Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
Nel sottopasso, la luce faceva fatica a decidere da che parte stare.
L’ombra si fermò al centro.
Non tremava.
Non scappava.
Stava provando.
Riccardo non si mosse.
Vice sì.
«Capo… sembra che…»
«Non finire la frase,» disse Riccardo.
«Le ombre sentono quando le definisci.»
L’ombra si allungò.
Poi si piegò.
Poi si raccolse.
E per un attimo prese una forma chiara.
Un uomo.
Non Luminari.
Un altro.
Vice fece un passo indietro.
«Ma questo chi è?»
Riccardo lo guardò meglio.
Non il volto.
L’atteggiamento.
«Uno che non ha più nessuno sopra,» disse.
«O uno che non vuole più tornarci.»
L’ombra fece un movimento strano.
Come se stesse… respirando.
Poi cambiò.
Una mano diventò troppo lunga.
La testa troppo piccola.
La postura sbagliata.
«Non è stabile,» disse Riccardo.
«Sta imparando.»
«A fare cosa?»
«A non essere più una conseguenza.»
Un rumore.
Leggero.
Dietro di loro.
Il cocker spaniel era lì.
Nessuno lo aveva sentito arrivare.
Era seduto all’ingresso del sottopasso.
Fermo.
Attento.
Guardava l’ombra.
Non con curiosità.
Con riconoscimento.
«Come ha fatto ad arrivare qui?» sussurrò Vice.
Riccardo non rispose.
L’ombra si voltò verso il cane.
E per la prima volta… esitò.
Il cane fece un passo avanti.
Uno solo.
Poi si fermò.
Come si fa davanti a qualcosa che si conosce,
ma non si vuole disturbare.
L’ombra si contrasse.
Poi si distese.
E per un attimo, uno solo,
assunse una forma perfetta.
Un profilo netto.
Quasi umano.
Quasi… familiare.
Riccardo lo vide.
Non disse nulla.
Poi l’ombra si spezzò.
Non si ruppe.
Si divise.
Due direzioni.
Due intenzioni.
Una restò.
Una scivolò via, lungo il muro, veloce.
«Capo!»
«Lascia stare,» disse Riccardo.
«Ma scappa!»
«No. Sta scegliendo.»
Il cane si voltò verso quella rimasta.
Si sedette.
Silenzio.
«Questa,» disse Riccardo piano,
«non vuole andare via.»
Rimasero lì.
Il sottopasso, il cane, l’ombra.
E qualcosa che non si poteva registrare.
Vice provò a scrivere.
Non ci riuscì.
«Capo… questa perché è rimasta?»
Riccardo si accese una sigaretta che non fumò.
«Perché non tutte vogliono essere libere allo stesso modo.»
L’ombra si mosse piano.
Non cercava una forma.
Cercava una posizione.
Come se volesse stare… da qualche parte.
Il cane si sdraiò.
Appoggiò il muso a terra.
E per un attimo,
l’ombra si avvicinò.
Non lo toccò.
Ma si fermò lì.
Vicino.
Riccardo lo capì.
«Vice,» disse,
«questa non è l’ombra di Luminari.»
«No?»
«No. È un’ombra che ha già perso qualcuno.»
Il cane chiuse gli occhi.
Vice guardava la scena senza capire.
«Capo… ma allora cosa stiamo cercando?»
Riccardo guardò fuori dal sottopasso.
Dove l’altra ombra era sparita.
«Quella che è scappata,» disse,
«è quella che ha iniziato tutto.»
Il cane aprì gli occhi.
Si alzò.
E senza guardare nessuno,
si incamminò verso l’uscita.
«Dove va?»
«A lavorare,» disse Riccardo.
Il cane non correva.
Non ne aveva bisogno.
Si muoveva con una sicurezza che non si insegna.
Attraversò la strada.
Senza guardare.
Le macchine si fermarono.
Non per rispetto.
Per confusione.
Riccardo e Vice lo seguirono.
«Capo… ma noi stiamo seguendo un cane?»
«No,» disse Riccardo.
«Stiamo seguendo qualcuno che sa già come va a finire.»
Arrivarono in una zona della città
dove la luce non arrivava mai bene.
Palazzi troppo vicini.
Finestre troppo stanche.
E ombre… troppe.
Il cane si fermò davanti a un portone.
Non entrò.
Aspettò.
Riccardo capì.
«È qui,» disse.
«Cosa?»
«Dove vanno quelle che non vogliono tornare.»
Vice deglutì.
«E adesso?»
Riccardo appoggiò la mano sulla porta.
«Adesso,» disse,
«vediamo cosa succede quando le ombre smettono di essere copie…
e diventano versioni.»
Il cane si sedette.
E per la prima volta,
abbaiò.
Uno.
Secco.
E il portone si aprì...
...ma non del tutto.
Si limitò a cedere.
Come se qualcuno, dall’altra parte,
non volesse impedire l’ingresso…
ma nemmeno incoraggiarlo.
«Sempre meglio di un invito,» disse Riccardo.
Entrarono.
Dentro, l’aria era diversa.
Non più pesante.
Indecisa.
Le scale salivano, ma senza convinzione.
Le luci c’erano, ma non illuminavano davvero.
E sulle pareti, qualcosa si muoveva.
Ombre.
Tante.
Ma non attaccate a niente.
Vice si fermò.
«Capo… queste non sono normali.»
«No,» disse Riccardo.
«Queste hanno già deciso di non esserlo.»
Il cane avanzò.
Lento.
Sicuro.
Non guardava le ombre.
Le attraversava con lo sguardo,
come si fa con qualcosa che si conosce da prima.
Una di loro si staccò dal muro.
Si avvicinò.
Non minacciosa.
Curiosa.
Riccardo non si mosse.
«Se reagisci, tornano copie,» disse piano.
«Se aspetti… parlano.»
Vice smise di respirare nel modo normale.
L’ombra si fermò davanti al cane.
Per un attimo… tremò.
Poi si distese.
Come se stesse ricordando una forma.
«Lo conoscono,» sussurrò Vice.
Riccardo annuì appena.
«O si ricordano di quello che erano.»
Il cane fece un passo.
L’ombra indietreggiò.
Non per paura.
Per rispetto.
E allora accadde.
Una voce.
Non un suono.
Una presenza che si capiva.
«Siete arrivati tardi.»
Vice si voltò.
«Chi ha parlato?!»
Riccardo guardò in alto.
Sul pianerottolo del primo piano,
una figura più scura delle altre.
Più stabile.
Quasi… completa.
«Non parliamo,» disse quella cosa.
«Ci ricordiamo a voce alta.»
La figura scese.
Non camminava.
Si componeva mentre scendeva.
Quando arrivò davanti a loro,
aveva una forma quasi perfetta.
Un uomo.
Forse.
«Sei tu che le hai portate qui?» chiese Riccardo.
«No,» rispose la figura.
«Io sono quella che non è più tornata.»
Silenzio.
«Tutte queste…» disse Vice, indicando le ombre,
«sono scappate?»
«No,» disse la figura.
«Alcune sono state lasciate indietro.»
Riccardo si fece attento.
«Spiegati.»
La figura si voltò verso il corridoio.
Le ombre si mossero appena.
Come un respiro collettivo.
«Quando qualcuno smette di sentire,» disse,
«la sua ombra non ha più niente da imitare.»
Pausa.
«E allora resta.»
Vice scrisse, tremando:
le ombre abbandonate si accumulano
Il cane si avvicinò.
La figura lo guardò.
E per un attimo… cambiò.
Non molto.
Solo quanto basta
per sembrare qualcuno che aveva conosciuto un cane.
«Tu,» disse piano,
«non sei come gli altri.»
Il cane non rispose.
Ma si sedette.
«Questo cane,» disse la figura,
«non ha perso nessuno.»
Riccardo si irrigidì appena.
«No?»
«No,» continuò la figura.
«Questo cane è stato lasciato andare.»
Silenzio.
Vice guardò Riccardo.
«Capo… cosa vuol dire?»
Riccardo non rispose.
Guardava il cane.
La figura fece un passo indietro.
«Per questo le ombre lo riconoscono,» disse.
«Perché lui non trattiene.
Non forza.
Non pretende di essere seguito.»
Le ombre si avvicinarono un poco.
Non a Riccardo.
Non a Vice.
Al cane.
«E Luminari?» chiese Riccardo.
La figura si fermò.
«Quello non ha perso un’ombra,» disse.
«Ha perso il diritto di averne una.»
Vice smise di scrivere.
«Perché?»
La figura si voltò lentamente.
E per la prima volta,
la sua forma fu perfetta.
«Perché non ha mai lasciato andare niente.»
Silenzio.
Il cane si alzò.
Guardò Riccardo.
Poi le ombre.
Poi le scale.
Come a dire:
non è finita qui
E nel palazzo dove le ombre restavano,
una verità cominciava a prendere forma:
non tutte le fughe sono scelte.
Alcune sono
liberazioni tardive.
Tornarono da Luminari nel pomeriggio.
Il traffico era peggiorato.
Non per quantità.
Per convinzione.
«Capo,» disse Vice,
«ma quindi lui è il colpevole?»
Riccardo salì le scale senza rispondere.
Arrivato al piano, si fermò.
«Non è un colpevole,» disse.
«È uno che ha trattenuto troppo.»
Suonarono.
Luminari aprì subito.
Come se fosse rimasto lì, ad aspettare.
«Allora?» chiese.
«L’avete trovata?»
Riccardo entrò.
Guardò la stanza.
Tutto ancora perfetto.
Troppo.
«Lei ha mai perso qualcosa?»
«No.»
«Si vede.»
Vice si guardò intorno.
«Capo… qui è uguale a prima.»
«No,» disse Riccardo.
«Qui è peggio.»
Si avvicinò alla finestra.
Guardò la luce.
Poi il pavimento.
«Qui non manca un’ombra,» disse.
«Qui manca uno spazio.»
Luminari si irrigidì.
«Non capisco.»
«Esatto,» disse Riccardo.
«Mi faccia vedere dove tiene le cose vecchie,» disse Riccardo.
«Non tengo cose vecchie.»
«Appunto.»
Dopo qualche esitazione, Luminari li portò in una stanza chiusa.
Piccola.
Ordinata.
Sigillata.
Dentro c’erano scatole.
Tutte uguali.
Etichettate.
Vice lesse:
Relazioni terminate (ordinate) Errori corretti (definitivamente) Decisioni prese (senza ripensamenti)
«Capo… questo è inquietante.»
Riccardo aprì una scatola.
Dentro: niente.
Ma non era vuota.
Era… chiusa troppo bene.
«Lei archivia tutto?»
«Sì.»
«Anche quello che non si può archiviare?»
«Soprattutto.»
Riccardo annuì.
«E le emozioni?»
Luminari esitò.
«Non sono rilevanti.»
Silenzio.
«E invece sì,» disse Riccardo piano.
«Per le ombre sono tutto.»
Riccardo prese una scatola.
La appoggiò a terra.
«Questa la apriamo.»
«Non è previsto,» disse Luminari.
«Nemmeno perdere l’ombra,» rispose Riccardo.
Vice si avvicinò.
«Capo… sei sicuro?»
«No,» disse Riccardo.
«Ma è tardi per esserlo.»
Aprì la scatola.
Niente.
Poi qualcosa.
Non un oggetto.
Un’ombra.
Piccola.
Compressa.
Stretta.
Come qualcosa che era stato messo via
prima di finire.
Luminari fece un passo indietro.
«Questa… questa cos’è?»
Riccardo non lo guardò.
«Questa,» disse,
«è una parte che non ha lasciato andare.»
L’ombra si mosse.
Debole.
Come se non fosse abituata alla luce.
Vice sussurrò:
«Capo… ma quante ce ne sono?»
Riccardo guardò le scatole.
Tutte.
«Abbastanza,» disse,
«da far scappare qualsiasi ombra con un minimo di dignità.»
Silenzio.
Luminari tremava.
«Io… io ho fatto ordine.»
Riccardo lo guardò finalmente.
«No,» disse.
«Lei ha fatto prigione.»
E in quella stanza perfetta,
qualcosa cominciò a cedere.
Continua....