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Yorkshire, 1874
L’inverno sembrava non voler finire mai alla tenuta di Grimswell Hollow. La brughiera che circondava la casa era una distesa di sterpaglia spezzata, terra gelata e nidi di corvi. Gli alberi, tutti spogli, sembravano mani tese verso il cielo grigio in una preghiera senza speranza.
Al primo piano della grande casa annerita dal tempo, in una stanza dalle tende cucite per non far passare la luce, viveva Emma Rowe, diciannove anni appena compiuti, ma con gli occhi di chi aveva già conosciuto ogni sfumatura dell’inferno.
Prigioniera da quando ne aveva memoria, Emma non era autorizzata a uscire se non per percorrere il corridoio che la portava in cucina o alla cappella di famiglia, dove sua madre si inginocchiava ogni sera per recitare rosari colmi d’odio.
Il padre di Emma, il reverendo Jonathan Rowe, era morto quando lei aveva dieci anni, stroncato da una febbre improvvisa. Era stato l’unica persona ad averla amata veramente, a trattarla con dolcezza, l’unico a proteggerla da lei: Eleanor, sua madre. Una donna alta, rigida, con occhi secchi come pergamena e una bocca sottile che sembrava fatta per pronunciare solo castighi.
«Tuo padre ti adorava perché non ha mai avuto il coraggio di vederti per quello che sei: una disgrazia mascherata da figlia» le ripeteva costantemente.
Eleanor le vietava di uscire. Le tagliava i capelli con rabbia, la costringeva a indossare abiti vecchi e laceri, la chiudeva in soffitta per giorni.
«Ogni volta che ti guardo, mi chiedo come abbia potuto partorire qualcosa di tanto inutile. Sei un castigo. Avrei dovuto affogarti quando ho visto i tuoi occhi.»
Dopo la morte del reverendo, Eleanor aveva venduto i pochi averi del marito e si era risposata con un uomo ottuso e ubriacone di nome Finch, che puzzava di birra scadente e pigrizia. Finch non parlava mai. Non faceva nulla. Ma permetteva tutto.
Emma era rimasta sola. Con Gregory, suo fratello maggiore. Un uomo grosso, sciatto, con mani sempre sporche e occhi bovini. Mangiava con lei mani e ululava come un cane rognoso. Gregory non capiva niente del mondo, ma capiva il potere. E nella solitudine e nel dolore di sua sorella, aveva trovato il suo giocattolo preferito. La toccava. La graffiava per gioco. Rideva quando lei piangeva
«Emma no figlia! Emma niente! Corvo, corvo! Emma corvo! Ti spezzo le ali!» ripeteva, ridendo da solo con sghignazzi idioti.
Emma aveva amato un ragazzo una volta. Un giovane, affascinante medico del villaggio. Ma sua madre aveva architettato ogni cosa per distruggerla: lettere mai consegnate, bugie sussurrate con voce melliflua, calunnie che avevano fatto sì che lui non tornasse mai più.
«L’amore non è per te, Emma. È per chi se lo merita. E tu... tu sei solo un errore ben vestito.»
Nessuno la sentiva gridare. Nessuno bussava alla porta. Emma viveva in una gabbia di velluto marcio e silenzi soffocanti.
Emma aveva smesso di sognare. Ma non di odiare.
E qualcosa, una notte, rispose al suo odio.
Era un inverno particolarmente lungo quando loro arrivarono.
Emma era rannicchiata sul pavimento della soffitta, nuda, tremante, coperta solo da un sacco di iuta. Sanguinava tra le gambe, le labbra gonfie per uno schiaffo. Sotto le unghie, ancora i resti del tentativo di graffiare via l’orrore. E fu allora che li sentì.
I corvi.
Uno, poi cento, poi mille. Calarono dalla foresta con un grido metallico, coprendo il tetto, le finestre, la terra. Beccavano i vetri, graffiavano il legno. E lei li sentiva... dentro. Uno parlava. Ma non era una voce vera. Era come se le venisse parlato direttamente nel sangue:
«Vuoi fuggire, figlia? Vuoi che il mondo versi ciò che tu hai versato?»
Emma non rispose. Aprì le braccia. Le unghie si fecero artigli. Gli occhi divennero più neri. E sorrise.
Il mattino seguente, Gregory cadde dalla scala del granaio, rompendosi entrambe le gambe. Disse che qualcuno lo aveva spinto, ma non c’era nessuno, e nessuno gli credette. Da quel giorno, ogni notte, sognava vermi che gli mangiavano la carne.
Poi toccò a Finch. Una notte scomparve nel bosco, nudo e urlante, e tornò tre giorni dopo completamente muto, con occhi così dilatati che sembrava cieco. Non parlò mai più.
Eleanor resisteva. Continuava a pregare, a sputare sentenze, a percuotere Emma con la Bibbia. Ma anche lei cominciò a vedere le cose.
Una notte, trovò il ritratto del reverendo Rowe bruciato dalla parte degli occhi. Un’altra notte, tutte le finestre si spalancarono da sole, e i corvi entrarono nella sala da pranzo, ricoprendola con le ali nere e il puzzo della carne morta. Le beccavano la pelle, le cavavano ciocche di capelli, le graffiavano le palpebre.
Eleanor, inginocchiata, singhiozzava e rideva allo stesso tempo, isterica, mentre lo stormo le si chiudeva attorno come un mantello di pece.
«Bastardi! Bestie luride! Fermatevi! VI ORDINO DI FERMARVI!» gridava con voce spaccata.
Ma i corvi non obbediscono ai padroni.
Ogni notte, Emma si svegliava in una stanza diversa. La sua porta cambiava posizione. I corridoi si allungavano. L’orologio nel salone suonava 13 rintocchi.
Le forze oscure si erano insidiate.
E ogni notte chiedevano di più.
«Il prezzo, figlia. Il prezzo.»
Emma si guardava allo specchio e non riconosceva più il proprio viso. La pelle pallida era screziata da vene bluastre. I capelli, un tempo biondi e morbidi, si erano anneriti come piume di corvo. Non parlava più. Ma rideva. Rideva mentre Gregory si trascinava con le stampelle. Rideva quando Eleanor urlava alle ombre.
E infine, una notte, si completò il patto.
Era il 31 ottobre. Emma scese nel salone con una veste bianca come un sudario. La casa era in silenzio. Eleanor la fissava dal fondo della stanza, avvolta in uno scialle grigio, con gli occhi febbricitanti.
«Mostro! STREGA!» gridò. «Ti sei donata a Satana! Ti sei venduta per vendetta!»
Emma sorrise. Poi parlò, con una voce che non era sua.
«No, madre. Mi sono venduta per giustizia.»
Le pareti si crepitarono. Dai pavimenti uscirono mani d’ombra, che afferrarono Eleanor e la trascinarono sottoterra, lasciando solo la sua Bibbia a bruciare.
Gregory fu trovato con la bocca piena di terra e vermi, soffocato nel sonno. Finch si gettò nel pozzo dietro casa, e nel momento in cui toccò l’acqua, questa divenne nera come l’inchiostro.
Da allora, Grimswell Hollow rimase vuota. I tetti crollarono. I corvi nidificarono nelle stanze. Ma ogni notte, una finestra del primo piano si accende. E chi guarda attentamente vede una figura sottile, vestita di bianco, con occhi che brillano come carboni ardenti.
Emma è ancora lì.
Non più prigioniera.
Ma padrona.
Nessuno osa più avvicinarsi. Nessuno osa sfidarla.
Perché la Figlia del Corvo ha trovato la sua voce.
E ha fame.