CORTOMETRAGGI INTERIORI
01. L’Astronave
E’ notte e fa freddo a Roma.
Le strade sono deserte, un Uomo cammina solitario lungo il Tevere prima di girare a destra per una stradina stretta e buia.
Ha le mani in tasca, il bavero del cappotto alzato sul collo e l’ andatura tipica di chi ha bevuto troppo, ma non è ubriaco.
In fondo al viale alberato le prime luci di piccoli fuochi che bruciano a terra e le prime prostitute.
L’Uomo ci cammina attraverso senza mai alzare la testa fino a fermarsi in prossimità di una di loro.
La guarda senza troppa emozione: la donna ha meno di quaranta anni, un fisico ancora attraente, ma il volto segnato dai troppi anni passati su un marciapiede.
I due si conoscono e dopo un’ iniziale imbarazzo si sorridono prima di incamminarsi inghiottiti dal buio della notte.
Dopo pochi passi l’Uomo finalmente rompe il silenzio e voltandosi verso la donna le domanda “come stai Maria?”.
“Io bene…e tu?”.
“Bene”.
“E il tuo lavoro?”.
L’Uomo scrolla il capo poi abbassandolo risponde “continuo a scrivere qualche poesia che ormai leggi solo tu…”.
“Ma che dici!” esclama la donna “le tue poesie sono bellissime!”.
L’Uomo non risponde ed in silenzio riprende il suo cammino prima di fermarsi al centro di una Piazza illuminata.
Dalla tasca estrae un pezzo di carta e lo porge a Maria dicendole “tieni…questa è per te...è un regalo…”.
Maria alza lo sguardo verso l’Uomo e stende la mano per prendere il foglio che è ripiegato su se stesso.
Poi lo apre.
Sopra c’è scritto:
…affinché il tempo e lo spazio finiscano nel congiungersi…
Dopo averlo letto Maria domanda “dove l’hai scritta?”.
La poesia è appuntata su un pezzo di tovaglia di carta strappato di quelle che si usano in certe osterie.
“…non lo so…non ricordo…”.
La donna osserva di nuovo il pezzo di carta poi lo ripiega con cura e lo mette nella borsetta.
“…so solamente che l’ho scritta…non chiedermi altro…” conclude l’Uomo prima di riprendere a camminare.
Maria rimasta indietro alza un po’ la voce e dice “…comunque grazie…è molto bella…”.
E’ notte e fa freddo a Roma.
Le strade sono deserte e un uomo ed una donna camminano accanto su un marciapiede del Centro.
In prossimità di un portone si fermano.
Dall’altra parte della strada c’è un’osteria con l’insegna luminosa ancora accesa.
Maria apre la borsa e tira fuori le chiavi per aprire il portone mentre l’Uomo si allontana da lei fino a raggiungere il centro del viale.
Davanti allo sguardo sorpreso della donna, l’Uomo sfila entrambe le mani dalle tasche e dopo averle portate all’altezza delle spalle, lentamente le allarga verso l’esterno sollevando la testa verso il cielo.
Maria osserva l’Uomo che sembra essere poggiato su un crocefisso e stupita gli grida “…dai andiamo!”, ma lui come se non avesse sentito rimane nella sua posizione ancora per qualche istante.
“…dai andiamo!” prova a dirgli ancora la donna.
L’Uomo sempre nella stessa posizione gira la testa verso Maria ed in tono delicato le dice “stai zitta un po’ Maria…” e guardando ancora in cielo “…non lo senti un vento strano?...sembra una carezza calda…eppure è già Natale…”.
Maria resta in silenzio ancora qualche istante poi si gira “dai andiamo…” e con un click apre il portone.
L’appartamento di Maria è piccolo e squallido come la stanza di un albergo che ha perso tutte le sue stelle.
L’Uomo si muove con disinvoltura nella casa. Non era la prima volta che ci entrava: dopo aver girato attorno al letto matrimoniale si toglie il cappotto e lo appende sull’attaccapanni, cammina verso la finestra e una volta aperta si affaccia sulla strada.
Maria è in bagno, dalla stanza da letto si riesce a sentire il rumore di un rubinetto aperto.
“Maria vieni alla finestra!” grida improvvisamente l’Uomo.
La donna apre la porta, entra nella stanza e resta in silenzio a guardare l’Uomo di spalle affacciato dalla finestra.
“Maria vieni!” ripete “vieni a vedere presto…c’è un’Astronave qua fuori!”.
Maria cambia espressione, abbassa lo sguardo ed in tono materno gli dice “…dai vieni a letto…”.
L’Uomo senza girarsi con un tono più agitato risponde “Maria ti giuro sta proprio sopra l’osteria!...vieni a vedere!”.
Nessuna risposta.
Nella stanza ora c’è silenzio.
L’Uomo allora si gira, guarda Maria, si volta ancora verso la finestra e scrollando le spalle in segno di rassegnazione si avvicina alla donna.
Si siede ed inizia a spogliarsi.
Tolti i vestiti li lancia sulla sedia ed entra nel letto.
I due sono sdraiati supini sotto le coperte col busto leggermente rialzato dai cuscini.
Le loro braccia sono distese sopra le coperte chiare.
L’Uomo dopo qualche minuto inizia a cercare con la sua mano quella della donna e una volta trovata, stringendola dolcemente, le chiede “Maria…verresti via con me?”.
Maria al suono di quelle parole si gira verso di lui e con aria perplessa domanda “via dove?”.
L’Uomo con lo sguardo perso nel vuoto risponde “non lo so…non lo so…però andiamocene via Maria…” e guardando verso la finestra aggiunge “via con loro!”.
Maria si gira ancora verso l’Uomo.
La sua espressione ora è diventata più seria “con loro chi?” domanda a voce bassa.
L’Uomo non risponde e fissa il soffitto.
“Con quelli la fuori?” aggiunge ironica indicando la finestra “con quelli sopra l’osteria?”.
“Si…proprio con loro…” risponde lui serio.
Ancora una volta nessuna risposta.
I due si ritrovano mano nella mano a guardare nel vuoto senza parlare.
“Ma in fondo perché no!” rompe il silenzio Maria “tanto che senso ha restare ancora qui…” parla con voce ricca di rammarico.
L’Uomo abbozza un sorriso per il consenso ricevuto dalla donna e con tono deluso replica “poi in fondo qui chi lasciamo…soltanto un po’ di gente…” sospira “…gente che non ci ha mai amato…che non ci ha mai capito…”.
“che ci ha sempre tradito…” lo interrompe Maria “che ci ha sempre truffato…”.
“Allora andiamo?”.
Maria annuisce con la testa “d’accordo!”.
I due ancora con la mano nella mano non si guardano più e ad occhi chiusi rimangono fermi come nell’attesa che accada qualcosa.
“Aspetta!” improvvisamente l’Uomo si volta di scatto “aspetta Maria…prima vorrei chiederti una cosa…”.
Maria spalanca gli occhi in attesa della domanda che non si fa aspettare “Maria…” l’Uomo ha l’espressione di uno che sta cercando di farsi coraggio “…Maria…mi vuoi sposare?”.
Maria ora fissa l’Uomo. Il suo viso adesso è sereno, lo sguardo soave.
“Si…” lo guarda intensamente “…lo voglio!”.
L’Uomo sorride e all’improvviso senza dire niente si alza dal letto e si dirige in cucina.
Una volta dentro apre il frigorifero, prende due lattine di Coca – Cola e lo richiude.
Con le lattine in mano torna a letto e dinnanzi allo sguardo attonito della donna le stappa e dalle linguette di apertura ricava due anelli di latta.
Dopo aver poggiato le lattine sul comodino le prende la mano sinistra e scegliendo il dito anulare lo inanella sussurrando “Maria…da oggi e per sempre sarai la mia unica donna…”.
Maria sorride, piega la testa da un lato come per nascondersi da un certo imbarazzo e ripetendo il gesto dell’Uomo gli infila l’anello nell’anulare destro pronunciando a bassa voce “…e tu da oggi e per sempre sarai il mio unico uomo…”.
I due amanti si guardano di nuovo e con le lattine in mano, incrociando le braccia, brindano come si usa fare nei matrimoni.
Un ultimo sorso di Coca – Cola ed un ultimo sorriso prima di finire ancora sdraiati supini sotto le coperte.
Distesi sul letto le loro mani con gli anelli, dopo tanto cercarsi, finalmente si ritrovano in un incrocio di dita lungo tutta una notte.
La mattina seguente il silenzio della stanza è spezzato da un pugno che bussa alla porta.
Due giovani camerieri con in mano un vassoio per la colazione sono fuori la porta in attesa di una risposta che non arriva.
Il ragazzo senza vassoio allora bussa di nuovo e non ricevendo ancora nessuna risposta girandosi verso l’altro sarcasticamente gli dice “…ieri sera avrà fatto molto tardi!”.
“…e si…avrà avuto molto lavoro!” sbottano a ridere. Terminate le risate i due ragazzi riprovano a bussare e, ricevendo come unica risposta ancora silenzio, quello col vassoio poggia un orecchio sulla porta nel tentativo di captare qualche rumore.
“Sta ancora lavorando?” domanda l’altro ironico.
I due si guardano cercando di trattenere le risate senza riuscirci poi riprovano per la terza volta a bussare, ma dalla stanza niente, nessuna risposta e nessun rumore.
“E’ la prima volta che non risponde…strano…” esclama preoccupato il più giovane “…beh si…è molto strano…prova a bussare un’ultima volta…”.
Il ragazzo col vassoio allora bussa un’altra volta ricevendo sempre la stessa risposta.
I camerieri si guardano perplessi senza sapere cosa fare poi quello col pizzetto che sembra essere il più anziano dei due dice “ora che facciamo…proviamo ad aprire?” tirando fuori dalla tasca un mazzo di chiavi.
“va bene…proviamo ad entrare”.
Trovata la chiave giusta il ragazzo senza vassoio apre lentamente la porta e con aria circospetta entra nella casa dicendo “c’è nessuno?”.
Ancora nessuna risposta.
“C’è nessuno?” ripete il ragazzo facendo segno all’amico di seguirlo dentro.
I due camerieri passano per la saletta d’ingresso, la cucina, il bagno ed infine la stanza matrimoniale per poi ripetere a ritroso lo stesso percorso senza però trovare nessuno.
L’appartamento è vuoto.
Il letto è sgombro, ma le lenzuola sono sgualcite come se qualcuno ci avesse dormito dentro, la finestra è chiusa, sull’attaccapanni c’è appeso un cappotto e sulla sedia ci sono dei vestiti ripiegati con cura.
I due ragazzi sembrano non saper come spiegarsi l’accaduto e per questo allargano entrambi le braccia e scrollano la testa.
“Se ne sarà andata?”.
“Si…secondo me se n’è anda…” prova a rispondere l’altro prima di essere interrotto da un rumore molto forte proveniente dalla camera da letto.
“Cosa è stato?” domanda impaurito il ragazzo col vassoio.
“Non lo so…andiamo a vedere…”.
Entrati nella stanza i due capiscono che il rumore proveniva dalla finestra che improvvisamente si era spalancata facendo sbattere con violenza le ante sul muro.
“Non senti un vento strano?” domanda il più giovane “…come una carezza calda…”.
“…sarà per via della porta aperta…chiudila che fa corrente!”.
Il ragazzo fa pochi passi indietro e chiude la porta.
Quella strana corrente che si è sviluppata nella stanza però non si arresta così il ragazzo col pizzetto per bloccarla è costretto ad avvicinarsi alla finestra nel tentativo di chiuderla.
Prima di farlo decide di guardare fuori, una volta a destra, una a sinistra ed infine in alto.
In quel momento proprio sopra l’osteria un punto luminoso comincia a brillare intensamente prima di sfumare nell’azzurro del cielo del mattino.
Svanita quella luce nella stanza di colpo scompare anche la strana corrente.
Il ragazzo col vassoio se ne accorge, sgrana gli occhi per la sorpresa, ma senza aggiungere altro si limita a chiedere “…e di questa adesso che ne facciamo?” indicando la colazione con lo sguardo.
Dopo un attimo di esitazione il cameriere senza vassoio ammiccando esclama “…è pagata no!?!”.
I due ragazzi sorridono, si guardano intorno e dopo aver poggiato il vassoio sul letto cominciano a mangiare.
02. Raul Bova
La scritta “C’E’ UN NUOVO MESSAGGIO DI POSTA ELETTRONICA NON LETTO” continuava a lampeggiare intermittente al centro dello schermo brillante del PC.
Un click sul tasto sinistro del mouse, una bustina che si apre e sul monitor poche parole per una semplice domanda “allora a che ora e dove ci vediamo stasera?”.
Una breve pausa, le dita che ticchettano nervose sulla tastiera poi alla fine la risposta.
Simone, dopo quasi tre mesi di timido corteggiamento, era finalmente riuscito a fissare un appuntamento con Cristina, quella ragazza conosciuta casualmente in chat.
Non si erano ancora mai incontrati, ma praticamente sapevano quasi tutto l’uno dell’altra per via delle intere giornate e lunghe notti passate a scriversi davanti ad un computer.
Cristina per farsi riconoscere gli aveva postato una delle sue foto più belle.
Sceglierla non era stato facile e ci era voluta un’intera serata spesa insieme alle amiche dell’università per farlo.
Anche Simone aveva scelto la sua foto con cura “questa è perfetta!” aveva sorriso soddisfatto all’amico Paolo “qui Raul Bova è venuto davvero bene!”.
Simone infatti era un tipo troppo riservato per mostrare una sua foto alla ragazza e per questo aveva deciso di metterla sullo scherzo inviandole una foto del bell’attore.
Da quel giorno lui mentre le scriveva poteva immaginare la bella Cristina sorridere alle sue battute, arrossire per una avancés o commuoversi per via di certi discorsi.
Lei invece non aveva nessuna faccia da associare a quelle rassicuranti e dolci parole, se non quella del noto modello.
“L’attesa stavolta è finita!” pensò Cristina dopo aver schiacciato il tasto invio per chiudere la loro ultima conversazione e fissare l’appuntamento.
“Ci vediamo alle 16 sul pontile al centro della Rosa dei Venti…per me sarà facile riconoscerti per via della foto…ma lo sarà anche per te visto che sarò l’unico a stringere tra le mani tre rose bianche…una per ogni mese che abbiamo atteso questo momento” diceva l’ultima mail di Simone.
La curiosità della ragazza dunque sarebbe stata presto appagata, ancora poche ore e l’avrebbe incontrato.
A quell’ora di sabato pomeriggio il pontile era pieno di pescatori seduti accanto alle loro canne da punta spianate sull’acqua.
Cristina era arrivata in leggero anticipo rispetto all’orario stabilito e sembrava non stare più nella pelle.
Si guardava continuamente attorno alla ricerca di tre rose bianche e soprattutto di chi ci si nascondeva dietro.
Simone arrivò poco dopo.
La vide da lontano e si fermò.
“E’ proprio lei!” pensò ad alta voce “è proprio come nella foto…anzi è anche più bella!”.
L’emozione cominciò a far battere forte come un tamburo il cuore di Simone bloccandogli respiro e gambe.
Dopo essere rimasto in piedi appoggiato ad un cornicione indeciso sul da farsi, decise che era arrivato il momento di non titubare più ed agire.
Così quando Cristina aveva quasi perso la speranza di quell’incontro si vide improvvisamente apparire davanti i tre fiori bianchi che tanto aspettava.
La ragazza colta di sorpresa rimase immobile come fosse pietrificata. L’unica cosa che fece fu accennare con un angolo della bocca un sorriso che però lasciò trasparire tutto il suo disappunto e la sua delusione.
“E’ uno scherzo?” domandò seria.
“Veramente no!” rispose Simone mostrando dietro la macchinetta per i denti il suo sorriso imperfetto.
“Ma tu avrai si e no dodici anni!!!” esclamò Cristina allargando le braccia “tu non puoi essere Simone!!!”.
Il ragazzino coi fiori ancora in mano si sentì quasi svenire poi disse “tredici”.
“Tredici cosa?” gridò Cristina.
“Tredici anni…” continuò Simone con le lacrime quasi agli occhi “ho tredici anni non dodici…ed ovviamente non sono Simone” mentì il ragazzino.
Cristina continuò a fissarlo senza riuscire a capire.
Il suo viso tirato e cereo adesso tradiva tutta la sua bellezza.
“Lui non è potuto venire all’appuntamento ed ha mandato me…mi ha detto di salutarti…abbracciarti…darti questi” gli porse le rose “…e dirti addio…”.
La ragazza coi fiori in mano rimase in silenzio senza dire nulla.
La pietra che ora sentiva nel petto fece un salto poi subito si calmò.
Gli occhi improvvisamente cominciarono a riempirsi di lacrime e quando la prima le bagnò salata le labbra Simone era già lontano e stava parlando al cellulare con un amico “…oh ciao Paolo…non è andata tanto bene…tra venti minuti vengo a fare una partita alla Play da te così ti racconto tutto…”.
Inutile aggiungere che i due dopo quella volta non si sentirono più.
Ancora oggi però, a distanza di tanti anni, Cristina quando ripensa a Simone apre il cassetto vicino al letto e sorride con rimpianto davanti alla foto di Raul Bova.
03. Mìa
Quella notte, la prima ed unica sull’Isola, era scivolata via veloce ed il nuovo giorno era da poco entrato dalla finestra nella stanza.
Avevamo da poco finito di fare l’amore e Mìa era rimasta distesa nuda sul letto ormai disfatto con la pelle resa lucida da un leggero strato di sudore.
Dormiva e pensai che sarebbe stato un vero peccato svegliarla.
Per questo decisi di rimanere immobile a guardarla in silenzio dai piedi del letto.
Era bellissima.
Mìa aveva vent’anni ed era bellissima.
Avevo avuto altre ragazze prima di lei e a modo mio le avevo amate tutte.
Con ognuna di loro avevo scaldato delle lenzuola e plasmato dei cuscini, ma nessuna era stata come Mìa e con nessuna avevo fatto l’amore in quel modo come era successo quella notte; quella notte era stata differente dalle altre, unica ed indimenticabile, in una sola parola speciale.
Speciale.
Anche per Mìa.
Per lei infatti quella era stata la prima volta e per una ragazza la prima volta è per sempre, non si dimentica mai e per Mìa non si sarebbe trattato di un’eccezione, quella notte trascorsa insieme l’avrebbe ricordata per tutta la vita.
Così con gli occhi spugnati di lacrime per la felicità e l’emozione continuai a fissarla da lontano prima di alzarmi ed avvicinarmi.
Quando le fui di nuovo accanto cominciai a sfiorarle le gambe lisce e snelle, prima l’una, dall’alto verso il basso, poi l’altra.
Mentre la guardavo dormire pensai per la prima volta che non sapevo praticamente nulla di quella ragazza o comunque relativamente poco.
Ma in quel momento come in nessun’altra precedente occasione capii che non mi interessava sapere più di quanto Mìa avesse voluto dirmi o farmi sapere.
L’unica cosa importante era che Mìa adesso era lì accanto a me.
Quel pensiero durò comunque poco e svanì nell’istante in cui le toccai il ventre, piatto e teso ed i fianchi, tondi e pieni, resi incredibilmente sexy dall’elastico stretto dei suoi piccoli slip.
Nonostante tutte quelle ore di sesso ed amore spese insieme le mie mani grandi e forti erano ancora piene di carezze per il suo corpo caldo e snello; per i suoi seni, piccoli e duri, coi capezzoli dritti di un colore più chiaro rispetto alla pelle tutta intorno leggermente bruciata dal sole e per il suo sesso morbido e bagnato.
Mìa accolse le mie dita dentro di se con un flebile gemito della voce ed una leggera contrazione della pancia che le fece ballare il brillantino sospeso nell’ombelico.
La sua schiena improvvisamente si inarcò e cominciò a vibrare come un’arpa mossa dai colpi decisi e ritmici della mia mano.
Con l’altra, rimasta libera, presi a pettinarle i capelli nero petrolio usandone una ciocca come pennello per ripassarle l’ovale del viso.
Poi l’assaggiai.
Una, due, tre, dieci volte.
Le sue labbra sapevano di sale e di vento.
Mìa al suono di quei baci, con una smorfia a metà strada tra un sorriso ed uno sbadiglio, si svegliò lasciando brillare quei suoi grandi occhi verdi.
Davanti a quello sguardo tanto dolce da starci quasi male riuscii a pronunciare solamente “Buongiorno piccola…”.
“Buongiorno…” rispose la ragazza baciandomi sulla fronte.
A quel bacio risposi chiudendo gli occhi poi, fermate le dita ladre d’amore, mi lasciai travolgere completamente da quello tzunami che avevo nel cuore.
Senza fiato e con un filo di voce provai a dirle “Mìa…io ti…” ma quelle parole mi rimasero strozzate in gola interrotte dall’indice della ragazza che, poggiato verticalmente sulle labbra, mi pregava di rimanere in silenzio.
In quel momento i nostri sguardi si abbracciarono prima ancora dei nostri corpi.
Nella stanza ora si sentiva solo il rumore forte dei nostri silenzi interrotti per l’ultima volta dalla voce di Mìa che, senza spostare la sua mano dal mio viso, mi sussurrò con dolcezza “lo so…lo so…anche io ti amo…Giulia…anche io ti amo…”.
Quella mattina, la prima ed unica sull’Isola, era scivolata via veloce e la nuova notte era da poco entrata dalla finestra nella stanza.
04. Istruzioni per l’Illuso
Martino ha trentatre anni ed è felice.
Tra le mani stringe una piccola scatola con dentro un anello.
Quella sera a cena avrebbe chiesto a Claudia di sposarlo.
“Signor Rossodivita prego si accomodi…”.
Il silenzio della sala d’attesa viene rotto dalla voce afona del medico.
Martino si alza, ripone il pacchetto in una tasca ed entra nella stanza.
L’Andrologo si siede dietro alla scrivania e senza parlare porge una busta al ragazzo che impassibile la apre.
“Azoospermia…” legge ad alta voce “che significa dottore?”.
“Il termine medico indica la completa assenza di spermatozoi” si schiarisce la gola “l’esame del suo liquido seminale non ha lasciato spazio a dubbi”.
“In poche parole significa che non posso avere figli?”.
“Purtroppo si” risponde il dottore “ma la medicina negli ultimi anni ha fatto notevoli passi avanti e forse qualcosa da fare potrebbe essere ancora possibile per…”.
“Grazie dottore” lo interrompe Martino alzandosi dalla sedia “ha fatto già abbastanza per me” gli stringe la mano ed esce.
La sala d’aspetto è vuota.
Martino ci cammina attraverso e si ferma davanti ad un cestino.
Straccia il referto dello spermitogramma e ce lo butta dentro.
Poi sfila dalla tasca l’anello, lo guarda un ultima volta e lo getta nel cestino.
Claudia pochi giorni prima gli aveva annunciato di aspettare un bambino.
Martino ha trentatre anni e non è felice.
05. Note di Silenzio
Il vento proveniente da nord soffiava forte tra le fronde degli alberi ridotti in spogli scheletri dal gelo di un inverno freddo come non se ne ricordava da anni.
Alex guardò l’orologio ed affrettò il passo fino quasi a correre lasciando sotto i suoi piedi i segni del suo passaggio come cicatrici di fango sulla neve che in poco tempo aveva ricoperto il viale deserto.
Da lì a poco suo padre non vedendolo tornare a casa si sarebbe cominciato a preoccupare e per lui sarebbero stati guai seri.
Per questo Alex con la sua fidata chitarra a tracollo saltò il recinto di protezione scegliendo di passare per la strada più breve e pericolosa, quella che il padre gli aveva sempre raccomandato di non fare, quella del Parco.
Quella scorciatoia infatti era la sua unica speranza di arrivare in tempo a casa.
Così il ragazzino corse a perdifiato e senza mai voltarsi attraverso quella distesa d’erba ghiacciata fino allo spiazzo che portava dritto all’uscita.
Piegato in due dalla stanchezza Alex con le mani sui fianchi si fermò a riprendere fiato e sorrise al suo orologio che adesso diceva “ce la puoi ancora fare ad arrivare in tempo!”.
In effetti da dove si trovava ora si potevano vedere attraverso gli alberi le lucette del palazzo in cui viveva.
Superato a passi veloci il selciato alberato che segnava la fine dello slargo e l’inizio dell’area asfaltata con le prime casette a schiera, Alex notò un gruppetto di ragazzi che disordinati stavano simulando una partita di calcio con un pallone fantasma.
Quando lo videro passare smisero di giocare ed urlando gli corsero incontro sbarrandogli la strada.
Il più robusto di tutti, con le maniche del Columbus rigirate sui gomiti, il cappellino con visiera dei Lakers e le Ethnis mimetiche ai piedi, cominciò a girargli intorno.
Doveva essere il capo perché gli altri erano rimasti indietro in silenzio come se aspettassero che a parlare per primo fosse lui.
“E tu che cazzo ci fai qui tutto solo con una chitarra appesa al collo?”.
“Sto tornando a casa…è tardi e a quest’ora mio padre sarà in pensiero” rispose Alex con voce tremolante.
“E non te l’ha detto tuo padre che è pericoloso passare per il parco a quest’ora?” sorrise lo stesso guardando i suoi amici.
“Si lo so, me l’ha detto” Alex sputò l’aria fuori dai polmoni disegnando una nuvoletta davanti alla bocca “ma stavo facendo tardi ed ho deciso di prendere questa scorciatoia…io abito lì” alzò un dito per indicare le case dietro ai ragazzi “vi prego lasciatemi andare o per me stasera finisce male!”.
Il capo del gruppo rimase per un po’ senza parlare.
Si stava toccando il mento coi primi fili di barba come per concentrarsi nel pensare, poi girando la visiera del suo berretto americano domandò “sei un chitarrista?”:
Alex annuì abbassando la testa.
“Bene ragazzino, se sei un chitarrista allora suonaci qualcosa!” incrociò le braccia “e mi raccomando che sia qualcosa di bello altrimenti per te stasera davvero finisce male!”.
Alex guardò l’orologio.
Ormai si era fatto tardi e per evitare altri guai a quel punto tanto valeva accontentare quei ragazzi; per questo il ragazzino si sfilò dalle spalle la tracolla della sua chitarra ed iniziò ad accordarla.
Tutti intorno quei ragazzi cominciarono a fischiare ed a battere i piedi in terra sulla neve.
Alex cominciò a pizzicare le corde della sua chitarra.
Era una vecchia Fender usata, ma aveva comunque conservato un buon timbro.
Il ragazzino suonò un assolo di quasi cinque minuti ed i ragazzi del parco dopo le urla ed i fischi dell’inizio rimasero per tutto il tempo immobili ad ascoltare senza più fiatare.
Quando l’ultima nota finì di vibrare dalle corde della sua Jag-Stang ci fu un istante di silenzio spezzato dalla voce greve del ragazzo col piumino Air Jordan “cazzo ragazzino! ma tu sei completamente andato! tu sei fuso! tu sei pazzo!”.
Alex cominciò a guardarsi intorno preoccupato “perché ho suonato male?” domandò timidamente.
“Ma vaffanculo!!!” rispose stavolta il capo banda “tu suoni così bene che se uno ti ascolta rischia di restarci secco! io ti ho capito sai…tu ci vuoi far diventare matti…tu ci vuoi mandare in corto il cervello vero?”.
Alex sgranò gli occhi perplesso senza capire.
“Vattene via ragazzino! vattene via tu e la tua stramaledetta chitarra e non farti più vedere in giro siamo intesi?”.
Senza farselo ripetere due volte il ragazzino annuì e cominciò a correre a testa bassa sapendo che comunque per lui il peggio doveva ancora arrivare.
Entrato in casa infatti Alex trovò il padre ad aspettarlo dietro alla porta.
Appena l’uomo lo vide gli si scagliò addosso con violenza ingiuriando a squarciagola frasi incomprensibili.
Alex però fu veloce a schivare, prima uno schiaffo diretto dritto in faccia poi un pestone alle spalle e a chiudersi sano e salvo nella sua stanza.
Appena vi fu dentro girò la chiave nella toppa e andò verso la finestra: attraverso i vetri riusciva ancora a vedere i ragazzi di prima che nel frattempo avevano ripreso a giocare con il loro pallone invisibile.
“Quando le vuoi Alex?” il padre ora sembrava essersi calmato “le vuoi adesso o domani?” concluse bussando alla sua porta.
“Domani”.
Il giorno successivo Alex rimase sorpreso perché per la prima volta il padre non tenne fede ad una sua promessa e per tutta la mattina tra una lezione e l’altra si domandò il perché di quel suo insolito comportamento.
La risposta alla sua domanda comunque non tardò ad arrivare.
Quando infatti Alex tornò dalla scuola ed entrò nella sua stanza non vi trovò più la sua inseparabile chitarra.
Quello era stato il modo che aveva scelto il padre per punirlo.
“Ti prego papà non puoi farmi questo!!!”.
“Ah certo che posso Alex! posso perchè sono tuo padre ed ho il dovere di darti un’educazione adeguata”.
“No! la chitarra no!” gridò disperato in lacrime “ti prego papà ridammela!”.
“Te la darò indietro quando imparerai ad obbedirmi, quando imparerai a darmi ascolto e quando avrai migliorato i tuoi risultati a scuola!” sentenziò l’uomo.
Nonostante le suppliche Alex non riuscì ad intenerire il padre e, rassegnato e singhiozzante, si rinchiuse solitario nella sua stanza.
I primi giorni senza la sua Fender sembrarono non passare mai.
Poi i giorni tristi divennero settimane finché una sera Alex sdraiato sul suo letto, ripensando a quei ragazzi che giocavano a calcio senza un pallone vero, ebbe l’illuminazione.
Nel buio della sua stanza si sedette sul pavimento e cominciò ad accordare una chitarra immaginaria ed a muovere le dita come per suonarla.
Lo fece una, due, tre, dieci, cento volte, sera dopo sera fino a migliorare notevolmente la sua tecnica.
Alla fine dei due mesi di punizione Alex era in grado di suonare delle bellissime note di silenzio e quando gli fu restituita la sua chitarra fu così felice che abbracciò il padre e corse subito fuori a suonare.
Da quella volta Alex imparò ad alternare le sue chitarre: la vecchia Fender poteva suonarla per tutti mentre la chitarra invisibile suonava soltanto per lui.
06. Omaggio
Erano quasi le dieci di sera, c’era la luna e la mia vita stava andando in nessun posto.
Avevo gli occhi tristi perché nessuno mi voleva più bene, neanche me stesso.
Era stata una giornata molto lunga e faticosa per me, così stanco e pallido decisi di tornare a casa.
Il mio appartamento, sporco e vuoto, negli ultimi mesi era diventato come una sala d’aspetto: avevo infatti trascorso intere settimane ad aspettare una telefonata o uno squillo di campanello che però non erano arrivati.
Sinceramente io non avevo mai creduto alle persone che dicevano di non avere aspettative. Non era vero. Tutti aspettano o avevano aspettato qualcosa o qualcuno. Sempre.
Io aspettavo lei.
Una ragazza molto bella e dolce con una mente fatta di una fibra sensibile, una pelle delicata ed un corpo caldo e sinuoso che sembrava poter ridere o soffrire. Questa era la cosa che mi piaceva di più di lei ed era anche il motivo per cui la continuavo ad amare e ad aspettare anche se da quando se n’era andata non era più tornata.
Con questi pensieri ingombranti nella testa buttai i piedi giù dalla scrivania, mi alzai dalla sedia ed accesi il giradischi.
Quando nella stanza cominciò a rimbalzare leggera la mia aria preferita della Carmen, io già ero disteso supino sul letto, sfatto e vuoto per metà.
Di fianco a me le pieghe sul cuscino e sulle coperte mi ricordarono che in fondo ero facile da accontentare, semmai era il resto del mondo a rappresentare un problema perché c’era sempre qualcuno o qualcosa capace di rovinarti la giornata se non addirittura la vita.
Come un male oscuro e cieco che ti si scaglia addosso con violenza a trecento all’ora senza lasciarti scampo.
Così ti ho vista spalmata su di un letto di ospedale e ti ho coperta con un lenzuolo bianco.
Eri tu.
“Finché morte non vi separi” ci aveva detto un giorno qualcuno.
Eri tu, ma forse non del tutto se quando chiudo gli occhi riesco ancora a vederti e a sentirti qui accanto a me.
Non era stata una buona giornata quella per me, niente affatto.
Dal cassetto vicino al letto tirai fuori un vasetto di pillole colorate.
“Quando smetterai di aspettarmi è lì che mi troverai” mi avevi sussurrato prima di morire.
Lo stappai e le ingollai tutte in una volta.
“Sono stanco di aspettare”.
Poco dopo mi addormentai.
07. Il Sorpasso
La corsa era quasi giunta al termine, ancora pochi giri alla fine e Ben Benzina si sarebbe aggiudicato per l’ennesima volta la “Merry – go – Round of the Death”, la gara più difficile e pericolosa di tutto il circuito “Crazy Racers”.
Ben Benzina infatti, alla guida della sua Scalextric Moon Patrol modificata, era rimasto al comando della gara sin dall’inizio ed era giustamente considerato il numero uno nel campo delle “corse clandestine” non avendo ancora mai perso una sfida.
“E anche stavolta sarò io a vincere perché sono il migliore!” sorrise beffardo il pilota voltandosi verso gli avversari che come sempre lo inseguivano in attesa di un errore che però puntualmente non arrivava mai.
In molti avevano già provato a batterlo, ma su quel tracciato selvaggio ed impervio Ben Benzina si era dimostrato praticamente imbattibile; lo conosceva perfettamente in ogni sua singola curva, cambiamento di direzione o di pendenza ed era anche l’unico corridore che non temeva il suo famosissimo e pericolosissimo “Giro della Morte”: un volteggio di 360° che i piloti erano costretti ad affrontare se volevano tagliare il traguardo e vincere la corsa.
Tutti, almeno una volta, erano caduti vittima della “Giostra”, tutti tranne l’invincibile Ben Benzina.
L’ultimo a cadervi in trappola in ordine di tempo era stato P.d.L., un corridore il cui soprannome non aveva nulla a che fare con la politica, ma era semplicemente acronimo di Palla di Lardo; il perché di tale nick non era difficile da immaginare.
Ai lati della pista bollente P.d.L., con un tubo di Pringles in mano, si stava gustando oltre al sapore buono delle famose patatine, anche quello amaro di quell’incerto finale di gara.
“Ora te la faccio vedere io Ben!” gridò Mangiapolvere schiacciando deciso sul “Turbo-Boost”.
La sua auto spinta da quell'improvvisa accelerazione schizzò in avanti di colpo lasciandosi alle spalle una coda colorata di scintille che brillava sul nero della pista.
Ora Mangiapolvere era a ridosso della vettura del capolista.
“Stupido illuso hai sprecato malamente il tuo ultimo Turbo! ora prendi questa!” Ben Benzina sterzò in modo brusco cambiando improvvisamente traiettoria con la sua macchina.
“Noooooooooo! così mi mandi fuori strada!” provò a frenare Mangiapolvere prima di finire incredibilmente fuori dalla pista.
“Ora tocca a voi due!” esclamò Ben Benzina all’indirizzo degli altri avversari.
“Io non ti mollo!” rispose Sempresecondo alla guida della sua fiammante Vanquis MG cromata.
“Se tutti ti chiamano Sempresecondo un motivo ci sarà!” sorrise spavaldo Ben mascherando così la sua preoccupazione per quello che era sempre stato il suo rivale più agguerrito: l’unico che non aveva mollato mai nemmeno di un centimetro in ogni gara.
Meno temuto dal campione in carica ed anche più staccato dal duo di testa c’era invece l’altro contendente rimasto in gara: Massimo Sforzo, un pilota mediocre senza passato, ma soprattutto senza futuro nel mondo delle corse.
“Massimo Sforzo!...ah…ah…ah…mi fai ridere tu ed il tuo stupido nome che già da solo parla per te!” sussurrò Ben Benzina stringendo saldamente tra le mani il suo volante concentrato per quell’incredibile tratto conclusivo di percorso.
Tra lui ed il trionfo finale restava infatti solo quell’ultimo salto anti - gravidazionale da superare.
Grazie all’utilizzo dell’”Attacco Solare” la sua Moon Patrol disegnò un cerchio perfetto seguendo l’andamento della pista ed atterrò velocissima all’imbocco del rettilineo finale.
“E’ fatta!” Ben Benzina non riuscì a trattenere la sua soddisfazione immaginando già la fine della gara e l’inizio dei festeggiamenti; ma la gioia incontenibile dell’esperto pilota fu interrotta sul più bello perché all’uscita della “Giostra” il fondo polveroso della pista aveva fatto perdere aderenza alle spazzole della sua auto facendola improvvisamente e pericolosamente sculettare tra le corsie.
“Ma che fai!?!” gridò Sempresecondo prima di tamponare violentemente con la sua vettura quella di Ben Benzina mettendole entrambe irrimediabilmente fuori gioco.
Vedendo la Scalextric e la Vanquist MG nemiche ribaltate ai bordi del circuito Massimo Sforzo spalancò gli occhi incredulo dinnanzi a quell’ inaspettato regalo del destino.
Ora gli sarebbe bastato attraversare indenne quel maledetto volteggio a testa in giù e la vittoria sarebbe stata sua.
Il giovane pilota allora schiacciò fino in fondo la levetta del suo “Air-Brush”, chiuse gli occhi e trattenne il fiato.
Ben Benzina e Sempresecondo rimasero immobili con le mani nei capelli a guardare l’auto del loro antagonista fare un loop straordinario e poi ricadere morbida a due passi dal cartellone a scacchi con su scritto “Finish”.
Quando Massimo Sforzo riaprì gli occhi la sua Sloter X-Racer metallizzata operò il sorpasso sulle vetture avversarie tagliando per prima il traguardo.
Ci fu un attimo di silenzio misto ad incredulità rotto dalle urla di felicità di Massimo Sforzo che cominciò a gridare a squarciagola “HO VINTO!!! HO VINTO!!!” stringendo a se Holly e Dolly, le due gemelle in minigonna accanto a lui.
P.d.L., Mangiapolvere e Sempresecondo andarono subito a complimentarsi col vincitore, mentre Ben Benzina, unico rimasto in disparte, scoppiò improvvisamente a piangere ed uscì dalla stanza.
“MAMMAAAAA!!! MAMMAAAAA!!!” cominciò a strillare in lacrime.
Una donna sulla quarantina, con un vassoio pieno di dolci in mano, si affacciò fuori dalla cucina e domandò “cosa hai fatto Beniamino? perché stai piangendo?”.
Il bambino con gli occhi gonfi e bagnati si gettò tra le gambe della madre “HO PERSO MAMMA!!! HO PERSO LA CORSA SULLA PISTA POLISTIL!!!” rispose disperato.
La giovane mamma sorrise al figlio e asciugandogli il viso cercò di rincuorarlo “dai Beniamino non fare così, vedrai che la prossima volta andrà meglio…ora però smettila di piangere e torna a giocare coi tuoi amici”.
Beniamino o meglio Ben Benzina fece cenno di si col capo, si soffiò il naso e camminò verso la sua stanza.
Quando vi fu di nuovo dentro, puntando il dito contro il compagno di banco ancora festante, gli disse “riprendi in mano il tuo volante voglio la rivincita!!!”.
08. Una Certa Ragazza
Una Certa Ragazza un giorno mi guarda e dice “non puoi più stare qui…ti prego vattene”.
Ha gli occhi grandi, tondi e di un nero brillante.
Io mi alzo la prendo per le braccia e la bacio.
Una Certa Ragazza ha il sapore buono di menta e sigaretta, io quello di tabacco Lancero ed un bicchiere di troppo di Brugal.
Le pale della ventola appesa al soffitto girano a vuoto come me nella stanza.
E’ agosto e fa caldo.
Io e una Certa Ragazza facciamo l’amore per un tempo indefinibile.
Poi una Certa Ragazza mi guarda e dice “ non puoi più stare qui…ti prego vattene”.
Ha gli occhi grandi, tondi e spugnati di lacrime.
Io mi alzo prendo lo zaino mezzo vuoto ed esco in strada.
Quando mi giro una Certa Ragazza è in piedi davanti alla porta.
Mi guarda.
La guardo, mi volto e me ne vado.
Quella è stata l’ultima volta che ho visto una Certa Ragazza, ma da allora non l’ho mai dimenticata.
09. La Passeggiata
Era il pomeriggio di un venerdì di fine autunno, faceva molto freddo ed aveva anche cominciato a cadere qualche goccia di pioggia.
Da dove ero sistemato io non la potevo vedere, ma il suo ticchettio ritmico contro i vetri della finestra aveva per me un suono inconfondibile.
Era da poco passata l’ora di pranzo ed Ugo, dopo aver girato curioso in lungo ed in largo per tutta la casa, si era adagiato comodo in quell’ angolo di divano che era ormai diventato il suo posto preferito per il classico riposino pomeridiano.
Quel giorno però Ugo aveva sonnecchiato un po’ di meno rispetto al suo solito ed una volta sveglio aveva cominciato a fissarmi con quei suoi occhioni grandi e lucenti, gli stessi che tanto tempo prima mi colpirono attraverso le sbarre metalliche di un canile al punto da convincermi a sceglierlo tra tanti suoi simili.
Io davanti a quello sguardo così tenero e dolce non ero mai stato capace di dire di no anche se sapevo benissimo che non farlo in quell’occasione voleva dire essere costretti ad uscire fuori col tempaccio.
Quando infatti Ugo cominciava a guardarmi così era perché voleva essere portato fuori per la nostra passeggiata quotidiana e non c’era verso di non accontentarlo.
Avevo capito che per lui quella mezz’ora da trascorrere fuori insieme a passeggiare tra le stradine del quartiere era il momento più bello della giornata e rappresentava a tutti gli effetti un qualcosa di tanto importante da non poterci proprio rinunciare.
Per questo motivo quando potevo avevo sempre cercato di accontentarlo portandolo fuori anche nei giorni caldissimi d’estate o in quelli freddi d’inverno.
Ugo infatti, a differenza mia, nonostante fosse rimasto ormai solo, malandato e vecchio, aveva conservato la stessa voglia di vivere e di uscire di un tempo anche in pomeriggi rigidi e piovosi come quello.
Io con un tempo così invece me ne sarei rimasto volentieri avvolto nel calduccio di casa al riparo dall’acqua che fuori aveva iniziato a venire giù a secchiate.
Tutta quell’umidità oltretutto non sarebbe stata certamente un toccasana per le nostre povere e vecchie ossa scricchiolanti.
Provai a fare il vago nella speranza che Ugo in qualche modo capisse che avrei preferito non uscire quella volta, ma lui era una vera testa dura e continuava a fissarmi con quell’aria triste e sconsolata che non mi lasciava scelta.
Rassegnato allora scrollai il capo, mi stiracchiai per bene sulla poltrona ed uscii dalla stanza per andare a prendere il guinzaglio sistemato nel solito posto.
Quando tornai di nuovo nel soggiorno Ugo appena mi vide scese dal divano e cominciò a farmi le feste perché aveva capito che stavamo per uscire.
Pochi minuti dopo ci lasciammo la porta di casa alle spalle e scendemmo giù per le scale.
Fuori le strade erano sgombre di auto ed i marciapiedi lucidi di pioggia che nel frattempo non aveva ancora smesso di scendere giù forte e diagonale.
Mentre camminavo la potevo sentire battermi addosso gelida e pungente.
Dieci metri più avanti, tutto bagnato ed infreddolito, mi fermai in mezzo al viale e cominciai ad abbaiare forte per attirare l’attenzione di Ugo che subito si voltò verso di me per capire cosa fosse successo.
Bastò come sempre un solo incrocio di sguardi tra di noi per capirci al volo.
Un istante dopo Ugo infatti mi teneva tra le sue braccia calde sotto l’ombrello.
Per ringraziarlo gli leccai una mano e lui in risposta mi carezzò la testa.
Solo a quel punto io ed il mio padrone fummo di nuovo pronti per riprendere la passeggiata.
10. La Ballerina
Come di consueto entrai nella sua stanza di mattina presto.
Era inizio primavera ed un tiepido sole faceva timidamente capolino da dietro le persiane abbassate.
“buongiorno” aprii un’anta della finestra.
Nessuna risposta.
“dormito bene stanotte?” spalancai con un solo strappo la serranda facendo illuminare di colpo tutta la stanza.
Ancora nessuna risposta.
Mi voltai e vidi che Ilaria era rimasta immobile seduta con il viso poggiato sul dorso di una mano usata come un piccolo cuscino sopra al tavolo.
Con l’indice ed il medio dell’altra la ragazzina stava ticchettando sulla parte liscia del piano davanti a lei come se le sue dita si muovessero al ritmo di una musica.
Rimasi a fissarla per quasi un minuto incantato dinnanzi a quell’insolita danza.
Poi domandai “che stai facendo con le dita?”.
Ilaria rimase ancora in silenzio senza rispondere e con uno sbuffo d’aria mi fece capire che non voleva essere disturbata.
“ok ho capito me ne vado via subito…ti ho poggiato qui il vassoio” indicai il mobiletto vicino al letto “quando hai finito però mi raccomando fai colazione…stamattina ci sono quei biscotti al cioccolato che ti piacciono tanto” conclusi camminando verso l’uscita della stanza.
“mi sto allenando…”.
“cosa?”.
“mi sto allenando…” ripeté a bassa voce mentre la sua esibizione stava terminando con una spaccata delle dita.
“mi sto allenando perché un giorno diventerò una grande ballerina…” concluse prima di tirarsi un po’ indietro dal tavolo facendo girare i raggi colorati della sua piccola sedia a rotelle.
“certo che lo diventerai…” dissi con gli occhi lucidi e le mani poggiate sul mio carrello portavivande pronto a riprendere il mio giro nel reparto pediatria dell’ospedale.
11. Dido (la ragazza ed il suo cappello)
Camminare per le vie del centro mi da un brivido.
Non è per via del freddo né per il fatto che siamo a fine novembre e a Roma piove.
No, proprio no. Non si tratta di questo, ma solo di emozione.
Sorridere con le mani strette l'una nell'altra davanti ad un caffè d'orzo in tazza grande in un centro commerciale ti da un brivido.
Non è per via del freddo né per il fatto che hai scelto il giorno sbagliato per avere la febbre.
No, proprio no. Non si tratta di questo, ma solo di emozione.
La stessa che abbiamo provato quando i nostri sguardi si sono incrociati la prima volta combinandosi perfettamente tra loro come tessere di un puzzle.
La stessa che proverai tu ogni volta che guarderai quel cielo.
La stessa che proverò io ogni volta che guarderò quella foto.
Quella della ragazza ed il suo cappello.
12. Non sempre i Buoni vincono ma non smettono mai di lottare
Alessio viveva da sempre coi genitori in un piccolo, ma accogliente appartamento non lontano dal centro.
Per arrivarci bastava percorrere la Cristoforo Colombo verso fuori ed all’altezza della Fiera di Roma girare a sinistra verso la stazione.
Avevo percorso quella strada moltissime volte, soprattutto per andarlo a prendere col motorino quando, per un motivo o per un altro, dai vigili si era fatto ritirare il suo.
E questo purtroppo era accaduto talmente tante volte che il mio amico ad un certo punto fu costretto ad autodefinirsi (senza nascondere un pizzico di orgoglio) addirittura il Re dell’infrazione.
Me lo ricordo grattarsi quei spini dritti e scuri che aveva sulla testa al posto dei capelli e sorridere mentre mi diceva “tranquillo mi serve un passaggio, ma solo per oggi, stasera come al solito la Poliziotta passa al comando e sistema tutto”.
La Poliziotta, come la chiamava lui, non era altro che sua madre Antonella: una donna minuta sulla quarantina che con quei capelli corti tagliati sul collo e quell’inconfondibile sorriso ricordava molto la Audrey Hepburn di Colazione da Tiffany.
Antonella aveva speso quasi tutta la sua vita a fare la poliziotta di quartiere aiutando gli altri, per questo in zona era conosciuta da tutti e tutti le volevano bene.
Alessio dalla madre aveva ereditato gli stessi occhi e lo stesso sguardo, ma non di certo lo stesso senso di responsabilità, di misura e del dovere.
Per questo Antonella in più di un’occasione era dovuta correre in soccorso del figlio per tirarlo fuori dai guai davanti ai suoi colleghi, aggiungendo così ogni volta un nome nuovo alla lunga lista di persone alla quale doveva un favore.
Io ovviamente non facevo parte di quell’elenco, ma nonostante questo la Poliziotta me la ricordo bene.
In particolar modo la ricordo nelle sere fredde d’inverno quando la vedevo rincasare dopo il turno di servizio mentre stavo in camera col figlio a giocare alla Playstation.
La prima cosa che faceva appena in casa era togliersi la divisa ingombrante, il cappello da poliziotto ed i proiettili dalla pistola di ordinanza prima di riporla sottochiave in un cassetto.
Poi dopo averci salutato con un abbraccio ed aver messo una pentola a bollire sul fuoco si concedeva un bagno caldo prima di ritornare in salotto con delle belle vestaglie laminate sempre diverse e delle pantofole di lana cotta colorate.
Una volta che cominciava a sbrigare le faccende di casa, io ed Alessio iniziavamo discretamente a ronzarle intorno in attesa del momento giusto per cominciare con la nostra solita sfilza di domande sui cattivi: “…allora Mà quanti omicidi ci sono stati oggi?...quante rapine hai sventato?...quanti ne hai messo al fresco?...a quanti hai dovuto sparare?” e via discorrendo.
Antonella ogni volta ci faceva finire di parlare poi con voce seria e tranquilla ci rispondeva sempre allo stesso modo “no ragazzi niente di tutto questo…per fortuna è stata una giornata tranquilla e come ogni sera prego il Signore che quella di domani sia ancora più tranquilla di oggi”.
Alessio ed io, dopo quelle parole, ci fissavamo sempre per alcuni istanti prima di scrollare le spalle tradendo un pizzico di delusione dovuto al fatto che Antonella sembrava non essere neanche lontana parente degli “sbirri” tuttofare che popolavano i vari Action Hollywoodiani tipo Arma Letale o Beverly Hills Cop.
E se questa cosa a me in fondo non toccava poi più di tanto ad Alessio invece sembrava interessare e far soffrire molto.
Il mio amico infatti più di una volta mi aveva confessato di pregare quasi ogni notte affinché una sera la Poliziotta ritornando a casa avesse cominciato a raccontargli di sparatorie, di arresti, di rapine sventate, insomma di una qualsiasi avvincente storia capace finalmente di rendere la madre l’eroina che lui aveva sempre sognato e sperato che fosse.
Le sue preghiere però rimasero inascoltate per un lungo tempo.
Poi una sera Antonella non tornò a casa.
Una telefonata e le lacrime del padre ruppero il silenzio nella stanza dove noi due stavamo cercando il goal vittoria ad International Superstar Soccer.
Da subito non capimmo cosa fosse successo, ma poco dopo tutto purtroppo ci fu più chiaro.
Il giorno dei funerali la chiesa era piena di gente.
All’appello non mancava proprio nessuno: parenti, amici, quasi tutto il quartiere ed anche la Banda della Polizia.
Quando il suono acuto di una tromba iniziò ad intonare le note del Silenzio fuori ordinanza vidi piangere per la prima volta Alessio abbracciato al feretro col tricolore della madre.
Su quella bara c’erano appesi ben visibili una medaglia d’oro al valore ed una targa con su scritto “Non sempre i Buoni vincono, ma non smettono mai di lottare”.
Alessio era stato accontentato, Antonella la Poliziotta infatti da quel giorno divenne per tutti un’eroina.
Cortometraggi Interiori testo di Tiziano De Martino