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Mio padre, Dedalo, era l’inventore più brillante della Grecia. Non lo dico io, lo diceva Minosse, il re della nostra isola, alla corte del quale mio padre lavorava. Circolavano storie incredibili sul suo conto, alle quali io stesso faticavo a credere. Si diceva addirittura che avesse costruito un animale di legno per permettere alla nostra regina di unirsi a un toro sacro donato da Poseidone. Ogni volta che gli avevo fatto domande riguardo a questo avvenimento si era voltato dall’altra parte, dicendo che il suo lavoro non mi riguardava. Era un uomo schivo, mio padre, ma credo mi amasse sopra ogni cosa.
La storia del toro, che aveva del fantastico e mi faceva ridere solo al pensiero, si era in realtà rivelata assolutamente plausibile quando la regina aveva dato alla luce un essere abominevole, a metà tra l’uomo e l’animale. Stando a quanto avevo sentito raccontare, la creatura aveva il corpo umano e la testa di un toro, e già dai primi istanti di vita si era mostrata feroce e assetata di sangue. La regina aveva scelto per lui un nome, come aveva fatto con tutti gli altri suoi figli: l’aveva chiamato Asterio, stella. Sull’amore materno ebbe la meglio la preoccupazione generale per la nascita di quell’essere anomalo, e il giovane principe divenne conosciuto da tutti come Minotauro, in riferimento alle sue sembianze mostruose.
Quando nacque il Minotauro ero ancora un bambino. Ricordo che, un giorno, chiesi angosciato a mio padre se il destino di Asterio sarebbe stato la morte. Mi rispose di no, che a Minosse avere un mostro a Creta sarebbe tornato molto utile per tenere lontani i nemici. Non capii subito bene che cosa intendesse, ma cominciai a vederlo sempre meno. Stava sempre con Minosse, o chiuso nella sua officina a lavorare, o a supervisionare un cantiere da poco aperto, al quale nessuno aveva il permesso di avvicinarsi. Alla fine, la sua più grande impresa si compì: aveva progettato un immenso labirinto, una prigione per il mostro, dalla quale sarebbe stato impossibile scappare.
Poco dopo la costruzione del labirinto, Minosse cominciò a riscuotere i tributi: ogni anno, Atene avrebbe dovuto inviare a Creta quattordici dei suoi giovani, sette maschi e sette femmine, che sarebbero stati sacrificati tra le fauci del Minotauro.
Erano già morti ventotto tributi ateniesi, e nel frattempo da bambino mi ero fatto ragazzo.
“Quest’anno posso andare a vedere i tributi?” chiesi a mio padre un giorno. “Ti prego, ormai sono cresciuto” insistetti, vedendo che lui mi ignorava. Mio padre faceva sempre così quando era contrariato: non mi diceva di no, mi ignorava e basta, come a sottolineare quanto la mia richiesta fosse assurda e per nulla degna di nota, o forse soltanto perché non aveva il cuore di impormi un rifiuto.
Ma io, proprio perché ero cresciuto, non ero più disposto ad accettare le sue imposizioni. “Almeno rispondimi!” esclamai, forse un po’ troppo arrogante.
Finalmente, mio padre mi guardò. Aveva lo sguardo affranto, e in effetti mi ero chiesto spesso se non si sentisse in colpa per l’uso che era stato fatto della sua invenzione. Mi domandavo se lo avesse saputo, nel momento in cui aveva costruito il labirinto, se sentisse sulle mani il sangue di quei ventotto ateniesi, e di tutti quelli che ancora sarebbero morti. Poi mi ricordavo che non dovevo incolpare mio padre, dovevo incolpare Minosse, solo che Minosse era il mio re e quindi non potevo incolpare nemmeno lui. Alla fine, mi ritrovavo solo con un senso di impotenza che non sapevo dove incanalare. Era il motivo per cui cercavo di evitare il più possibile certi pensieri.
“Hai saputo?” mi chiese.
Lo squadrai. “Saputo cosa?”
Fu costretto a mettermi al corrente della verità. “Il principe di Atene è sbarcato con i tributi.”
Cercai di decifrare la sua espressione, senza successo. “Vuole chiedere la mano della principessa Arianna?” ipotizzai ingenuamente, senza capire dove mio padre volesse andare a parare.
“No, la principessa Arianna è già promessa.”
“Allora cosa vuol dire? Ci sarà una guerra?”
“Beh, può darsi. Icaro, il principe di Atene è qui come tributo.”
Sgranai gli occhi. “Come tributo?”
“È stata una sua libera decisione. Forse vuole fare l’eroe, ma non ha idea di cosa lo aspetta” mi spiegò.
Restai in silenzio un attimo, poi chiesi: “Come si chiama il principe?”
“Si chiama Teseo.”
Per i giorni successivi evitai di chiedere a mio padre il permesso di vedere i tributi. Di giorno non facevo nulla, e di notte mi abbandonavo a sonni agitati. Immaginavo i tributi che arrivavano a Creta, con il terrore nel volto, consapevoli di andare incontro alla morte. Li immaginavo nel labirinto, divorati dal mostro, e vedevo soccombere davanti a me anche quel Teseo. Non riuscivo a capire se lo ritenessi molto coraggioso o solo molto stupido.
“Il re cosa pensa di questa storia di Teseo?” chiesi a mio padre, che col passare del tempo si era fatto sempre più taciturno.
“L’ha onorato per il suo coraggio.”
“Davvero?”
“Sì, ma è tutta una montatura. Minosse ha paura che possa creare problemi, anche se gli ho ripetuto più volte che è una paura infondata. Domani all'alba i tributi saranno portati nel labirinto, e nessuno di loro riuscirà ad uscirne, neanche Teseo. L’unica persona che ne sarebbe capace ce l’hai davanti, se non consideriamo la presenza del mostro.”
Appena mio padre finì di parlare, qualcuno bussò alla porta. Lui si alzò dal tavolo dove stavamo mangiando senza fare una piega, e andò ad aprire. Rimase sulla soglia un attimo, ma non riuscii a vedere con chi stesse parlando, poi si chiuse la chiuse alle spalle. Dopo pochi minuti rientrò.
“Chi è venuto a disturbarti a quest’ora?” domandai.
“Gente del palazzo” rispose, vago.
Finimmo il pasto in silenzio.
L’indomani a tutta Creta fu data la notizia. I tributi erano salvi e lontani da Cnosso, il Minotauro morto dentro al labirinto, Teseo e la principessa Arianna scomparsi. Minosse era su tutte le furie.
“Avevi detto che Teseo non sarebbe mai riuscito a uscire dal labirinto” osservai, parlando con mio padre.
Lui scosse la testa. “Avevo detto che non ci sarebbe riuscito da solo.”
“L’hai aiutato tu?”
“No” rispose, categorico. “Saranno stati gli dèi.”
“O la principessa Arianna” aggiunsi, anche se dubitavo che Arianna conoscesse i segreti del labirinto. “Ma credi che Minosse darà la colpa a te?” Avevo passato tutta l’infanzia ad essere fiero dell’ingegno di mio padre e ora temevo che la sua più grande creazione gli si ritorcesse contro.
“Minosse non ha tempo da perdere con me, ora sta pensando a sua figlia che è fuggita con Teseo. Tu però devi mantenere un profilo basso, più basso che mai, hai capito?” me lo disse in modo fermo, ma sempre con quel tono paterno e amorevole con cui mi parlava fin da quando ero bambino. Era preoccupato, ma non voleva far preoccupare anche me.
Io annuii. Ripensai alla sera prima, quando avevamo ricevuto quella visita inaspettata durante la cena, a come mio padre si era rifiutato di dirmi di chi si trattasse. Non riuscivo a credergli fino in fondo, quando mi diceva che non c’entrava niente.
Nonostante avessi seguito alla lettera le sue indicazioni per tutti i giorni seguenti, una sera le guardie di Minosse sfondarono la nostra porta. Dovevano imprigionarci, per ordine del re.
“Sta’ calmo” mi sussurrò mio padre, e io mi sforzai di non opporre resistenza mentre mi prendevano e mi trascinavano con loro. Sapevo dove si trovavano le prigioni a Creta, per cui rimasi stupito quando mi accorsi che non era il luogo in cui le guardie ci stavano portando: era verso il labirinto. Ci sbatterono lì e ci chiusero dentro, sbarrando ogni uscita.
Temetti che sarei morto di fame, di freddo e di stenti, e mi sembrava quasi di sentire vicino a me il fetore emanato dal corpo del Minotauro in decomposizione. Ecco, questa sarà la mia fine, pensavo. Anzi, la mia sarà anche peggiore, perché forse il colpo di Teseo era stato ben assestato e la povera bestia non aveva sofferto più di tanto, io invece avrei patito tutto il possibile. Passai dal considerare quel Teseo che non avevo mai visto una specie di eroe ad odiarlo, perché era tutta colpa sua se io e mio padre avremmo finito i nostri giorni dentro il labirinto. Non che ce ne restassero molti, vista la nostra situazione.
Ci misi poco a capire che nel cervello di mio padre gli ingranaggi avevano ricominciato a girare, e la cosa riaccese in me un debole barlume di speranza. Camminava per il labirinto raccogliendo piume e ammassando fango, mi diceva di aspettarlo in un punto e faceva sempre ritorno, perché conosceva quegli intrecci come le sue tasche. Di giorno raccoglieva e di notte, mentre io dormivo, lavorava - non avevo il coraggio di chiedergli a che cosa.
Alla fine furono pronte. Due paia d’ali, uno per me e uno per mio padre, che ci avrebbero portato al di là del labirinto, al di là del mare, via da Creta, di nuovo verso la libertà. Decidemmo di partire all’alba, quando ancora sull'isola la vita non era incominciata, ma c’era già abbastanza luce per riuscire ad orientarsi.
“Non preoccuparti delle sentinelle, se tutto va bene ci scambieranno per degli uccelli e si terranno le frecce nella faretra” disse mio padre, quando già avevamo entrambi le ali addosso. “Mi raccomando, non volare troppo vicino al mare, altrimenti le ali si bagneranno” mi ammonì. “E nemmeno troppo vicino al sole, altrimenti il suo calore scioglierà la cera e precipiterai nell’acqua. Hai capito?”
Annuii, desideroso di concludere in fretta il momento delle raccomandazioni e passare finalmente all'azione. Non vedevo l’ora di partire, andarmene, vedere il mondo. Speravo di cominciare una seconda parte della mia vita, migliore di quella passata a Creta.
Volammo per due giorni e due notti. Con indosso le ali mi sentivo potente, invincibile, libero, come mai ero stato in vita mia. L’unica cosa che mi tratteneva erano i consigli di mio padre, che continuava a urlarmi di stare più in basso, più in basso, più in basso, ma il cielo era così bello e io volevo vederlo tutto, volevo vedere il sole. A un certo punto fui così lontano che le urla di mio padre nemmeno si sentivano più, ero arrivato in alto e avevo intenzione di continuare a salire. In effetti continuai, finché non avvertii il bruciore della cera sciolta sulla schiena. Fu troppo tardi quando mi ricordai dell’ultima raccomandazione di mio padre: non volare troppo vicino al sole. Le ali si staccarono e mi sentii improvvisamente nudo, cominciai a precipitare. L’ultima cosa che sentii fu il grido disperato di mio padre, che urlava il mio nome. Deve aver cercato di afferrarmi al volo, ma invano, perché quando mi scontrai con l’acqua caddi così in profondità che non riuscii più a risalire. Dal punto più alto del cielo piombai sul fondo degli abissi.
Il mare prese possesso di me, e non mi restituì mai più a mio padre. Mi domando che cosa ne sia stato di lui.