Avrebbe potuto vivere anche così, con quella solitudine che la terrorizzava ma che ormai le faceva compagnia. Avrebbe potuto continuare a guardarsi da fuori criticando almeno la metà delle sue espressioni, e a viversi da dentro senza riuscire ad evitarle. Quelle espressioni. Se ne stava lì seduta su una panchina di legno divelta di una stazione ormai morta, a osservare quel treno immobile, rosso di ruggine ma stanco di una stanchezza quasi infausta. Questo, diceva, la faceva sentire oltremodo viva. Poi si metteva seduta davanti a sé, con quei ricci accomodati e le gambe ben strette, e quel silenzio la rimandava a pellicole in bianco e nero che scorrevano in fotogrammi lenti, lenti forse come quel treno, quando ancora la ruggine non se l'era mangiato. L'espressione persa, a tratti rivolta ai sassi, grigi, stanchi anche loro, a tratti proiettata all'orizzonte, creava nella sua mente di astante luci e colori quasi fuori tema. Quei pensieri volavano, si intrecciavano, prendevano forma di ali, accendevano persino quei sassi grigi. Odiava e amava quei suoi silenzi. Li odiava per quell'espressione accigliata e assente che la portava a passare le ore in una stazione dimenticata. Li amava perché nel silenzio poteva sperare, più intensamente di quanto non potesse urlando, che qualcuno la salvasse da sé stessa. Perché si vergognava a chiederlo, si sentiva debole anche solo a desiderarlo. Ma i desideri, più sono deboli, più sono forti. Guardava quel treno, ormai solo ferro vecchio, che un tempo faceva odore e rumore. Anche lei faceva rumore, molto rumore. Come il rumore di un film muto in bianco e nero. Il rumore nella testa di chi lo vede.
Solamente viva testo di BimbaBoo81