Storie di Santi (21/06/04)
Vesto per un istante i panni di chi si trova dall’altra parte del tempo, tu che leggi ora, in questo tuo ora che io chiamo quello, so bene che nel tuo ora ti aspetti di leggere qualcosa di nuovo, di mai sentito, lontano da un telegiornale che senza cortesia ci imbocca fra la pasta ed il vino, diverso da quanto, talvolta, sentiamo in piazza dalla saggezza popolare ed io, dal mio canto, sento in palestra dai miei vecchietti personali, ed ancora diverso dai racconti dei nonni, che vantando un rapporto personale con gli interlocutori, talvolta tingono di magia o fervore le proprie parole. Cosa lascia allora una pagina scritta se non in bocca quel sapore di voler gustare ancora un non so che, come dopo un caffé zuccherato male, se questa pagina si mette a raccontare di cose che potremmo già avere sentito e commentato a volontà. Lo ammetto, se qualcuno ti ha venduto questa storia attraverso un gradevole commento, beh, sei stato ingannato, ma ora non puoi farci niente, a meno che non sia il tuo vicino di casa, se non scrivere due o tre bestemmie sui bordi bianchi, tanto questi fogli sono tuoi, le parole non proprio, ma l’inchiostro… hai comprato anche quello. La storia che pensavo di narrare non è poi il grido più originale del mondo, ho avuto una visione, o almeno credo, ho incontrato un santo ed ho parlato con lui, e allora? Lo fanno tutti, ogni tanto, non è più orignale neanche parlare alle piante, siamo troppi, anche l’originalità è condannata.
Così fra questi troppi che pestano le stesse cose che pestiamo noi, fatta eccezione per quei momenti personali che ci accompagnano per tutta la strada, tipo le gomme da masticare e talvolta anche i sassolini sanno distinguersi dalla plebaglia, fra questi troppi anche io ho visto un santo, un tipo silenzioso, opaco nello sguardo. Non ho mai saputo, o meglio non vi ho mai creduto, non ho mai capito le visioni degli altri, che narrano di santi sempre sorridenti, che ci sventolano con gioia le proprie sciagure, poveri frustrati. Ma dall’ovunque e dal generico spostiamoci ora al mio autogrill, mio solo come preferenza, perché è qui che ha luogo la mia vicenda, sull’A14 in zina Città S. Angelo, e ancora più precisamente vicino ad un furgone bianco parcheggiato all’ombra. Qui un quarantenne, con capelli poco più che brizzolati e fino alle spalle, pesanti che il vento ne smuoveva solo i superficiali, si appoggiava al furgone terminando la sua sigaretta, jeans blu a zampa e camicia semplice marrone, con le prime due asole superiori a riposo, come un datato figlio dei fiori con un impiego in cassa di risparmio… fumava annoiato, ma posso già dire che non lo era per il viaggio, si portava dietro quel muso da troppo tempo ed io, da troppo tempo, non avevo sigarette. Chi non ha mai chiesto sigarette in occasioni da cui è difficile fuggire, vuol dire che crudelmente ignora i pericoli verso cui corre consapevolmente il dipendente, in questo caso come i duemila anni da sfogare del banchiere o presunto tale per sciogliersi un po quel muso e continuare il viaggio. E così iniziò a confidarsi, insinuandosi sempre più insistentemente fintanto teneva in gioco l’accendino. La concorrenza, bofonchiava, la concorrenza, e fu così che non molto tempo dopo entrammo insieme all’autogrill a comprare le sigarette ed io ripresi definitivamente a fumare.
Quante ne sono passate di storie del genere, per amore si sopporta, per amore si resiste un altro po, maledette sigarette, e poi una è sempre poco, serve un jolly, l’una in più alla fine della storia che permetta di recuperare il fiato, ma quella, il coraggio non c’è mai. Lui però era diverso, non proprio interessante, né tanto meno ne ero affascinato, ma di quale concorrenza parlasse un banchiere in jeans con il furgone mi incuriosiva tanto da tornare, come detto, a comprarle di mia tasca, le sigarette intendo. Ma così che intanto avevo già deciso che lui fosse un banchiere, altrettanto non capivo, ero un vero rimbambito ciondolante all’autogrill, che si muoveva condannato che mi muovevo condannato da un accendino nella mano che governa. Quando l’incontro avvenne fra la sua sigaretta e l’accendino, quando finalmente mi misi a respirare, mi accorsi che il racconto era già iniziato e sarebbe stato scortese correre via senza una scusa, visto che in macchina non fumo, non si può rovinare l’umanità perché non abbiamo avuto il tempo di cercare una scusa, chi offre una sigaretta va rispettato, potrebbe altrimenti essere l’ultima sua offerta, così ce il profano causi un rifiuto al successivo dipendente. Insomma, se quel sant’uomo mi aveva offerto una sigaretta, era ora mio dovere restare a far finta si ascoltare, ma con la differenza che quell’uomo santo lo era per davvero, del tipo con l’aureola, che muove i cieli trasmettendo la volontà di dio, e forse me lo aveva anche detto, ma della prima parte non avevo più memoria. Un furgone, la concorrenza, il giro del mondo, il bue, il caldo, pazienza, sono abituato a sentire poesie su Pisa, resisterò, mia moglie in treno col bambino, continuava. Così che il solo santo addetto alla vita matrimoniale era lì al mio cospetto.
Si, continuava reduce dal mio volto scettico, il seggiolino per il bimbo è rimasto nella Golf, d’estate lo sai che i controlli sono serrati, poi qui non c’è l’aria condizionata ed il bue ronfa tutto il tempo, mi aspettano ad Ancona per le cinque. Ma è assurdo, dicevo, non capivo, dici di avere una Golf e nel frattempo ti dichiari San Giuseppe, la tua immagine, scusa, è canonica, bue e asinello. Bue e Asinello, in realtà, non sono sempre richiesti, per stavolta, ad esempio, abbiamo trattato fino ad accordarci per uno solo dei due. Ma tu non puoi neanche pretendere che io immagini la Madonna al volante. Infatti non ha la patente, ma tu cerca di capire che se viaggiamo in asino riusciamo ad accettare al massimo due incarichi al mese, non possiamo mica lavorare sempre nello stesso posto, la gente si stufa, sai. Lavorare, tu, ma non hai già fatto abbastanza, e poi sei falegname, giusto? Lo ero,, prima di mettermi a fare il santo. Lavoro di tutto rispetto. Puoi dirlo, ormai non lo avrei fermato più, puoi ben dirlo, soprattutto oggi con questa concorrenza, la concorrenza, era tornato a bofonchiare, la concorrenza, e poi scese il silenzio, io tornavo a ciondolare, lui aveva già finito di fumare, serbava in mano un’altra sigaretta, ancora da accendere, ma con la stessa mano compiva piccole rivoluzioni a rimescolare i suoi pensieri. Che imbarazzo.
Parli dei mussulmani? Tirai ad indovinare. Cosa? E si risvegliò anche lui. La concorrenza, dico, parli dei mussulmani? I mussulmani, quanti ricordi, no, i mussulmani sono troppo religiosi per dare fastidio di Questi tempi. Parlo dei nuovi, dei talenti emergenti, subito pronti a divorare la strada davanti senza curarsi dei più anziani, di chi la ditta l’ha mantenuta per anni. Se non stiamo capendo niente, amico acquirente, è tutta colpa di una mia svista, perché per ditta, poi me lo spiegò, intendeva quella con la D maiuscola. Tante altre cose non capivo, ma se uno è santo ne esisterà pure una ragione, state sicuri che prima o poi noterà l’abisso nella vostra mente e vi aiuterà, è parte l’aiutare, o almeno credevo che lo fosse, del loro lavoro. Faccio le apparizioni in giro per il mondo, visioni singole o collettive, assieme a tutta la famiglia anche se io, in fondo, sono il meno richiesto pur tuttavia indispensabile per via dei trasporti. Tu quindi gire per l’Italia… Il mondo! scusa, tu giri per il mondo facendo apparizioni commissionate? Si, ma è un periodo di magra, siamo in troppi, la concorrenza, e tornò a bofonchiare, la concorrenza. Ho finito le sigarette, poi disse. E cosa accadde a questo punto sembra chiaro, fino al punto in cui tornammo all’ombra del furgone, più scomoda ma con un pizzico di vento. Perché ancora stesse lì a parlare resta un dubbio, ma i santi sono anche noti per il non rispondere mai alle aspettative, quindi non credo sia più strano di tutto il resto. Perché stessi ancora lì è tutta un’altra questione, colpa del mo gusto per la rarità, un santo delirante tutto per me. La concorrenza, bofonchiai.
Credi che solo nelle società per azioni ci sia una guerra interna per il ruolo migliore? E così dicendo si impadronì del ruolo di delirante. Vuoi sapere qual è il santo che temiamo di più? Un santo temuto, ma non mi sentì, o forse non lo dissi. Padre Pio ci sta mettendo nell’ombra, lui appare di qua, guarisce di là, ma soprattutto ha alle sue spalle un folto gruppo di magnati dell’economia, li avessi avuti io. Per me tutto quello che hanno pensato è stata la festa del papà, le zeppole, e al più il proverbio della pialla, che fra l’altro non mi favorisce affatto, bella pubblicità. Non lo tranquillizzai, al contrario accese un’altra sigaretta non curante di quella già accesa. Al di sopra, dici… Padre Pio ha le sue statuette, le sue gite organizzate, le videocassette all’autogrill. Se qualcuno vuole un miracolo,va da Padre Pio. Che c’entra, tu sei un falegname, non sei molto rassicurante, poi voi avete avuto il vostro tempo, le crociate, i pellegrinaggi. Il giorno in cui imparerò a stare zitto, credo che per venire non basterà un solo santo. Il nostro tempo, riprese, diventa santo, andavano dicendo, il nostro tempo. Senza il nostro tempo mi dici che senso avrebbe avuto il loro tempo, senza il piccolo mi dici che senso avrebbero avuto le stigmate. Che barba, sarà santo, ma non è un osso facile. Lo hai visto quel film, continuò, quello lì, Stigmate? Mentii.
Quando tutto ciò che vorresti è accettare il futuro, ma il più velocemente possibile, le soluzioni tardano poi ad arrivare, ma prima o poi arrivano. Il piccolo cosa dice a proposito? Quello che rovina le serate natalizie è spesso l’incapacità di sapersi accontentare, propria o degli altri, per quell’altro spicciolo in più, quando giocando a sette e mezzo hai quel sei o magari sette e vuoi qualcosa di più. ,a poi lo sai che la fortuna non ti sorride. E allora perché aggiungere a proposito, poteva avere problemi di donne, avrei sopportato meglio del discorso sull’economia, a meno di scoprire un sindacato dei santi. Secondi di terrore seguirono una domanda sbagliata. Poi, tuttavia, uscì il dieci di denari, in gergo la matta. Non dice, fu la risposta, ha più audience da neonato che da adulto, per fortuna non è in età da favella, lui è antieconomicista, non è facile da sopportare. Ma la madre, neanche il tempo di rincuorarsi del successo, della fortuna, la madre non resiste, lo sai le donne, non si sente a proprio agio. In che senso? Dannata lingua. Perché vorrebbe cambiarsi ogni tanto ma non può, mese scorso era in giro con un abito su misura di Valentino, ma nessuno ci ha riconosciuto, figuriamoci poi tagliarsi i capelli o tingerli, rinnovare il look. Forse con una strategia pubblicitaria, magari sei mesi in televisione. Pronunciai queste parole con l’orgoglio di dare un consiglio ad un santo. Non si può, è peccato. La pubblicità per noi deve essere un movimento spontaneo, tutto e troppo umano. Tu cosa fai nella vita?
Un uomo qualsiasi, in questo caso io, aveva compiuto un altro passo verso l consapevolezza della propria importanza e della propria posizione. I santi non sanno tutto, non quelli stressati, almeno, per non parlare poi dell’importanza di studiare filosofia, le campagne pubblicitarie non ci riguardano mai da vicino. Qualcosa suona nel tuo furgone. Il mio navigatore. Hai il navigatore satellitare sul furgone? Non è un satellitare, è un po’ più in alto, ci avvisa con precisione su quando partire e quando sostare, un gioiello! Qualcuno, comunque, sa di più
Storie di Santi testo di kurt