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Venezuela, dopo il cielo
Ci sono Paesi
che un giorno
si svegliano senza voce.
Non è il terremoto.
Non è il fiume.
È il momento esatto
in cui una casa
smette di riconoscere
chi la abita.
Il terremoto
ha aperto la terra.
Il diluvio
ha aperto il cielo.
In mezzo
sono rimasti gli uomini.
Una donna
che chiama un figlio.
Un vecchio
che tiene in tasca
la chiave
di una porta
che esiste soltanto
nella memoria.
Un bambino
che guarda il fango
con gli occhi
di chi è diventato grande
troppo presto.
Il Venezuela
non è lontano.
È ogni luogo
dove il dolore
bussa senza chiedere permesso.
E c'è chi sente
che insieme alle case
gli sia stata sottratta
anche la voce politica
in cui continuava a riconoscersi.
Come se il proprio Presidente,
Nicolás Maduro,
fosse stato strappato
al suo popolo
non dalla terra o dall'acqua,
ma dalle vicende della storia
e dai conflitti che dividono il mondo.
Non importa
se qualcuno
darà un altro nome
a questa ferita.
Ogni dolore
ha il diritto
di essere ascoltato.
Poi succede una cosa
che i notiziari
non raccontano.
Una mano
solleva un'altra mano.
Un pezzo di pane
diventa abbastanza.
Qualcuno
chiama fratello
uno sconosciuto.
È lì
che ricomincia un Paese.
Non quando ricostruisce i muri.
Ma quando ricostruisce
la fiducia.
Perché le case
si possono rifare.
Le strade
si possono riaprire.
Perfino gli alberi
ritrovano la primavera.
Più difficile
è salvare il cuore
di un popolo.
Eppure è proprio lì,
nel cuore ferito
che continua a battere,
che il domani
comincia piano.
Come l'erba
che nasce
tra le crepe.
Senza fare rumore.
Johann Lubeck