Anni che cammino invano, che percorro le stesse salite e questi scoscesi sentieri, senza trovare quella fonte tanto desiderata. Eppure Fuente Clara doveva essere lì. Dove indicavano le vecchie mappe dei viandanti del Supramonte e dove mi aveva suggerito Marco, il servo pastore di Maistu Bobore. A volte pareva di sentirne il gocciolio, il cavitare nelle bianche dolomie, ma forse era solo uno scherzo del vento, o il rumore degli uccelli o ancora, non saprei, forse sarà stata la mia testa. Insomma tutto mi portava a Fuente Clara. Immaginavo, una volta trovatomi al suo cospetto, di levarmi le logoranti calzature e di immergervi i miei doloranti trampoli. Ben presto quel pensiero mi rievocava altre visioni: il frusciante dondolio del grano al passar del vento, le cime a favor di vento conquistate dai visi degli instancabili camminatori, i riflessi ondulati della luna sul petrolico mare osservabile dalle candide terrazze della Sella del Diavolo. Il treno di queste immagini, che di regola stazionavano nelle curve della mia mente, era solo un anticipo, seppur carico di trasporto emotivo, di quello che sarebbe stato quando avessi davvero trovato la mia Clara Fuente.
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