Da: GLI DEI DELLA MENTE

scritto da alberto barletta
Scritto 11 anni fa • Pubblicato 11 anni fa • Revisionato 11 anni fa
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genere autobiografico
- Nota dell'autore alberto barletta

Testo: Da: GLI DEI DELLA MENTE
di alberto barletta

Autore: ( Rivolgendosi al pubblico)
Rispettabile pubblico, ma no, che dico, odiato e incompetente pubblico, a voi rivolgo un po'
del tempo dell'autore.
Sono nato nella luce del beato, allevato dalla voce della croce, ho sperimentato
la pazzia dei violentati, ho abitato la casa dell' aurora. Ho camminato su la strada
del ritorno, dopo aver dialogato a lungo con gli eroi omerici.
Ho amato la diversità degli esseri diversi, sono stato felice come il mare, ed ero amato
dalla terra come figlio del mondo.
Ma ora tutto è tramontato. Ora vivo nella luce buia del dolore, ed abito la terra dei drogati.
E cammino su le vie del disastro, amando sempre l'irregolarità dei differenti.
Sono figlio del tuono, e parlo con la luna ed il creato. La mia parola è quella del fuoco.
Ed ascolto il mormorio delle maree, e il canto del cielo inebria la mia mente.
Perchè non posso che gridare il mio tormento, e ascoltare se le immagini
del ventre barbeliota si palesano alla mente del poeta.
Perchè la tempesta oscura il sole della veritas, ed è inutile annegare il mio dolore
nell'ebbrezza di una droga o nell'estasi del vino.
Perché adesso è giunta l'era della repulsione, e perfino il sesso più non esalta
le membra stanche di gridare.
Ah; potessi dormire senza temer di morire, invece la veglia oscura assedia
le notti allucinate dell'insonne.
E alle cinque e mezzo del mattino esco dalla casa periferica del matto
recandomi al bar dove assaporo il cibo degli esclusi.
Fumo la mia brava sigaretta, poi ritorno sui miei passi diretto verso il nascondiglio
dove vive l'innocenza. Perché non più riesco a dare un senso alla mia vita:
e perfino l'amore dei giusti non rincuora il cuore straziato dalla cadenza
maledetta dell'angoscia. Un fuoco abita nel corpo risvegliato dal sole
dell'amore, e il caledeiscopio impazzito dell'essere proietta l'ombra
dell'incognita sul muro della mia volontaria reclusione.
E la scena è il regno dell'attore: è lì, in quello spazio magico seppur reale,
che l'attore esercita la sua magia. Perciò prestate attenzione a questo dramma,
e dedicate il vostro ascolto a questi versi. L'attore è un essere complesso,
perché deve vivere i versi dell'autore, deve annullare il proprio io, per ospitare
il personaggio: la schizofrenia è alla base di ogni grande recitazione.
E mi nascondo nel buio dell'incoscienza: incontaminato oblio dei diseredati.
E mi lascio cullare dal mistero custodito dal mare che lambisce la riva dolcemente.
E l'arcano lucente dell'astro notturno giammai vorrà rivelare l'esistenza occulta
del mistero nel freddo sibilare del vento invenvernale. Oh la notte atroce del risveglio;
perdizione degli afflitti, consolazione degli infermi, salvazione drogata dei disperati.
E bisogna infondere tutto il coraggio necessario per uscire vittorioso dallo scontro
col nemico che progetta la prossima tentazione assassina sperando nella caduta
irreversibile del matto.
E non posso non invocare la morte che giunga presto a esorcizzare la mia pena
lascindomi respirare la salvezza dell'eroe.
Perché i reietti possono soltanto anestetizzare la propria sofferenza con qualche rimedio
illegale che conduce all'estinzione. Ed io sento fratelli tutti coloro che vivono la vita
come un incubo mostruoso che altro non ammette che l'ultimo risvweglio: la morte!
Perché il creato è affaccendato nel circolo immortale delle morti ripetute e subitamenbte
sostituite dalla rinascita collettiva di nuovi esseri incarcerati nelle menti singole degli afflitti
e tutte collegate con la grande mente che guida la Natura. E le strade dell'eccesso
conducono alla rovina del tramonto individuale. E i passi incerti guidati dall'occhio
onnisciente dell'eterno lasciano l'orma ardente su la stradina di montagna che conduce
al santuario del dio ubriaco al quale ho votato l'esistenza.
Perchè grido l'abuso che ha violato l'innocenza nell'ora magica dell'incoscienza.
Mentre il mio pensiero vola alto con l'ali immaginifiche dell'intuizione poetica che esprime
i lineamenti docili dell'orrore stipato nel cuore ottuso ed ignorante del creatore di questo
cosmo. E cammino lungo il viale dei ricordi, dove i volti degli amici morti mostrano
le fattezze evanesscenti della gloria. Perché ho speriemntato ogni tipo d'estasi drogata,
e adesso il mio corpo rigetta anche il più piccolo frammento di lenitivo naturale.
E svelo l'arcano che nasconde la rivolta perenne dei poeti: eterni spiriti liberi
esperti nella concordanza fra il limite e l'infinito, fra l'estasi e la saviezza, fra 'l dolore
e la serenità degli innocenti. Fra la luce dell'aurora che sbianca l'oscurità labile del primo
mattino e il buio dell'Ade; che tortura i trapassati con ogni sorta di tormento.
E rivivo l'attimo indelebile dell'ansia che scuote il cuore con il ritmo ossessivo dell'addio.
E ripenso al dubbio che aggredisce la pace di una fede che subisce l'amara tirannia
dello sconforto. Perché l'oscurità obliante del Tartaro infelice spinge a circumnavigare
l'arcipelago in fiamme di un io maledetto dalla carne che lo ingabbia.
E le calde membra del sole vengono sedotte dal sogno profetiico che lo spinge
a roteare nel cielo in senso orario per poi tornare nell'immobilità apparente mentre tu
ti chiedi perché il Signore è così proficuo di rivelazioni proprio verso il servo peggiore.
E così contnui ad unire le tue mani a formare la preghiera capace di spezzare
il silenzio che ti avvolge.
Ma poi ritorna l'età angosciante della prova, e altro non puoi fare che resistere
all'aggressione orrenda del nemico che manifesta la voracità bestisle dell'inferno.
E quando il tempo ossessivo della prova si dilegua, sole resta l'aureola del santo
a illuminare l'io tramortito dal contatto eterno con l'Amore.
Perché diviene santo solo chi detesta la propria vita e la sua carnale schiavitù.
Ed io sono così stanco del dolore del giusto che conduce alla follia che solo posso
annegare il mio tormento nell'effetto ipnotico di qualche droga.
Povero me, i miei occhi si colmano di lacrime dinanzi allo strazio dei diseredati.
E non faccio che reprimere il grido straziante del poeta maledetto dalla terra
e respinto dal cielo. Oh poeta, che vai per le vie del mondo custodendo
il segreto della vita, e che serbi la memoria dell'umanità come l'oceano custodiusce
il segreto dei suoi anfratti brulicanti vita.
E alla fine di questa notte rinasco insieme alla Natura per poi morire nell'eternità
dei risvegliati che più non dormono il sonno ozioso della vita e le illusioni ha visto
decadere una ad una sotto i loro occhi stupefatti. E continuo a camminare guidato
dalla stella del giudiuzio che illumina il cammino dei profeti. E leggo il mio futuro
nelle foglie rinverdite dalla primavera E ascolto il vento della notte che canta
la dolcezza del silenzio. E la vertigine del mostro di Kafka mi attrae verso la gravità
dell'abisso ove sprofondo inabissandomi nel nulla di quanti si disoperano al cospetto
di una vita che assume i lineamenti orrendi del volto sconvolto dalle allucinazioni
sgorgate dalle visioni traboccanti gli orrori di una religione monastica dedita
al vizio della perdizione. Salvatemi dall'Ade, oppure uccidetemni affondando
il pugnale in quersto cuore indegno di battere l'antica emozione che scoteva
i poeti maledetti.
( Accasciandosi in terra, stringendo il viso fra le mani tremanti)
Oh misera esistenza che fai strage di ogni mia innocenza:
Apri con lo stiletto del sicario la ferita immedicabile del martire nel petto:
Possa sgrograe tutto il sangue dell'agnello, e infine io cadere come sacco vuoto
in terra, ormai privo di vita.
Ed pra uscirò di scena come ci sono entrato: grande e onnipotente come la tenebra
radiosa che nasconde il volto misterioso dell'autore.
FINE QUINTA SCENA
Da: GLI DEI DELLA MENTE testo di alberto barletta
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