Dopo scuola di psicoterapia, in una sera di novembre, era sabato.
Io e Davide andammo al Centro Commerciale a mangiare qualcosa. Ci fermammo al punto di ristoro, quello del fritto misto: semplice, ordinario, eppure capace di sembrare speciale quando hai fame davvero.
Fuori c’era aria di pioggia, ma dentro faceva caldo. Un caldo strano, uno di quei primi weekend invernali in cui l’aria dovrebbe mordere e invece ti lascia addosso una stanchezza tiepida. L’odore del fritto si mescolava a quello dei negozi, ai profumi dolciastri delle vetrine, all’umidità portata dentro dalle giacche.
A un certo punto, mentre mangiavamo con quella goduria quasi infantile, il pesce croccante, il sale sulle labbra; mi bloccai.
Mi bruciarono gli occhi all’improvviso, come se l’aria si fosse fatta più densa. Nel rumore del centro commerciale, nella confusione del sabato sera, arrivò un urlo: il pianto di un bambino. Un pianto che non era solo pianto. Era grido, era disperazione. Era come se quel posto, per lui, fosse diventato l’inferno.
Mi girai e lo vidi.
Un bambino che si dimenava, che non voleva andare via, che non voleva salire su quell’ascensore che lo avrebbe portato giù, verso la macchina, verso l’uscita, verso qualcosa che nella sua testa era una condanna.
La madre lo teneva stretto, le braccia tese come per trattenere non solo un corpo, ma una tempesta.
Nella mia mente si accavallarono luci e suoni: le insegne, i corridoi, le voci dei passanti, gli odori che cambiavano a ogni respiro. Lui sembrava inghiottito da tutto. E più veniva trascinato, più urlava. Come se gridare fosse l’unico modo per dire: ho paura.
Io abbassai lo sguardo sul mio piatto. Inerme. I calamari croccanti davanti a me, e quella scena a pochi metri che mi strappava via la fame come un gesto brusco.
PACK. PACK.
Due botte secche. Sonore.
Non ebbi il coraggio di guardare. Mi si irrigidirono le spalle, come se quelle botte fossero arrivate anche a me. Chiesi a Davide, che aveva la scena di fronte: "L’ha picchiato?"
Davide annuì.
In quel momento sentii un vuoto presente, enorme. Una rabbia di quelle che sembrano gole profonde, senza fondo. E gli occhi mi si lucidavano da soli, mentre la mente, contro la mia volontà, tornava a guardare.
Il pianto e il grido del bambino non erano più solo disperazione.
Erano anche dolore.
Dolore fisico per le botte. Dolore per quel gesto violento delle mani.
Dolore di un padre non capito.
Dolore di non sapere perché proprio lui, la figura che dovrebbe accudire, insegnare, ascoltare, si fosse trasformato in chi punisce.
Punisce perché è in collera. Perché non capisce.
Che cosa volevi da me?
Io volevo solo essere confortato.
Una carezza, piano.
Forse mi faceva male il pancino, forse il pannolino bagnato, forse era troppo, e non ne potevo più. Come potevo dirtelo, papà, se ancora non conosco le parole?
Ho fatto del mio meglio.
Ho provato a spiegarti quanto stavo male con la mia voce, con la mia disperazione.
Ma tu mi hai punito.
E adesso non so più quale dolore è più forte.
Li vidi avviarsi verso l’ascensore. Entrarono. Io scattai d’istinto verso quelle porte che si stavano chiudendo. I genitori mi notarono arrivare e si voltarono appena, non verso di me, ma via da me, come per evitare il mio sguardo.
Non feci in tempo.
Le porte si chiusero. E in quell’istante, prima che sparisse, incrociai gli occhi del bambino: grandi, azzurri come il mare. Occhi che non chiedevano spiegazioni. Chiedevano solo di essere visti.
Tornai al nostro tavolo con la gola stretta e gli occhi pieni di lacrime. Avrei voluto dire qualcosa. Avrei voluto urlare io, al posto suo. Avrei voluto fermarli, chiamarli, costringerli a guardarsi dentro anche solo per un secondo.
Ma ormai era troppo tardi.
E quello, senza che io lo sapessi ancora, fu la storia del mio primo trauma.
Storia del mio primo Trauma testo di Saryn85