La dimora del trauma

scritto da lucreziamelillo
Scritto 2 mesi fa • Pubblicato 2 mesi fa • Revisionato 2 mesi fa
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Testo: La dimora del trauma
di lucreziamelillo

Mi dirigo a passi lenti verso la cucina mentre sento le gambe cedere sotto il mio peso. Mi siedo. Metto a fuoco la stanza. Vedo le stoviglie del pranzo annegare sudicie nel lavandino. Accanto a loro, ormai incrostate, le tazze delle colazioni dell’ultima settimana. Loro non prendono un cattivo odore, possono aspettare. Ormai vigile decido di lavare i piatti. Ne sollevo uno, passo accuratamente la spugna sulla superficie, lo sciacquo e lo asciugo. Faccio lo stesso con gli altri due. Passo alle tazze. Ben cinque. Quando finisco, l’orologio segna le tre. Torno a sedere. Non dormo da giorni. Quando sono fortunata, il mio corpo cede alle cinque. Alle sette, è costretto a reagire. Mi guardo intorno. Conosco gli angoli di questo monolocale a memoria. Sotto ogni luce. Ogni notte la stessa storia. Lo stesso sogno. La stessa scena torna a vivere in me. La violenza non aveva mai fatto parte della mia vita. Qualche settimana fa, però, si è insinuata tra le mie membra e non ne è più venuta via. Alle ventuno di quel giovedì ero una donna come un’altra. Alle ventidue, una sopravvissuta. Alle ventitré una paziente in codice rosa. Alle otto del giorno dopo una lavoratrice tra la folla. All’ospedale mi hanno proposto un gruppo di supporto e lasciato un biglietto da visita. È della psicologa, ha il suo studio al terzo piano dell’edificio, dicono che è necessaria per risanare la mente. Non ho ancora avuto la forza di contattarla. Fisso i miei piedi. Ringrazio che siano ancora in grado di portarmi ovunque voglia. È strana, la violenza. È ovunque eppure non la percepisci. Alla televisione ne parlano continuamente. Omicidi, guerre, femminicidi. L’orecchio ascolta attento per scordare le frequenze pochi istanti dopo. L’occhio osserva il volto dell’ennesima vittima per cancellarlo non appena appare la notizia seguente. La mente è intorpidita. Dimentica le tragedie per non somatizzare. Il cuore scoppierebbe, lo stomaco si chiuderebbe del tutto. Il nostro corpo, macchina perfetta, brucerebbe sotto tanto dolore. Per questo fa dell’acqua la sua fonte di vita primaria, spegne ogni fiamma. Io, da quel giorno, mi disidrato sempre di più. Mi forzo a mandar giù qualche boccone per ingoiare le pasticche che mi hanno prescritto. Antibiotici, per lo più. Scivolano in me come la spugna sui piatti. Loro tornano a brillare. Io no. Non avrei mai pensato potesse capitarmi. È un quartiere così tranquillo. A pensarci, le mie sono le stesse parole di migliaia di donne. Eppure credevo di distinguermi. Ho passato la mia adolescenza a leggere romanzi femministi. Virginia Woolf e Sylvia plath sulle mie mensole, tra le mie costole. Avevo letto anche saggi sull’intersezionalità. Punti di vista che mi avevano forgiata. Che mi avevano fatto pensare di non poter cadere in trappole banali. E invece. Alzo di poco la testa e fisso il muro. C’è una crepa che lo attraversa da anni. La familiarità di quella spaccatura mi permette di restare nel momento. La riconosco come conosco gli altri angoli. Non è necessario che sia in allerta. È il mio spazio. Posso rilassare le spalle. Ho mal di schiena da giorni. Il mio corpo è teso come una corda di violino, ogni secondo. Quando posso cerco di distendere gli arti provati. Mi concedo il lusso di far calare la tensione tra queste quattro pareti. So che la mia è una paura dettata dal trauma. Non mi oppongo. Devo ascoltare il mio corpo, nonostante non lo senta più mio. Forse cerco di separarmi da lui per non dover rivivere il tutto. Sì. Dev’essere una forma di dissociazione, mi dico. Forse dovrei davvero contattare quella dottoressa. Domani lo farò, mi ripeto per l’ennesima volta. Mi domando se sia davvero necessario. Se parlare possa estirpare da me la rabbia, la vergogna. Mi chiedo se dovremo sopportare questo per sempre. Mentre rimugino qualcuna è lì a cercare di difendersi, probabilmente. Forse è qualcosa che ci è sempre appartenuta. La rabbia, intendo. Deve averla provata anche Eva, prima donna per eccellenza. Nel mito il suo morso porta alla cacciata dal Paradiso, luogo ameno creato per lei e Adamo. È la sua bocca a compiere il peccato, la sua mano a sfiorarlo per primo. Del serpente, del diavolo che la tenta, si parla poco. È lei che distrugge tutto in preda alla tentazione. Condannata dal giudizio di Dio. Ad oggi credo che il suo sia stato un atto rivoluzionario. Che il serpente sia stato il simbolo di un’animalità risvegliata dopo anni di sottomissione. Che Adamo sia stato un inetto, proprio come quello narrato da Italo Svevo. Ne siamo circondati. Tutti tacciono, non sanno schierarsi. Alla vista di una mela morsa indietreggiano. Non colgono il principio del peccato femminile, della rivoluzione, della giustizia. Sento una folata di vento cingermi i polpacci. Devo aver chiuso male la finestra. Distratta dal freddo interrompo il mio soliloquio. Chiudo per bene la maniglia e mi dirigo verso la mia stanza. Sono le quattro, adesso. Tra tre ore sarò di nuovo un’impiegata. Adesso, come anima vagante, mi lascio cadere sul materasso rigido della mia camera. L’oscurità mi avvolge. Le palpebre si abbassano lentamente. Sento i pensieri prendere una forma dai confini non delineati. La lucidità cede alla dimensione onirica. Morfeo mi prende tra le sue braccia. Mi addormento. Anche oggi, sono sopravvissuta.
 

La dimora del trauma testo di lucreziamelillo
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