Fissavo i passanti con lo sguardo perso di chi non vede.
Un giorno uguale a un altro: la ragazza mi cambiava gli abiti e gli accessori secondo uno schema preciso e studiato, con una regolarità che non ero in grado di decidere. Usare questo o quell'abito non poteva dipendere da me: io ero soltanto uno strumento da usare per raggiungere uno scopo, per rendere la vetrina bella ed invitante, per soddisfare gli interessi di chi mi possedeva. Gli occhi dei passanti dovevano fissare nella mente ciò che avrebbero indossato. Nemmeno la “veduta” cambiava, lo schermo era sempre lo stesso: dall'altra parte della strada c’era sempre l’altra vetrina, con l’altro manichino, che veniva agghindato secondo le stesse modalità e con gli stessi criteri.
Anche la maggior parte dei passanti era sempre la stessa. Alcuni di loro, guardando la vetrina, assumevano lo sguardo invidioso o scoraggiato di chi non può permettersi neppure di sognare. Altri, invece, ammiravano compiaciuti, proiettandosi nelle pieghe di quelle stoffe, immaginandosi con quegli accessori o cambiandoli a proprio piacimento. Qualcuno rimaneva scandalizzato quando, sui cartellini ai miei piedi grandi quanto coriandoli, riusciva finalmente a leggere il prezzo con tanti numeri prima della virgola.
Anche Matilde passava tutte le mattine per mano con la sua mamma.
Prima di entrare nel negozio del fornaio accanto, sostavano davanti alla vetrina e la bambina mi guardava con quei suoi occhi grandi e luminosi. Fissavano entrambe la vetrina ma Matilde, indirizzando il suo sguardo ai miei occhi, mi sorrideva e mi faceva “ciao-ciao” con la paffuta manina, accostava il palmo alle labbra e mi mandava un bacio.
Avrei voluto avere voce per dirle che dietro i miei occhi c’è solo il nulla; che non posso guardare altrove perché non ho curiosità; che non posso contraccambiare il suo bacio perché non ho consapevolezza della vita. Dietro i miei occhi non c’è pensiero!
Un giorno dopo l’altro passavano gli anni: Matilde non guardava più i miei occhi. Passava con le riviste di moda in mano su cui si vedevano i seni abbondanti e turgidi delle immagini computerizzate ed i sederi sodi e tondi delle nuove dee, tanto perfette da essere come me.
E Matilde voleva essere me! Prendeva i miei vestiti ad uno ad uno, giorno dopo giorno e non mi guardava più negli occhi. Guardava con disperata invidia la perfetta linea del mio corpo e non accettava la differenza di ciò che vedeva. Ogni volta scrutavo fissamente i suoi occhi e mi accorgevo che la luce si affievoliva e cominciava a crearsi il nulla. Non aveva più l’interesse di chi vede aldilà di ciò che guarda perché stava perdendo la curiosità rubatale da chi propina imperiose risposte. E non avrebbe potuto più capire cosa è la vita perché il suo pensiero stava perdendosi in una vana ricerca.
Poi un giorno non la vidi più e anch'io col tempo sparì dalla vetrina. Consumato dall'uso, scorticato dagli spilli, seccato dalla luce dei faretti, il mio corpo venne gettato.
Vicino ad un cassonetto con gli occhi rivolti verso il cielo rividi Matilde pallida ed emaciata. Vagabondava con lo sguardo perso consumata dall'ossessione della perfezione, finché incrociò i miei occhi e finalmente vi scorse il nulla. Ed io rividi il suo sguardo brillare.
Mi salutò facendomi ciao-ciao con la mano, mi mandò un bacio e si avviò alla ricerca del suo pensiero perduto.
Negli occhi di Matilde testo di LaFenice