Dialogo tra l'Ignoto ed il Manifesto

scritto da Insideyou
Scritto 8 anni fa • Pubblicato 19 ore fa • Revisionato 19 ore fa
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Testo: Dialogo tra l'Ignoto ed il Manifesto
di Insideyou

UN EPICO DIALOGO

Testo tratto e rivisto da “Senza Tempo” di A. Cavallaro

Dialogo tra l’Ignoto ed il Manifesto

Era un panorama che toglieva il fiato ed anche se la funicolare del grande monte aveva reso l'accesso a quella gola di certo più agevole, non fu facile raggiungere a piedi quel luogo ameno, raramente calpestato dall'uomo, dove regnava un silenzio mistico, insondabile e straordinario; dove ogni rumore, suono, brusìo o fruscio erano inghiottiti e zittiti da quella immensità innominabile ed indefinibile. I cieli, i mari, le terre, le valli, persino l'aria fresca e tutto ciò che era in quella manifestazione apparivano intensamente nitidi e limpidi, di un lindore ed una chiarezza inaspettata, mai avvertita e percepita prima. Anche il vulcano sullo sfondo aveva uno splendore rilucente e straordinario: nonostante la sua tracotanza e la sua altezzosità, era toccato da una particolare dolcezza e soavità; pareva infatti assorto in un attento ma trepidante ascolto. Loro passeggiavano stranamente assieme, il manifesto e l'ignoto, ma nessuno conosceva o sapeva qualcosa dell'altro. L'uno sperava di riconoscerlo, raggiungerlo e toccarlo per averlo, l'altro sembrava non esserci mai, sfuggiva sempre, eppure c'era una inconsueta percezione che soleva avvertirlo, ascoltarlo e forse anche intuirlo, pur senza però mai riuscire a comprenderlo veramente. Sembrava impossibile, eppure un breve ma epico dialogo tra loro accadde e fu sorprendente e sconcertante ciò che si scoprì su quelle eccezionali alture linde e di incontaminata purezza.

M: Vorrei porti delle domande e sperando di trovare quelle giuste, sarebbe molto interessante se potessimo indagare su ciò che potrebbe essere ed esserci oltre ciò che sono e che c'è. In questa giornata così soave e fulgida, in questa pace così amena e sconfinata, in questo momento che sembra atemporale e scevro da ogni inganno o tranello forbito dalla mente, potremo trovare dunque quella giusta quiete per toccare le profondità sconosciute del non noto e comprendere così finalmente l’incognito, l'incompreso, l’incommensurabile e ciò che viene definito come l’inconoscibile?

I: Prima che tu ponga qualsiasi domanda o questione, non sarebbe forse il caso di chiarire molto apertamente e soprattutto esplicitamente alcuni aspetti prima di svolgere questa indagine? Non sarebbe forse il caso di trovarci in libertà assoluta prima di compiere qualsiasi passo che potrebbe rivelarsi falso? Dopotutto la libertà è sempre all'inizio, mai alla fine, ammesso naturalmente che vi sia un inizio ed una fine.

M: Certamente, trovo ragionevole ed indispensabile quanto asserisci e proponi, pertanto dimmi allora, cortesemente, che cosa pensi dovremo chiarire insieme?

I: Innanzitutto che ogni cosa di cui discuteremo, ogni parola che verrà utilizzata per indicare uno stato o una qualsiasi cosa, non è la cosa in sé, pertanto occorre tenere ben presente questa importante precisazione: il descritto non è mai ciò che si descrive. Inoltre, se si discute per scoprire ed imparare, occorre che vi sia libertà totale, occorre invero che vi sia una profonda vicinanza e comunione tra noi al fine di trovarci allo stesso livello, sperimentando direttamente, congiuntamente e non divisamente ciò che viene percepito ed avvertito nel dialogo, non solo attraverso l'ascolto superficiale della parola, ma lasciando giungere il significato intrinseco ed ultimo che si trova molto aldilà di essa. L'indagine dunque non è mai analizzare, sezionare, confrontare opinioni differenti o misurare un ragionamento o una conclusione, perché questo implicherebbe avere già un metro di paragone insito ed a prescindere, che diviene poi un giudizio. L'indagine è scoprire, svelare, compiere piccoli passi in condivisione completa senza partire da nessuna definizione, ideazione o presunzione; occorre dunque avere un corretto grado di esitazione e di pazienza, di umiltà e di pienezza, oltre che di totale attenzione ed estrema premura nel relazionarsi senza alcun prevaricamento reciproco.

M: Sono completamente d'accordo con te.

I: Ne sei certo? Questo implica che hai lasciato allora ogni conclusione ed ogni posizione di partenza che ti permea. Questo vuol dire anche di aver deposto il peso del passato che fondamentalmente è tradizione, evoluzione, condizionamento, credenza, supposizione, fede, simbolo, immagine, conclusione, paura, impressione e superstizione.

M: Si, sono assolutamente intenzionato a scoprirti e lo farò.

I: Sii estremamente attento ed accurato quando asserisci con tanta facilità questo, perché vuol dire che hai messo da parte un tempo indefinibile che ti ha strutturato, modellato e plasmato come sei e ciò pur essendo forse un flebile soffio, non è per te cosa da poco, visto che stai posando un fardello pesante qualche milione di anni. Nel momento in cui non porti più questo grave peso, non c'è già una certa percezione di libertà? Non partire da nulla per scoprire, non concede forse già una immensa e un’insondabile leggerezza? Così non hai niente da difendere.

M: Ho visto in profondità cosa sono. Per anni ho osservato con estrema attenzione ciò che agita e struttura la mia coscienza. C'è una comprensione appassionata e sottile dei disagi del mio essere, costituito da una forza latente nell'inconscio che ha modellato di fatto l'essenza ed il risultato di ciò che sono in questo momento nelle mie tante realtà, quelle prodotte dalla ristretta e personale visione del mio centro, che non ha portato altro sinora che illusione, sofferenza, tedio, dolore, inganno, divisione ed isolamento.

I: Molto bene, se davvero c'è questa comprensione, che è libertà nella visione di ciò che si è, allora il prossimo passo è chiedersi il perché.

M: In che senso “perché”? Mi chiedi perché indagare? Voglio davvero scoprire il vero per coglierti e trovare così un senso vero a tutto questo, ecco il perché!

I: Se hai un solo motivo che anima la tua scoperta allora non c'è libertà, c'è ricerca. La ricerca implica una causa ed un traguardo, un cammino, un metodo, un inizio ed una fine e soprattutto un cercatore. Il motivo e lo scopo sono già noti al cercatore stesso e dunque non c'è vera scoperta, ma il raggiungere ciò che il cercatore pensa che vi sia già. È ciò che hai sempre fatto, non è vero? Potresti aver cambiato strade, schemi, motivi, scopi o effetti, ma è da sempre che cercando qualcosa di nuovo al buio, hai pensato di trovare quello che volevi, ma in effetti quando hai aperto gli occhi per vedere non c'era mai niente di nuovo, non è così?

M: Forse.

I: Allora hai sempre cercato solo ciò che conoscevi già. Avendolo poi raggiunto, non ti è più bastato, perché lo hai riconosciuto ed hai iniziato così un'altra ricerca. Questo è lo schema che ti compone: la reiterazione. Abbiamo detto che per scoprire non bisogna partire da alcunché, deporre ogni movimento di tempo e non vi deve essere soprattutto alcun motivo, scelta o speranza, altrimenti c'è un cercatore che vuole raggiungere e ciò significa tracciare già un sentiero che è conoscenza ed una volizione per raggiungerla, che è il desiderio manifestato dall'avidità. Come puoi mai partire dalla conoscenza per cogliere, immaginando, ciò che non è?

M: Aspetta un momento, nel corso delle mie ricerche, ciò che più è vicino a me è proprio tutto ciò che conosco perché l’ho vissuto, l'ho sperimentato e l’ho raccolto; pertanto è opportuno che io parta da ciò che so, da ciò che sono, da ciò che sono stato e da ciò che voglio trovare, per svelare e scoprire tutto ciò che non sono e che non è.

I: Allora non c'è nulla di nuovo da scoprire, possiamo fermarci qui.

M: No, perché asserisci questo? Perché condanni la conoscenza?

I: Ciò che indichi come conoscenza e sapere è il noto ed è il noto che intende poi espandersi. Ciò pone in essere il cercatore che come centro di acquisizione, misura ed interpreta il visto solamente per addensarsi ed espandersi. È ciò che accade quando il cognito si scinde da sé stesso per osservarsi e trattenere immagini che indica come sapere e supposte ideazioni che proietta come ciò che dovrebbe o deve avere. Il cercatore dunque osserva ciò che sa e proietta ciò che dovrebbe sapere, che diventa ciò che vuole e deve sapere, lottando ad ogni costo per raggiungerlo. Questo è il tempo del divenire nel quale c'è la tua realtà, la tua miseria e la tua confusione. Non ti sei mai chiesto se tu stesso non sei altro che uno strumento del noto per la sua evoluzione, conferma ed espansione?

M: Se non c'è ricerca, come può mai esserci la scoperta? Per scoprirti non devo allora più cercarti? Non sei alla fine forse proprio ciò che io non sono?

I: Il non noto è il contrapposto del noto? Se così fosse allora noto e non noto sarebbero due estremità di una stessa misura, cioè la stessa cosa: dov’è allora la novità? Il non noto non esiste e per coglierlo, il noto deve finire di agitarsi e smettere di essere continuamente misurato e riconosciuto nell'intenzione di trovare il suo opposto. Quel suo stesso movimento determina e rafforza i suoi confini. Non potrà che espandere ed evolvere sé stesso definendone nuovi limiti, ma opererà sempre nel disordine della misura e nella caotica frammentarietà della divisione.

M: Aspetta, ora non riesco a capire sino in fondo ciò che stai asserendo.

I: Ogni divisione determina una manifestazione. Ciò che si scinde, diventando parte, introduce una distanza ed un intervallo, cioè spazio e tempo nel quale c'è il manifesto, il noto, ovverossia l'essere e l'esistere. Dove c'è divisione dunque c'è limite, bordo, distanza, esistenza e misura. Il tempo stesso, così come lo spazio del noto e nel noto, sono misurabili e limitati dall’osservatore che li seziona. Tutto ciò che sai è dovuto alla tua scissione, alla sensazione del visto che è misurata da colui che vede, dal centro, dalla parte divisa che si manifesta attraverso la percezione dell'io che sei tu. Questa parzialità osserva la totalità e la misura. In quel processo c'è distanza di tempo nello spazio limitato della misurazione e questo determina conflitto tra le parti e l'intero. La scissione, nel tentativo di raggiungere l'unità a partire dalla sua parzialità per ricomporsi, riconoscendosi come parte a sé stante e dunque cosciente, si divide ulteriormente per ampliarsi, determinando la frammentazione e l'espansione di sé stessa per colmare ciò che ha misurato come distanza di tempo e spazio dall'unità. Questo è il noto, un movimento limitato di tempo e di spazio determinato dalla misura delle stesse parti che vedono.

M: Che significa per me tutto questo che stai dicendo?

I: Che tutto ciò che sai è ciò che hai misurato, ciò che hai improntato nella memoria e ciò che riconosci attraverso il confronto che nasce dalla sensazione. Ti sei mai chiesto se esiste veramente ciò che vedi senza che tu lo misuri e dunque indipendentemente da un osservatore che vede? Ti ricordo che abbiamo sottolineato che la parola, il descritto, non è mai la cosa. Quando si parla di vedere si intende non solo la vista, ma tutti i sensi che operano congiuntamente. Quando si parla di io non si intende una sola parte, ma l'io come uomo, come processo del sé frammentato nelle varie entità che pensano nel tempo di essere separate ed indipendenti, determinando una propria ed individuale coscienza. Non c'è solo inoltre la frammentazione del sé come uomo, ma il sé stesso è la divisione dal fluire. La sensazione dell'io è l'insieme dei sensi che reagiscono a ciò che è: la sensazione è misura, confronto e reazione al visto. Questo processo pone in essere la realtà dell'io, che indica come mondo la percezione di sé stesso attraverso il fenomeno del riconoscere ciò che non è lui stesso, che ha come manifestazione reale il noto in cui io esiste. Il noto può muoversi solo nei confini della conoscenza di una coscienza. Può essere pertanto ampliato, esteso, dilatato, ma il noto rimane sempre nei limiti di ciò che è: nelle parzialità e nelle ristrettezze dell’osservatore. Esso cerca di raggiungere il non noto attraverso le sue parti, ma in quel costante sforzo il cognito non fa altro che immaginare l’incognito e proiettarne una conclusione ed un'astrazione, che divengono solo ulteriore conoscenza.

M: La tesi, la supposizione, la conclusione o anche l’adire dell'immaginazione, non potranno dunque mai farmi raggiungere il non noto?

I: Assolutamente. Partendo dal positivo si giunge solo all'opinione. Le opinioni delle parzialità generano assunti, che divengono il conflitto di una parte con un'altra. Per una tale immensità non si dovrebbe esitare e partire dalla negazione di ciò che il non noto indubbiamente non è? L'indagare con la negazione potrebbe portare al positivo senza accorgersene e ritrovarsi nel non noto improvvisamente, senza saperlo. Il semplice fatto di essere coscienti del non noto è di per sé sempre il territorio del noto e dunque una chimera. Pensare di aver raggiunto, di avere percezione, conoscenza o ricordo del non noto è illusione, è essere nel noto pensando di aver colto il non noto. Come può esserci unità se c’è separazione? Dove c’è separazione c’è sempre conflitto e disordine.

M: Perché dici che c'è separazione?

I: Se non ci fosse separazione tra noto e non noto, vi sarebbe la parzialità? Vi sarebbe solamente unità, in quel caso non vi sono parti, ma l'interezza dell’integrità, senza nessuna realtà. La separazione tra noto e non noto viene in essere con l'osservatore che indica e misura dal noto, cioè dalla sua stessa parzialità che è scissione. Questa, è la dualità.

M: Chi è allora l'osservatore?

I: Colui che pone la domanda, un movimento di tempo, di pensiero.

M: Allora come si può in definitiva raggiungere il non noto?

I: Non è possibile. Il noto non può toccare l'immensità e con essa l'integrità, perché dalla sua precarietà, parzialità e frammentazione non può mai essere l'intero. Il noto deve finire affinché la scissione svanisca ed ogni divisione che determina il conflitto dei limiti spazio-temporali. Allora non vi sarà più dualità tra noto e non noto. Occorre vedere la verità della falsità, senza in alcun modo trattenerla, modificarla o interpretarla.

M: Occorre vedere dunque la falsità della realtà?

I: No, occorre vedere che anche il falso è reale, ma non è vero. Vedere questa verità, nega la falsità e con essa qualsiasi realtà proiettata.

M: Dunque porsi la domanda se il noto possa mai raggiungere, in una qualche modalità o in un’altra realtà, il non noto, è posta erroneamente?

I: Non c'è domanda, ma solamente il silenzio. Nello spazio immenso del silenzio l'osservatore scompare e con esso il mondo che egli stesso ha costruito, parzializzando e violando il fluire con il sapere. In quella quiete non c'è nessuna domanda che possa essere posta, perché non c'è riconoscimento, coscienza e volizione. C'è il movimento della totalità senza spazio e tempo. Un movimento che ha in sé unicità e non la dualità ripetitiva ed imitativa dell'inizio e della fine, della vita e della morte o del prima e del dopo. Del resto è il noto che indica l'inizio e la fine per la sua stessa limitatezza e schematicità che rappresenta l'esistere nella distanza posta tra sé, la realtà ed il fluire. È il noto che indica la vita e la morte come antipodi per la sua esiguità, è il noto che interpreta il prima ed il dopo per il suo continuo confrontare e riconoscere, è il noto che essendo composto da immagini e da simboli è solamente un movimento materiale di passato, perché non è altro che una sua rappresentazione come tempo.

M: Allora io non esisto veramente.

I: Esisti come una peculiare e limitata realtà prodotta da cause ed effetti che ti manifestano, ma non come una verità intrinseca ed indivisibile. Se la verità esistesse, sarebbe nota, limitabile, parzializzabile, scindibile in parti, memorizzabile, descrivibile e dunque misurabile. Diventerebbe realtà, come io ha fatto. Io è una realtà. Io è un centro. Io è energia di accumulo in dispersione. Ed il suo mondo, cioè l'osservazione di sé stesso, è un insieme frammentato di varie realtà le cui qualità sono misurate dalla sensazione al visto. Essendo riconoscibili perché già note, tali realtà possono avere un tempo, uno spazio, un limite, una misura e delle qualità che rappresentano il mondo dell'osservatore. Ma tutto ciò non è verità; è falsità, come quella dell’osservatore: è reale, ma non vero.

M: Cosa posso fare allora per manifestarti?

I: La presunzione del raggiungermi, l'arroganza del riconoscermi, l'oltraggio dello sperimentarmi e la paura del non avermi, devono finire totalmente. Tu non sei il mio opposto: sei la mia distorta visione accentrata illusoriamente come una realtà immaginaria, dalle varie parzialità che ti compongono. La tua fine non è il mio inizio, ma il tuo. Nel momento in cui finisci sei all'inizio. Scoprirai allora che ogni tuo movimento è distorsione, dissipazione e disordine. Questo è l'effetto della scissione. Pertanto la tua fine è all'inizio ed il tuo inizio è alla fine. La tua immobilità nel silenzio è ordine supremo. Allora il sublime, cioè il fluire nel durante, è l'ignoto ed il manifesto, invero il passato, non c'è più.

M: Se dunque io mi annullo e finisco, sarò l'ignoto?

I: Non c'è alcuna scelta nel fluire del durante, ma azione. La domanda è desiderio, è speranza, è volizione, è attesa, è pretesa, è confusione, è disperazione, è ricerca: l'azione è nel silenzio della comprensione. Nel silenzio immenso e vuoto della comprensione tu non puoi esistere, perché sei solamente rumore. Ascoltare il tuo rumore è silenzio. L'amore vero allora, nella sospensione attenta, infinita, esitante ed immobile della tua fine e del tuo inizio, è nella purezza del vedere, che è l’azione totale che assorbe totalmente lo spazio, il tempo, il noto e l’idea del non noto.

Discese un silenzio abissale tra loro che sugellava la pienezza totale di quella comprensione. Una cornacchia spiccò un volo e gracchiò: il suo eco rimbalzò tra le pareti della vallata disperdendosi nel nulla. Anche il sole poi calò di lì a poco per lasciare posto alla quiete della notte: lì s’era parlato tanto e forse anche troppo. Giunse dunque l’oscurità più buia ed impenetrabile, mentre il tempo si stava rallentando sino a fermarsi. Il manifesto, nella comprensione di sé stesso aveva finito di agitarsi ed era svanito. L’ignoto non c’era più, ma forse, davvero non c’era mai stato.

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