Quella Ragazza pallida

scritto da Bianca Art
Scritto 18 anni fa • Pubblicato 18 anni fa • Revisionato 18 anni fa
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è sopportare l'ipocrisia del mondo
- Nota dell'autore Bianca Art

Testo: Quella Ragazza pallida
di Bianca Art

[…]
Quella ragazza pallida, bassina, castana… con un volto deciso e, di solito, sorridente. Eppure stavolta non era così. Stava in piedi, triste, fissava l’altra, una collega di corso: abbronzata, i capelli castano scurissimo, gli occhi pesantemente truccati.
Erano l’una di fronte all’altra e lei si faceva insultare senza reagire… ”Non piacevole”. Catalogò l’esperienza. ”Decisamente meglio evitare che si ripeta”. Aggiunse, poi, per completare il pensiero.
Un’altra, anche lei bassa e castana ma con il viso più pieno, i capelli mossi e scomposti, la fissava con uno sguardo quasi allegro, dal fondo dell’aula. Al di là dei banchi. Lei sapeva cosa stava pensando: quello era il suo trionfo. Ma evitò di soffermarsi su questo aspetto della situazione perché sarebbe definitivamente scoppiata a piangere e, per il momento, stava tenendo duro. Come al solito. Non aveva mai pianto in pubblico e decise che questa non sarebbe stata di certo la sua prima volta.
La ragazza con i capelli scarmigliati la raggiunse. Mentre la ragazza abbronzata aveva accanto a sé l’amica favorita: molto alta, con lunghi capelli castani. Questa preferiva non immischiarsi restando accanto alla ragazza abbronzata soltanto lanciandole, nel frattempo, insistenti segni di incoraggiamento. Credendo di passare inosservata. Accanto a lei stava soltanto un essere addirittura più vulnerabile.
Esclusa la sua mole, la ragazza con scarmigliati capelli biondi, che ora stava al fianco della ragazza pallida, non era proprio quella che si poteva definire una persona forte. E, infatti, fu attaccata senza pietà. Benché si fosse avvicinata per difendere la ragazza pallida. Così, crollò in breve, sotto i colpi della ragazza abbronzata.
La ragazza sapeva, purtroppo fin troppo bene, quello che doveva fare: difendere colei che avrebbe dovuto difenderla. Lo fece e, almeno quello, le riuscì bene. E ora, come rovescio della medaglia, era di nuovo senza difese: l’altra stuzzicata, si concentrò nuovamente su di lei. “Fantastico!” pensò. E tornò muta, tanto aveva capito che la ragazza abbronzata non aveva alcuna intenzione di ascoltarla. Tutto ciò che voleva era soltanto insultarla.
Se lo aspettava e, in un certo senso, se lo meritava. In ogni caso non meritava TUTTO questo. Proprio no.
Ovviamente non erano sole: nell’aula c’erano molti altri che osservavano la scena entusiasti. Alcuni, che non c’entravano niente, presero parte alla discussione. Come da copione. Li aveva quasi tutti contro. Che novità.
Ora lei si era distratta. Stava pensando a tutto questo. E la lavata di capo era finita. La gente si allontanava. Rimase impalata a fissare il vuoto. Finchè qualcuno non la tirò gentilmente per un braccio e lei, distrutta, si lasciò guidare dai passi sicuri, dalle parole di conforto. Alzò gli occhi, lucidi ma non bagnati, e non si sorprese nel rivedere la figura scarmigliata che poco prima aveva difeso.

Ora sono in bagno, no in giardino. Sì, in giardino. Stanno salendo le scale. Camminano a passi lenti. La ragazza si sente male ma non vuole piangere. Sa di avere la febbre. Si siedono su delle altalene. A quel punto il colpo di grazia: quello che fino a poco tempo prima era un amico, si avvicinò alla ragazza pallida per parlarle. Lei non aveva intenzione di fare niente, non voleva cercare di tirarlo dalla sua parte. Lui fu intelligente. Non le diede addosso: le chiese le spiegazioni che le era stato impedito di dare.
Lei si sentiva così male da essere sull’orlo di un baratro. Ma cominciò lentamente a parlare. In breve, però, si ritrovò a parlare sempre più veloce, frenetica, mentre il racconto prendeva forma sotto i suoi stessi occhi. E lui le credeva, poteva capire.
Infine, la ragazza pallida, si allontanò con passo deciso, velocemente. La sua amica, quella che per difenderla fu difesa, la seguì. Arrivarono in bagno appena in tempo: le lacrime sgorgarono calde dagli occhi. Erano tante, trattenute troppo a lungo. Si diede tempo. Un minuto. Poi, sotto lo sguardo desolato della compagna, riprese il controllo. Si sciacquò gli occhi, si stampò un mezzo sorriso ebete in faccia, più per rassicurare l’altra che se stessa.
Tornò in aula il più tardi possibile e nessuno fece in tempo a scaricarle addosso nuove accuse. Si sedette, silenziosa. Capì che nessuno voleva fare una cosa del genere. Entrò il professore.
Era, semplicemente, depressa.
Continuava a pensare a quanto era accaduto: sapeva di avere delle responsabilità ma questo non migliorava la sua espressione o il suo umore. Persino il professore capì che non era una buona giornata. Quando lei biascicò debolmente una scusa per aver dimenticato un compito, lui fu così colpito da quello scoraggiamento che per una volta evitò frecciate, battutine e minacce. Per tutta la lezione. Fu così anche per il professore successivo.
Più tardi, dopo pranzo, la ragazza pallida e la sua amica scarmigliata evitavano attentamente di ritrovarsi nella spiacevole situazione della mattina appena trascorsa. Gironzolavano depressamene per il giardino, nella loro posizione di neo-emarginate finché non si videro arrivare contro una carica imbestialita di ragazze, dalla quale si staccarono solo in due: puntavano dritte verso di loro, che si fermarono. Chiesero di parlare. Quella alta e quella abbronzata acconsentirono. La ragazza abbronzata disse che si era resa conto che perlomeno avrebbe potuto ascoltare le sue ragioni…tutta ipocrisia, a lei non gliene fregava nulla.
Parlarono, molto più calme, tutte e tre. Lei si sentiva leggermente meglio.
[…]

Quella Ragazza pallida testo di Bianca Art
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