno a me erano fermi e silenziosi.

«Ma porca puttana!» riuscii a gridare. E poi mi sedetti tenendomi la faccia tra le mani.

Uscimmo in silenzio, tenevo lo sguardo basso. Mi rimisi la maglietta e fui fuori. Era finita finalmente. Quando fui a distanza di sicurezza mi tolsi la sciarpa dal collo e me la legai in vita, sotto la maglietta in modo che fosse ben nascosta. Quanto avrei voluto che lui mi vedesse in quel momento, che avessi potuto parlargli e chiedergli: hai visto che ce l’ho fatta?

Erano tutti lì, davanti al bar Stella come al solito dopo le partite. Quando mi videro arrivare risero come matti. Poi pacche sulle spalle: ma sei vivo? visto che vittoria? C’era anche Giulia. Mi prese le mani e mi guardò negli occhi.

Poi un improvviso trambusto, passava il pullman con i tifosi del Toro. Noi urlavamo di tutto e loro ci rispondevano sporgendosi dai finestrini. Quando furono di fronte a noi vidi il baffuto che mi fissava. Gli sorrisi e con la mano lo salutai.

Il derby testo di HalBregg
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