Rectina

scritto da Frato
Scritto 3 anni fa • Pubblicato 3 anni fa • Revisionato 3 anni fa
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Autore del testo Frato

Testo: Rectina
di Frato

La sua flotta era di stanza presso capo Miseno, quell’altura di poco superiore ai 100 metri, sopra Pozzuoli.

Era un uomo coltissimo, lo chiamavano ‘il vecchio’ per distinguerlo dall’ altro, Plinio il giovane; che era il suo figlio adottivo, nonché nipote.

La sua sete di conoscenza non aveva limiti: spaziava dall’Astronomia alla biologia. Si dice che avesse letto oltre duemila libri di più di cinquecento autori. Il nome ‘enciclopedia’ fu inventato da lui. La sua opera principale (la sola che ci è pervenuta completa) è, come sappiamo, la Storia Naturale. Fu molto studiata nel medioevo e nel Rinascimento.

Ebbene, la sua fama non si esauriva con la conoscenza del reale: era ben più noto per le sue doti profetiche e per l’aura misteriosa che lo circondava.

Quel giorno era appoggiato alla balaustra della nave. Guardava il mare, calmo come uno specchio, ma era profondamente agitato. Qualcosa nel suo intimo non voleva trovar pace.

”Ordini di preparare una scialuppa, voglio scendere a terra”

“Ma…comandante, stiamo per salpare”

“Faccia come le ho detto e non discuta! Salperemo al mio ritorno”

Si avvicinavano, con una barchetta, a terra; la nave era ancorata non molto distante.

L’acqua era azzurra; là, dove sembrava toccare il cielo, l’aria e il mare non si distinguevano. Lontano si alzava la mole del vulcano, quel gran mistero. Poche case sulle sue falde: Roma non transigeva…

La campagna trasudava ancora della notte. Infinite gocce brillavano sui fili d’erba del terreno, mentre il sole le trapassava; sembrava quasi si divertissero a riflettere la luce a sprazzi improvvisi, mossi dal lieve vento, che percorreva la terra come una dolce carezza.

Si mosse in fretta, doveva salvare la sua cara Rectina. Da cosa, non lo sapeva neppure lui, ma sapeva che doveva sbrigarsi, che non c’era tempo da perdere.

Mentre correva, quasi, per il sentiero scosceso che portava alla casa di lei, fu preso da una tale angoscia da mozzargli il respiro.

Ricordava quella volta: il mare azzurro e il Vesuvio sullo sfondo, il prato verde, i suoi denti che splendevano nel sorriso e loro due, felici, come due ragazzini.

Ma ecco che, senza pensarci, i suoi occhi si diressero al vulcano. Fumava in modo strano, di quando in quando venivano emessi dei lapilli che poteva vedere anche di giorno. E c’erano ceneri sospese nell’aria. D’un tratto capì…la sua angoscia aveva una ragione: il vulcano!

La cenere aveva riempito le strade e respirare diventava sempre più difficile.

Gli tornavano alla mente i campi di battaglia, sterminati e pieni di giovani corpi morti. Ne era valsa la pena? si chiedeva. Non sapeva quale fosse la risposta giusta, forse nessuna andava bene.

Vide, nell’aria sempre più opaca, una donna. Correva, cercava di mettersi in salvo, di respirare. Che fosse Rectina?

Le prese un braccio e la fece girare. No, non era lei.

Ecco, infine, la sua casa. Salì di corsa i gradini. Lei era lì; cercava di sostenere la vecchia donna, sua madre. Le forze la stavano abbandonando, lui prese in braccio la vecchia. Caddero, la sua Rectina cercava la mano di lui. Erano un groviglio impossibile, stavano soffocando. Le mani dei due giovani si cercarono.

Per l’ultima volta.

 

 

Rectina testo di Frato
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