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La stagione delle lunghe ombre
In piedi davanti all’ampia vetrata, un vecchio, piegato dagli anni, troppi, appoggiandosi al bastone piantato sul pavimento davanti a sé osservava il giardino, grande e ben curato. Gli occhi liquidi e malinconici, parevano guardare nel passato; quando il giardino non era ancora il memoriale dei suoi anni felici.
«La posta, architetto», annunciò la domestica.
«Grazie, Carolina», rispose con voce stanca, arrochita.
Mentre posava la posta sul tavolino di fianco al divano, notò che osservava intensamente un particolare; non riuscendo a capire cosa, gliene chiese conto: «Cosa sta guardando di tanto interessante?»
L’architetto indicò la piantana della doccia accanto al solarium. «L’ombra lunga proiettata dalla piantana della doccia», spostò l’indice sulla piscina, «ha quasi attraversato la vasca.»
«Le ombre si allungano e le giornate si accorciano. E’ inverno, architetto», commentò Carolina.
«Odio la stagione delle lunghe ombre!» affermò l’architetto. Indicò il Sole, basso nel cielo. «Sembra faticare a reggersi… come un aereo che, nonostante i motori spinti al massimo, non ce la fa a prendere quota… Infatti, dopo aver guadagnato ancora un po’ di quota, poco dopo mezzogiorno comincerà a calare, precipitando ben presto nel tramonto!»
“Dove li andrà a pescare certi paragoni, lo sa solo lui”, pensò Carolina. «Abbiamo ancora cinque ore buone di luce, si goda il Sole senza costruirci attorno un disastro aereo», lo rimbrottò bonariamente Carolina.
«Il Sole di un pomeriggio invernale, mi trasmette le stesse sensazioni di una notte senza stelle», ribatté in tono tristissimo.
“Oggi non è giornata. No, non lo è proprio”, pensò Carolina, oramai adusa alle paranoie dell’architetto. «Si tiri su, architetto. Tra una settimana le giornate cominceranno ad allungarsi, e in men che non si dica, si troverà con l’erba del prato da tagliare e i boccioli di rosa davanti a casa.»
L’architetto non rispose, e quando lei stava per andarsene in cucina, la richiamò: «Carolina».
«Mi dica, architetto.»
«La primavera è ancora troppo lontana, e alla mia non più verde età, non ci si sente più padroni del proprio destino.»
«Ancora», fece, esausta, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi. «La smetta, per favore. A primavera lei sarà ancora qui a esasperarmi con le sue fisime, e a tirar scemo il giardiniere perché l’erba non è tagliata a regola d’arte… Prima di preparare il pranzo, vado a prendere la legna per il camino», e se ne andò.
Tornò con i ciocchi dentro una cesta di vimini. «Il buco nella recinzione non l’ha ancora fatto chiudere», gli rammentò mentre posava la cesta accanto al focolare del camino.
L’architetto si volse verso di dei. «E’ tornato?»
«Ha passato la notte rintanato nella legnaia», confermò Carolina. «Mi dia retta: faccia chiudere il buco nella recinzione.»
«Lo farò», disse l’architetto con fare meditabondo. «Ma ora pensiamo al nostro gradito ospite.»
«Gradito ospite?!» fece incredula Carolina, strabuzzando gli occhi. «Non si è chiesto perché è tornato dopo una settimana?»
«Forse perché la prima volta non ci siamo dimostrati ospitali», rispose tranquillamente.
«O più probabilmente perché ha capito che c’è qualcosa da arraffare… Le rammento che nel capanno ci sono costosi attrezzi da giardinaggio.»
«Ieri notte, come la prima volta che l’hai notato, la temperatura era scesa parecchi gradi sotto zero. Credo che sia tornato soltanto per non passare la notte all’addiaccio… Prepara qualcosa di caldo anche per lui.»
«Lo vuole invitare a pranzo?» gli chiese inorridita.
«Non proprio. Preparagli qualcosa e portaglielo nella legnaia.»
«Lo devo pure servire. Più tardi appiccicherò un foglio con il menù nella legnaia, così, la prossima volta potrà pranzare a la carte», borbottò mentre se ne andava in cucina.
«Ehi! Straniero!» chiamò Carolina avvicinandosi alla legnaia. «Vieni fuori da lì dietro!»
Attese qualche secondo con il vassoio in mano. «Il padrone di casa ti offre il pranzo, vieni a prenderlo!» aggiunse allungando il collo per scrutare dietro la catasta di legna. Riuscì a vedere per un attimo la zazzera nera che si ritirava sino a sparire dalla vista. «Guarda che sei vuoi farti pregare hai sbagliato persona eh!» Attese ancora una manciata di secondi. Sbuffò. «Oh, fai un po’ come ti pare. Lo appoggio qui… Buon appetito, straniero!» e se ne andò.
«Come sta il nostro ospite?» chiese l’architetto mentre lei serviva il pranzo.
«Boh! Non voleva uscire da dietro la catasta. Dopo un po’ mi sono stufata, ho lasciato il vassoio sul pavimento e sono tornata in cucina.»
«Capisco», fece l’architetto mentre prendeva il cucchiaio. «Lasciamo tranquillo», chiosò affondandolo nel piatto di minestra.
Dopo il solito, frugale pranzo, l’architetto si accomodò sul divano, e guardando alternativamente la televisione posta su un tavolino accanto alla vetrata e il giardino da quest’ultima, si appisolò.
«Architetto», mormorò Carolina.
L’architetto aprì gli occhi. «Cosa c’è?»
«Io avrei finito. La cena è pronta, basta solo riscaldarla.»
«Che ore sono?»
«Le tre e mezza. Devo recarmi in clinica per una visita, ricorda?»
«Sì, ricordo. Vai pure. A domani, Carolina», rispose intristito. E quando se ne fu andata, si scoprì a chiedersi se valesse ancora la pena di combattere contro la solitudine.
Si alzò dal divano alle quattro passate. “Le ombre sono svanite”, pensò guardando il giardino: non era ancora il crepuscolo, ma la luce, dopo che il Sole calando a ovest era finito dietro un’altura, arrivando di rimbalzo aveva cancellato le lunghe ombre.
Indossò il cappotto, calcò la cuffia di lana sul cranio calvo e, appoggiandosi al bastone, uscì in giardino. Si avvicinò al bordo della piscina. “E’ molto più cristallina ora che la pompa entra in funzione solamente un paio d’ore al mattino, che in piena estate”, constatò osservando l’acqua nella vasca. Toccò con il bastone il pelo dell’acqua, smuovendola appena. Ritrasse il bastone. “Dovrei trovare il coraggio di tuffarmi e farla finita una volta per tutte… Starmene qui da solo, per tirare a campare qualche giorno in più, non ha alcun senso”, ragionò. Barcollando, allungò un piede sopra la superfice dell’acqua. “Un passo deciso… e poi…”
«Glielo sconsiglio», udì alle sue spalle. Ritraendo velocemente il piede si voltò, e osservando con fare interrogativo l’uomo con indosso un pastrano grigio, i capelli neri scarmigliati che gli arrivavano fin sulle spalle e la barba lunga, comprese che era l’ospite della legnaia.
«Intendevo il bagno a dicembre», precisò questi, avvicinandosi. «Volevo ringraziarla per il pranzo», aggiunse fermandosi davanti a lui.
«Italiano?» gli chiese l’architetto.
«Capisco la sua sorpresa. E’ dura per tutti, mica solamente per gli stranieri, mi creda», rispose in tono desolato.
«Sono vecchio, non rimbambito!» reagì d’istinto l’architetto. «Giornali e notiziari televisivi, arrivano anche qui. Lo so benissimo cosa succede là fuori. Sono stato fuorviato da Carolina. Lei era convintissima di avere a che fare con un clandestino.»
«Non intendevo offenderla. Se le ho dato questa impressione, mi scuso. Carolina, è sua moglie?»
«La domestica che le ha servito il pranzo.»
«La ringrazi a nome mio.»
«E quale sarebbe il suo nome?»
«Antonio, mi chiamo Antonio.»
«Architetto Francesco Brutalisi», replicò allungando la mano.
Il gesto inaspettato sorprese Antonio.
L’architetto attese qualche secondo, ma l’altro continuava a guardare la mano come se si trattasse di un oggetto misterioso. «Non morde mica, coraggio», lo esortò spingendola ancora più avanti.
«Non capita tutti i giorni che qualcuno mi allunghi la mano», disse stringendola.
«Beh, oggi è capitato… Mi tolga una curiosità: come c’è finito in mezzo alla strada?»
Antonio sospirò. «E’ una lunga storia, troppo lunga per raccontarla su due piedi. Lei, piuttosto, come c’è finito a bordo piscina con intenzioni bellicose in pieno inverno?» gli chiese mettendoci un briciolo d’ironia.
L’architetto sorrise amaramente. «E’ una storia molto più lunga della sua. Lo certificano i miei quasi novant’anni, contro i suoi…» e rimase in attesa di una risposta.
«Ventotto.»
«Allora, se non vogliamo fare notte, tocca a lei raccontarsi.»
Antonio trasse di tasca il cellulare, guardò l’ora sul display. «Per me è già tardi. Devo scappare.»
«Scappare, dove?» gli chiese in tono preoccupato.
«Niente d’illegale, non si preoccupi. Mi hanno offerto tre giorni di lavoro in nero. Devo sostituire il lavapiatti in un ristorante. Arrivederci, Architetto Brutalisi», e fece per allontanarsi.
«Tornerà domani?» gli chiese l’architetto.
«Se non la disturba la mia presenza…»
«Nient’affatto», lo interruppe l’architetto con foga. «Sono sempre solo come un cane.»
Antonio sorrise. «Allora verrò!»
«Sarà mio ospite a pranzo.»
«Mangerà anche lei nella legnaia?» gli chiese ironicamente Antonio.
«Di solito ospito in casa. Ma se lei preferisce la legnaia, vedrò di adattarmi», rispose a tono.
«Ahahah! Vada per la casa. A domani, architetto», e si allontanò.
«Può uscire dal cancello!» esclamò l’architetto.
Antonio si volse. «La ringrazio, ma uscendo dal buco nella recinzione risparmio un bel pezzo di strada.»
In effetti, uscendo dal cancello posto al lato sud dell’ampio parco, avrebbe dovuto percorrere due chilometri in più per raggiungere il buco nella recinzione sul lato opposto.
L’architetto lo guardò allontanarsi, e quando lo vide sparire dietro la legnaia, dopo aver scoccato un ultimo sguardo all’acqua cristallina rientrò in casa.
«Oggi ho un ospite a pranzo», annunciò a Carolina il mattino dopo.
“Se non è uno scherzo, domani viene giù il mondo” pensò lei. «E chi sarebbe il fortunato vincitore di un posto alla tavola del re?» gli chiese ironicamente.
«L’ospite della legnaia.»
«Ha invitato a pranzo un… un…» balbettò, rifiutandosi di pronunciare ciò che aveva sulla punta della lingua.
«Non è un barbone, e tantomeno un drogato o un ladro», la tolse d’impaccio, intuendo dove volesse andare a parare. «E’ giovane e affamato, cerchiamo di non deluderlo.»
«Non si preoccupi, lo farò sentire come a casa sua…» ci pensò su e si corresse, «infinitamente meglio che a casa sua», e se ne andò in cucina borbottando: «Basterà davvero poco a metterlo a suo agio, casa sua è la strada».
Antonio stavolta lasciò perdere il buco nella recinzione e si presentò all’ingresso principale.
Carolina aprì la porta, lo squadrò per bene e, soddisfatta dall’aspetto tutt’altro che trasandato (era passato prima dalle docce pubbliche e si era pure sbarbato), dopo che si furono presentati l’accompagnò dall’architetto.
«Venga avanti, Antonio» lo esortò l’architetto. Lo aspettava in piedi, davanti alla vetrata che dava sul giardino.
Antonio avanzò. Passando accanto alla credenza, notando la fotografia racchiusa nel portaritratti in argento si fermò un attimo a osservarla.
«E’ mia moglie», lo informò l’architetto.
«L’avevo presa per sua figlia», si complimentò Antonio, rimarcando l’aspetto giovanile, commettendo una clamorosa gaffe.
«Siamo coetanei», disse l’architetto avvicinandosi. Accarezzò il ritratto. «La foto l’ho scattata trent’anni fa… Non si nota perché m’interessava il sorriso e l’ho inquadrata dal busto in su, ma è in giardino, seduta sul bordo della piscina con le gambe a mollo… e sorride, felice», aggiunse commuovendosi. Sospirò e concluse con voce rotta: «Sarebbe stata l’ultima estate felice. L’anno dopo, non riusciva nemmeno ad alzarsi dal letto… avrebbe smesso di soffrire la notte di Natale, nel giorno del suo cinquantacinquesimo compleanno».
«Mi spiace… non sapevo… mi scusi», balbettò un imbarazzatissimo Antonio.
«Di cosa la dovrei scusare? Non lo poteva certo sapere», lo rassicurò l’architetto. «E poi lei… è sempre qui…» indicò i quadri alle pareti, «nei suoi dipinti… nel giardino progettato da lei», e indicandolo raggiunse la vetrata, seguito da Antonio che, temendo di compiere un’altra gaffe, si era ammutolito. «Il giardino, la piscina, i fiori, tutto parla di lei…» volse lo sguardo sul suo ospite. «Non l’ho invitata per annoiarla con le mie disgrazie, mi scusi.»
«No, non mi sta annoiando», ribatté Antonio. «Tutt’altro… Pittrice, creatrice di giardini, un’artista a tutto tondo.»
«Già», fece l’architetto, guardando con occhi persi il giardino. «Era il genio creativo del nostro sodalizio. Ci eravamo conosciuti all’università. Frequentavamo entrambi il corso di architettura. Dopo esserci laureati e aver fatto praticantato in due studi d’architettura diversi, decidemmo di unire le nostre menti, i nostri corpi, le nostre vite; sposandoci e aprendo uno studio tutto nostro. Eravamo giovani, sognavamo ad occhi aperti, ci spingeva la passione e l’entusiasmo… Facendo un inventario, direi che molti sogni in ambito lavorativo siamo riusciti a realizzarli. Potevamo ritenerci soddisfatti del nostro percorso, se non fosse per quell’unico sogno, invano inseguito per anni… Il desiderio di quel figlio che tardava ad arrivare, a lungo andare temo abbia contribuito a scatenare il male che, in poco più di un anno, se l’è portata via», concluse con voce sempre più tendente al pianto, mettendo ancora più a disagio il suo ospite. Attese qualche istante, poi, di fronte al persistente mutismo di Antonio, riprese con un tono più fermo: «Il giardino ora è solo suo. Non ci sono più state feste, bagni in piscina. Nulla, solo silenzio e dolore. Io, lo tengo vivo per lei. Le promisi di spargere le sue ceneri nel prato, nel prato del suo giardino. Le promisi di accudirlo, di amarlo come se amassi lei; e finché avrò un alito di vita, l’amerò perché lei è in ogni zolla, in ogni filo d’erba, in ogni fiore e in ogni albero del giardino.»
A quel punto Antonio trovò finalmente il coraggio di dire qualcosa: «Sono desolato. Se lo avessi saputo, non sarei mai entrato nel giardino di sua moglie. Ora che lo so… ci sto veramente male. Mi creda, è come se invece dell’erba, avessi calpestato lei.»
«Non deve. Forse c’è un motivo, se lei l’ha lasciato entrare.»
«Quale motivo?» chiese sconcertato Antonio.
«Non lo so», rispose. Indicò il tavolo. «Si accomodi, magari lo scopriremo conversando durante il pranzo.»
«Disfagia», pronunciò l’architetto, notando che Antonio osservava il piatto di minestra che Carolina aveva poc’anzi posato davanti a lui.
«Scusi?» fece Antonio.
«Mangerei volentieri anch’io un buon piatto di pasta alla carbonara. Ma mi devo accontentare di guardarla nel suo piatto. Pasta e cibi solidi, non vanno molto d’accordo con il mio povero esofago… Ma lei è giovane, coraggio, si dia da fare», e così dicendo… affondò con riluttanza il cucchiaio nel piatto di minestra.
«Sa che sbarbato sembra molto più giovane», interloquì l’architetto mentre affondava nuovamente il cucchiaio nel piatto. «Se ieri si fosse presentato così, l’avrei presa per un ragazzino.»
Antonio mando giù la pasta appena masticata e replicò, intristendosi. «L’apparenza, a volte inganna,» si batté l’indice contro il petto, «è qua dentro che sto invecchiando precocemente.»
In quelle parole, l’architetto lesse il desiderio di aprirsi, di confidarsi con qualcuno. Allora, senza girare troppo attorno all’argomento andò subito al sodo. «Come c’è finito in mezzo alla strada? Le va di raccontarmi un po’ di lei?»
Antonio non aspettava altro. Posò la forchetta nel piatto, riordinò i pensieri, e cominciò da molto lontano: dalla Sicilia. «Un ragioniere fidato, serviva a mio padre per gestire le finanze degli agrumeti di famiglia. E così, il mio indirizzo scolastico fu deciso ancor prima che vedessi la luce. Trascorsi un’infanzia serena. E quando venne il tempo, accolsi con entusiasmo il percorso di studio tracciato da mio padre. La prospettiva di doverlo affiancare alla guida dell’azienda, mi inorgogliva… Fu durante l’ultimo anno di liceo che tra noi studenti cominciò a serpeggiare il malcontento per una terra che, in termini di prospettive di carriera, offriva ben poco ai giovani. Non era il mio caso, timori per il futuro non avrei dovuto averne, dato che appena conclusi gli studi sarei entrato in azienda. Ma il desiderio di toccare con mano la vita opulenta della città simbolo del successo, prese il sopravvento. Terminata l’università, annunciai a mio padre di aver rivisto le mie priorità. Lui, non la prese affatto bene. Pretendeva che tenessi fede all’impegno di occuparmi degli agrumeti… Eravamo troppo simili, testardi sino a spaccarsela, la testa, per piegarsi al volere dell’altro… Il giorno che lasciai l’isola, mio padre lo trascorse in mezzo ai suoi preziosi agrumeti, delegando mia madre a dichiararmi guerra. Lui non mi avrebbe più parlato, se prima non mi fossi scusato per aver osato contraddirlo… Mi spezzò il cuore, e io lo spezzai a lui. Ma eravamo andati troppo oltre, il punto di non ritorno era stato superato… La metropoli, spense rapidamente il giovanile entusiasmo. E nonostante il prezioso titolo di studio tanto caro a mio padre, mi vidi costretto ad accettare i lavori più umili per tirare a campare. Ben presto i pochi denari finirono, e io, finii in mezzo alla strada… A volte riesco a racimolare qualche euro per passare la notte al sicuro, chiudendomi a chiave dentro la camera di un albergo di infima categoria; e quando non ci riesco, la paura mi spinge a cercare un posto sicuro e riparato dove trascorrere la notte», rovesciò le mani sul tavolo con i palmi rivolti in alto. «Ed ecco il risultato delle mie scelte scellerate», chiosò deluso e sconfortato.
«Non ha pensato di chiedere aiuto a suo padre?» gli chiese l’architetto dopo una breve riflessione.
Antonio sorrise amaramente. «Siamo siciliani orgogliosi… chi cede per primo, la vivrebbe come un’umiliazione.»
«L’orgoglio, è la più solenne delle fregature!» affermò l’architetto, sorprendendolo. «Se lo lasci dire da chi nella sua lunga vita ne ha incontrate di persone rovinate dall’orgoglio.»
Antonio stava per ribattere, ma l’architetto, indicando il piatto di pasta lo anticipò. «Si sta freddando», disse, e tornò ad affondare il cucchiaio nel piatto di minestra.
«L’orgoglio è la più solenne delle fregature…», pronunciò con fare meditabondo Antonio mentre Carolina serviva i secondi piatti. «Definizione migliore non avrebbe potuto trovare, per descrivere l’idiozia umana.»
L’architetto prese la palla al balzo e rilanciò prontamente: «Se l’ha capito, non perseveri nell’errore. Metta da parte l’orgoglio e chiami suo padre; sono certo che lui non aspetta altro.»
«Il mio numero ce l’ha, invece che aspettare inutilmente, potrebbe chiamare, no?»
«No!» lo gelò l’architetto. «Suo padre non lo farà mai. Tocca a lei la prima mossa.»
«Non sta scritto da nessuna parte, che i figli debbano sottostare al volere dei padri», insisté Antonio.
L’architetto scosse il capo. «Non si avventuri in terra ignota a cercare giustificazioni che non hanno ragion d’essere. Il torto non sta mai da una parte sola… Anche se ritiene, forse a giusta ragione, che gran parte del peso gravi sulla coscienza di suo padre, lui non farà neanche un passo per venirle incontro, se lei non si muoverà per primo. Prima lo capirà… prima risolverete i vostri problemi!»
Dopo la dura disamina, Antonio lo vide affondare il cucchiaio nel purè di patate e poi portarlo alla bocca. Allora afferrò forchetta e coltello e iniziò a tagliare la bistecca nel proprio piatto. Masticava e rifletteva su quanto udito poc’anzi, guardando l’architetto che, un cucchiaio dietro l’altro, con calma olimpica consumava il purè. Dopo aver ingoiato l’ultimo boccone, sistemò le posate nel piatto, attese che l’architetto posasse il cucchiaio, e poi… «Dunque, pur consapevole che gran parte del torto pesa sulla coscienza di mio padre, dovrò essere io a genuflettermi e chiedergli perdono?»
«Non è quello che intendevo», disse l’architetto. «Mi sono espresso in fretta e male, non sono riuscito a comunicare compiutamente il mio sentire… L’orgoglio di per sé non è un male. Essere orgogliosi di qualcosa che si è creato con le proprie mani, di qualcuno a noi caro per un suo successo in ambito sportivo piuttosto che lavorativo, ci fa stare bene. Il problema insorge quando l’orgoglio s’inserisce nei rapporti personali… L’orgoglio cresce insieme a noi, dentro di noi, alimentando, spesse volte, l’arroganza, il disprezzo, la presunzione; atteggiamenti che possono urtare l’altrui sensibilità…»
«Atteggiamenti che non appartengono né a me né tantomeno a mio padre», affermò Antonio, interrompendolo.
«Le credo sulla parola», riprese l’architetto con il solito tono, calmo e pacato. «Ma non era a questo che volevo arrivare. L’orgoglio, come le stavo spiegando, cresce dentro di noi, si stratifica nel corso degli anni sino a diventare un’incrostazione dell’anima, dura, durissima da rimuovere… Quanti anni ha suo padre?»
«Sessantuno.»
«Per me, con i miei quasi novant’anni, sarebbe impossibile rimuovere le incrostazioni dell’anima. Suo padre, seppure con fatica, molta fatica, potrebbe ancora riuscirci.» Lo puntò con l’indice. «La sua di anima, invece, è ancora avvolta da una patina morbida e sottile; non aspetti che s’incancrenisca, faccia il primo passo e vedrà…» allargò le braccia, «vedrà che suo padre l’accoglierà a braccia aperte.»
Antonio lo ascoltò con la dovuta attenzione, affascinato dal tono suadente, dal modo di esprimersi, dalle metafore usate per descrivere l’interazione tra orgoglio e anima. «Sono senza parole», disse alla fine.
«Non importa, non è con me che si deve chiarire. Quando sentirà la voce di suo padre, si sorprenderà per la facilità con cui riuscirà a esprimere i suoi sentimenti… Mi dia retta: faccia il suo numero, e lo chiami, parlatevi, avete già sprecato troppo tempo», lo esortò.
Antonio rifletté prima di rispondere. «Le prometto che ci penserò…» guardò l’ora sul display del cellulare. «Resterei più che volentieri, ma non posso far aspettare i piatti da lavare. Purtroppo, è già l’ora di andare. La ringrazio di tutto.»
«Le rinnovo l’invito a pranzo per domani.»
«La ringrazio per l’ospitalità, ma domani mattina devo recarmi al centro commerciale, a una settimana dal Natale serve del personale aggiuntivo. Non pagano un granché, ma è meglio di niente.»
«Capisco. Le lascio il mio numero di cellulare, lo metta in rubrica, così, quando sarà libero, se non la disturba pranzare con un vecchio brontolone a cui piace mettere naso nelle sue faccende, dirò a Carolina di apparecchiare un altro coperto.»
«Non mi disturba affatto pranzare con lei. E poi, i consigli di un uomo saggio sono sempre ben accetti…» toccò l’icona dell’app contatti sullo schermo del cellulare, «Mi dia il numero, lo metto in rubrica.»
Anche se pensò che, probabilmente, lo stesse facendo soltanto per educazione nei suoi confronti, l’architetto gli lasciò il suo numero di cellulare. «…Potrebbe tornarle utile, magari anche solo per un consiglio», chiosò, mentre Antonio, dopo aver digitato nome e numero di cellulare, chiudeva la rubrica.
Il pranzo con Antonio aveva spezzato l’interminabile catena di giornate lunghe e noiose, trascorse in solitudine con la mente rivolta a un passato felice. Anche se non ci sperava, aveva preso l’abitudine d’infilare il cellulare nella tasca del cappotto ogni volta che usciva in giardino. “E’ la settimana di Natale, avrà trovato qualche lavoretto”, lo giustificava la sera prima di coricarsi, pur sapendo che una telefonata di pochi secondi avrebbe comunque potuto farla.
La mattina di Natale, prima di recarsi a casa della figlia, Carolina aveva preparato il pranzo, e dopo aver mostrato all’architetto il foglio con le istruzioni per riscaldare le vivande, si erano scambiati gli auguri. «Tornerò per prepararle la cena. Lei faccia il bravo, mi raccomando. Chiamerò nel primo pomeriggio per assicurarmi che vada tutto bene», lo aveva rassicurato prima di andarsene.
Seduto sul divano da quando Carolina se n’era andata, guardando il giardino si chiedeva se avesse ancora senso starsene lì ad attendere la morte che, vigliacca come sempre, lo torturava girandogli al largo. A un certo punto si alzò, indossò il cappotto. “Meglio che me lo porti, non vorrei rovinare il pranzo di Natale a Carolina. Quella se non rispondo subito sclera”, pensò mentre infilava il cellulare in tasca.
“Quanti anni saranno che non nevica più a Natale?” si domandò uscendo, trovandosi a fare i conti con una giornata assolata dal clima particolarmente mite. Appoggiandosi al bastone raggiunse il bordo della piscina. “L’ombra della doccia ha quasi raggiunto il bordo”, constatò. Spostandosi lentamente verso destra, sormontò con la sua l’ombra della piantana. Valutò che riusciva a coprirla per circa due terzi della lunghezza. Appoggiandosi con due mani al bastone piantato davanti a sé. Si alzò in punta di piedi. Mentre si alzava osservava la propria ombra allungarsi sull’acqua. «Non basta, ci vorrebbe uno sgabello», tirò le somme, contrariato per non essere riuscito a coprire totalmente l’ombra della doccia.
Deambulando lentamente, e pericolosamente, sul bordo della piscina, percorse l’intero perimetro. Tornando al punto di partenza, si stupì per non essere caduto nella vasca. “Devi trovare il coraggio di tuffarti volontariamente”, pensò contrariato, guardando l’ombra lunga della doccia dentro la vasca. «Ci stai pensando da troppo tempo. E’ Natale, sei solo con i tuoi rimpianti… basta un passo, devi trovare il coraggio di fare un solo passo in avanti. Oggi è il suo compleanno, il giorno perfetto per raggiungerla e riabbracciarla», si esortava con voce roca mentre allungava il piede sopra la vasca piena d’acqua… «Carolina!» esclamò ritraendo il piede, udendo il suono del cellulare.
Lo trasse dalla tasca, lo portò all’orecchio e… «Buon Natale, architetto Brutalisi», udì.
Rimase un attimo interdetto. Un nodo alla gola gli impediva di pronunciare verbo. «Bu… Buon Natale, Antonio. Non l’ho più sentita, come sta?» gli chiese, commuovendosi.
«Benissimo, architetto. Ho seguito il suo consiglio: ho chiamato mio padre e… si tenga forte, è andato tutto come aveva previsto lei», lo informò entusiasta.
«Ne ero certo! Ha visto? Bastava mettere da parte l’orgoglio, perché tutto si risolvesse per il meglio.»
«Non finirò mai di ringraziarla… Mi spiace soltanto di non aver potuto parlarle di persona. Sono tornato in Sicilia.»
«E i sogni, che fine hanno fatto i sogni di un ragazzo attratto dal glamour della metropoli?»
«Sostituiti con altri più realistici. Dal sogno che mio padre ha custodito per me. Mi ha confidato che era certo che sarei tornato, per questo, nonostante le alettanti offerte, non ha voluto cedere gli agrumeti… Mi stanno chiamando, i parenti reclamano la mia presenza per il brindisi. Buon Natale, architetto!»
«Buon Natale Antonio, sei un bravo ragazzo, l’ho sempre saputo», mormorò. Spense il cellulare, lo infilò in tasca, trasse un profondo sospiro e… «Si è ricordato di me… E’ stata davvero una piacevole sorpresa; la migliore da molti anni a questa parte… Mi ha commosso. E’ per questi momenti, che vale comunque la pena vivere ancora un po’!» e così dicendo, rientrò in casa.
FINE