IL CONGRESSO
L'ampia sala del Centro Teologico era dominata da un soffuso, anche se soffocato, fermento: l'attesa per l'arrivo dell'ultimo conferenziere della giornata si stava facendo eccessiva. Dietro la lunga fila di tavoli che, coperti da un panno rosso, formavano sul palco una sorta di linea divisoria, si sarebbe potuto pensare, tra la verità ufficiale e le povere tesi soggettive e terrene dei partecipanti al convegno, campeggiava in oro su fondo nero il titolo generale a cui il seminario si doveva informare: "Teologia contemporanea ed eresia". Al centro del tavolo la figura canuta ed autorevole del Presidente del Seminario, che, chino sul sacerdote alla sua destra, gli parlava un po' faticosamente all'orecchio:
- Penso che dovremmo trovare una soluzione. Non possiamo attendere oltre!
- Mi hanno informato che il professor Reimarus è partito stamane dalla sua università di Bayreuth e che sarebbe sicuramente arrivato. Ci sarà stato un ritardo del treno.
Il vecchio professor Theodorov si raddrizzò lentamente sulla sua sedia, respirando faticosamente: era l'unico laico a cui fosse stato concesso di presiedere quel prestigioso seminario, non poteva mostrarsi impaziente. Guardò in giro scrutando la sala illuminata attraverso le lenti un po' appannate dal tempo e dall'uso, osservando il comportamento dei presenti. In tutti prevaleva un atteggiamento di superiore pazienza: volti pensierosi, ma sereni; dialoghi sommessi e lievi cenni del capo; leggeri inarcamenti delle sopracciglia quando fedi diverse giungevano al confronto.
Notò l'affaticato professore che in realtà era molto difficile distinguere gli evangelici dai cattolici e gli ebrei dagli evangelici: la maggior parte indossava un completo scuro e i segni esteriori distintivi delle varie religioni sembravano essere stati tacitamente aboliti. Non poté fare a meno di formulare un pensiero consolatorio:
"Vuoi vedere che finalmente gli uomini non avranno motivo di battersi per differenze di colore e di abito?"
- Gli ebrei sono un po' impazienti, - gli disse all'orecchio sinistro una improvvisa voce non riconosciuta. - Sa, domani è sabato e non vorrebbero prolungare eccessivamente i lavori questa sera...
Fortunatamente in fondo alla sala si notò una certa agitazione e i visi di quasi tutti gli astanti si volsero in quella direzione. - E' arrivato, è arrivato! - sentì mormorare il professor Theodorov. Si sistemò sulla sua sedia e si apprestò pazientemente a dare il benvenuto e la parola all'ultimo conferenziere, che era entrato con passo sicuro e veloce nella sala, calpestando noncurante il prezioso pavimento di listelli di legno di mogano. Il suo passo risuonava autoritario e stranamente rumoroso in quella sala in cui persino il pensiero sembrava ovattato.
Si mosse verso il palco lo sconosciuto, ma attesissimo professore proveniente dalla Germania, salì agilmente i tre gradini di legno e, ignorando le altre personalità sedute al grande tavolo, si diresse alla volta del presidente.
- Professor Theodorov, - disse stringendogli la mano con gesto sicuro, ma rispettoso, - voglia accettare le mie scuse e scusarmi presso tutti i presenti.
Il presidente si alzò faticosamente, avvicinando con gesto tremante il microfono alle sue labbra e presentò il professor Eberhard Reimarus ordinario di Teologia dell'Università di Bayreuth, guardandosi bene dall'esternare il pensiero profano che in quel momento gli stava attraversando la mente: "Per fortuna parla un ottimo italiano, contrariamente a quel che avevo sentito dire di lui; non dovremo ascoltare suoni strazianti e le ancor più strazianti traduzioni simultanee di Padre Giordano..."
Il professor Eberhard Riemarus indossava anch'egli, come quasi tutti i presenti, un completo grigio scuro: tuttavia ad alcuni non era sfuggito che la stoffa della giacca era lievemente diversa e più chiara di quella dei pantaloni e la camicia era di un rosa pallidissimo e non rigorosamente bianca come quella della maggior parte degli intervenuti. Inoltre non portava il colletto bianco rigido. Quasi tutti tuttavia non dettero alcuna importanza alla cosa poiché conoscevano gli scritti del professor Reimarus, anche se non l'avevano mai visto di persona e ignoravano i particolari della sua vita privata: persino se avesse preso definitivamente i voti oppure no.
Rapidamente il brusio nella sala si attenuò e una grande attenzione subentrò, stendendo come un immenso velo di compunzione su tutti gli astanti. Il conferenziere iniziò il suo intervento.
"Avevo preparato un lungo studio sulle aporie dell'annuncio cristico, partendo dalle tesi fondamentali espresse da Bultmann nel suo "Die Erforshung der synoptischen Evangelien", "Indagine sui vangeli sinottici" e le interpretazioni eterodosse che ne sono seguite, ma poi ho deciso di modificare integralmente la linea del mio intervento. Dirò, o meglio, improvviserò una conferenza cercando di trarre dal profondo del mio animo quelle convinzioni, ma anche quei dubbi, che sempre bussano dentro di noi e che raramente trovano ascolto, sia per una malintesa forma di rispetto delle tradizioni culturali, sia per la convinzione che la fede dei teologi ufficiali della Chiesa non debba mai apparire incrinata".
Grande sorpresa si diffuse tra i presenti che, se anche non avevano mai conosciuto Reimarus di persona, avevano letto i suoi scritti inflessibili, sempre volti, si sarebbe detto, a scolpire la verità nella roccia, piuttosto che a considerare la sabbia su cui anche le montagne più alte talvolta appoggiano.
"Non so se molti di voi conoscano le traversie - continuò Reimarus con tono di voce più profondo ed intimo, quasi gli costasse molto quella confessione - che la mia fede ha subito negli anni lontani della mia gioventù. Sono stato spesso in contrasto con le interpretazioni ufficiali e molto mi è costato chinare il mio capo superbo, anche se questo non è mai trapelato all'esterno. Ma, oggi lo posso dire, molto si può perdonare se è amore sincero per la verità quello che ti spinge. Per questo oggi mi sento di dire che non sempre è stato amore di verità quello che ha spinto gli uomini della Chiesa ad avversare la conoscenza che lentamente emergeva dallo studio della natura. Quando mai la Chiesa ha preso l'iniziativa di guardare con amore quello che nei santuari della scienza prendeva corpo? Spesso, se l'ha fatto, è stato per alzare una voce di condanna".
Anche se nessuno aveva espresso un'opinione, né aveva scambiato col vicino sguardi interrogativi, un'atmosfera di innaturale tensione si era subito diffusa, avvertibile, nell'ampia sala: si vedevano sacerdoti sistemarsi nelle poltroncine di velluto rosso, raddrizzare lentamente schiene curve e lanciare sguardi allarmati lateralmente e di fronte, verso il Presidente, professor Thedorov, che invece non sembrava aver colto nulla di anormale nelle parole dell'oratore e nella situazione.
"Oggi che non si parla soltanto di intelligenza artificiale, ma di vita artificiale, che posizione prenderemo noi, uomini che dichiarano di possedere la verità, di fronte a questi studi, alle nuove ipotesi che vanno prendendo forma? Attenderemo ancora una volta che Copernico muoia per poter incominciare a parlare delle sue teorie?"
Il tono di voce del professor Eberhard Reimarus era profondo, quasi accorato, lontano da ogni forma di accusa, eppure le sue parole risultavano graffianti per molti dei presenti. Soltanto sui volti di alcuni si vedeva profilarsi un sorriso sorpreso e rattenuto, un lampeggiare segreto degli occhi che tuttavia rimanevano fissi sull'oratore per non voler incontrare altri occhi lampeggianti.
Il professore si era reso conto di aver creato un clima di tensione nell'uditorio, non tanto per il contenuto di ciò che aveva detto, tutto sommato largamente scontato, ma per il timore di ciò che aveva ancora da dire e che pareva incontrollabile, foriero di pericoli. Non fece nulla per attenuare quest'ultima impressione.
"Oggi si parla sempre più della vita come il sottile crinale che divide l'ordine dal caos. L'interesse per i sistemi complessi non lineari ci insegna che spesso sembra il caso a determinare la direzione dell'evoluzione e noi, teologi del futuro, che diremo a quegli scienziati che proveranno la fondatezza di queste ipotesi? Che Dio è perfetto Ordine e quindi queste sono posizioni di una scienza neopositivistica, ereticale? Perché invece non ci poniamo di fianco ad uno sperimentatore e guardiamo con lui le simulazioni di un calcolatore? Forse scopriremmo che l'immagine che noi coltiviamo di Dio è inadeguata; forse scopriremmo il sorriso ironico di Dio dietro l'enorme caos dell'universo e magari ci verrebbe la folle idea che noi siamo il prodotto dell'oscillazione tra caos e ordine, che l'Ordine Supremo equivale a cristallizzazione e morte e il Caos invece alla primigenia sorgente della vita".
Si era accalorato il professor Reimarus dicendo queste cose, ma, rendendosene conto, si era subito arrestato: non voleva esprimere alcun entusiasmo. Si era improvvisamente staccato dal microfono e guardava in silenzio la sala, vibrante più per l'imbarazzo che per la consonanza con le idee espresse.
Il presidente professor Theodorv si era anch'egli scosso alle ultime frasi e guardava leggermente preoccupato il profilo severo del professor Reimarus, per cercare di leggervi le sue prossime intenzioni. Conosceva da lungo tempo quel nome riverito e stimato: non si sarebbe mai sognato di intervenire e interromperlo, neppure con una domanda. L'interruzione venne invece, inopinatamente, da una voce in terza fila che lentamente gli astanti riuscirono a localizzare in un piccolo uomo, seduto al margine estremo della fila con una pila enorme di libri sulle ginocchia e che per questo parlava senza alzarsi in piedi.
- Non vorrà, professor Reimarus, - disse la voce, un po' acuta, ma non femminea, soffermandosi volutamente e con compiacimento sulle sillabe di quel nome altisonante - rinverdire le eresie dell'illustre omonimo Hermann Samuel Reimarus che già oltre duecento anni fa accusava la Chiesa in nome della scienza e della ragione, sostenendo tesi che il tempo si è poi incaricato di spazzare via!?
Per tutta risposta l'oratore prese con calma un bicchiere, lo rigirò tra le mani osservandone i riflessi fino al limite dell'imbarazzo, poi si versò lentamente dell'acqua e lentamente bevve.
"Anche se non condivido le tesi del mio predecessore, forse un po' troppo semplicistiche, non posso però non riconoscere il grande contributo che hanno dato al moderno dibattito sul Cristo storico" disse l'oratore con una calma che voleva incutere l'impressione della solennità e non della polemica.
Tacque un istante, sempre rigirando il bicchiere, che mandava riflessi iridescenti, tra le mani, poi riprese:
"Inoltre il suo contributo al reale ecumenismo delle religioni con la proposta di eliminare dogmi e dottrine per guardare alle opere sta forse cominciando a dare i suoi frutti. Se voi oggi, esponenti di diverse fedi, siete qua per ascoltarvi e non per combattervi un poco forse lo dovete anche a lui".
Si interruppe ancora un attimo, come per cercare un aggancio nascosto, ma poi sembrò cambiare idea. Sollevò il viso dirigendolo verso l'invisibile interlocutore della terza fila:
"Comunque la ringrazio per l'interruzione: mi ha permesso di precisare una mia convinzione che mi sta molto a cuore e che altrimenti non avrei potuto esternare. Ma ora vorrei riprendere il filo del mio discorso, anche perché il tempo che rimane a nostra disposizione è molto breve. Gli avvenimenti incalzano".
Molti si erano guardati attorno interrogativamente: nulla, tranne l'ora un po' avanzata, sembrava incombere sui lavori del congresso. Ma, poiché l'oratore aveva ricominciato a parlare, non diedero ulteriore importanza alla cosa e si disposero a riprendere la concentrazione interrotta.
"Stavo prima parlando del rapporto dialettico tra ordine e caos indagato con molta attenzione dal pensiero scientifico contemporaneo. Io vorrei applicarlo un attimo alla concezione della storia.
Spesso la storia è stata vista, e soprattutto in epoche recenti, come una evoluzione lineare costante, come qualcosa che portava dentro di sé il seme del progresso, il quale si sarebbe sviluppato come un grande albero diritto, che avrebbe diretto il suo tronco altissimo, infinito qualcuno avrebbe detto, verso il cielo. Ci sono volute due guerre mondiali e due esplosioni atomiche per far deflagrare questo mito; c'è voluto il terrore per una possibile distruzione totale, che ha depositato il suo virus nelle menti di tutti gli uomini che posso o vedere o udire, perché l'idea di una storia lineare andasse in frantumi. Ma io oggi voglio dire e sostenere di più: non esiste alcun ordine strutturale, almeno come noi siamo abituati a concepirlo, negli avvenimenti storici; se un elemento sembra emergere incontrovertibile per chi si accinge a osservare la storia senza alcuna convinzione precostituita questo è proprio il Caos".
Si era arrestato il professor Reimarus volutamente dopo queste parole; voleva che gli ascoltatori percepissero la determinatezza con cui erano state pronunciate e il loro spessore e non le attribuissero a casualità o a foga oratoria. Infatti i presenti apparivano piuttosto disorientati: guardavano il loro vicino, poi il presidente professor Theodorov; qualcuno si volgeva verso l'ingresso, forse nella speranza che qualcuno entrasse e chiarisse tutto l'equivoco. Nessuno si mosse; soltanto si sentì un rumore confuso provenire dalla terza fila. L'ometto si era silenziosamente alzato, reggendo con fatica una grande pila di libri e, guardando lateralmente per non inciampare, si era diretto verso l'uscita.
"C'è sempre qualcuno che ti bacia sulla guancia in silenzio" disse Reimarus quando l'ometto ebbe raggiunto la porta d'uscita. Si arrestò l'uomo come fulminato, si voltò lentamente, lo guardò con un'aria mista tra la curiosità e il disprezzo, poi si girò ed uscì. Il Presidente preferì non dar luogo a commenti e fece cenno all'oratore perché, più che continuare, si accingesse a concludere il suo discorso.
"E' ovvio che la prima conseguenza di questo modo di concepire la storia e la conseguente eliminazione di ogni concetto di ordine esteriore sembra portare alla sparizione di Dio dalla storia stessa e alla negazione di qualsiasi concezione provvidenzialistica. Qualcuno - aggiunse poi l'oratore con tono lievemente ironico - è infatti arrivato a sostenere che Dio è morto e che proprio il suo funerale ha aperto nuove frontiere all'uomo.
Bene, non voglio approfittare troppo della vostra pazienza. Se vi ho volutamente colpito è perché volevo attirare la vostra attenzione sulla necessità di un punto di svolta anche in teologia. Per concludere io direi che la storia è il prodotto del conflitto tra tendenza all'ordine e il riemergere continuo, apparentemente casuale, del caos. Ma io mi sono convinto, dopo aver analizzato uomini e millenni, che una logica in tutto questo esiste: il processo evolutivo lineare può essere solo interiore, della singola coscienza, mai del mondo".
Un grande sollievo sembrò serpeggiare per la sala: molti sembravano respirare più profondamente, altri si passavano una mano sulla guancia e sul mento mentre aggrottavano la fronte, altri bisbigliavano qualcosa al vicino. Dall'esterno non provenivano rumori particolari: del resto quasi tutti si erano dimenticati che esistesse un esterno, concentrati com'erano nell'ascolto e nella riflessione; davano i presenti per scontato che il frastuono della città circostante, avvertibile anche se molto affievolito, facesse parte di quel mormorio di fondo che non è scollegabile dalla vita. Anche il sibilo smorente di un'autoambulanza che sembrava arrestarsi nelle vicinanze faceva parte del tumulto quotidiano: evento che al massimo ci fa sobbalzare, perché ci ricorda che l'imprevedibile è sempre a portata di mano.
"Naturalmente - riprese implacabile il professor Reimarus - questo solleva un enorme problema, sul quale civiltà intere si sono scontrate e divise: il ruolo della Chiesa come istituzione nella storia dell'uomo; e rimanda infine al nucleo di tutti i problemi: la natura del Cristo".
Su quest'ultima parola si era arrestato l'oratore e aveva riportato il bicchiere alla bocca. Il gesto voleva essere un messaggio eloquente: non avrebbe sollevato ulteriori questioni su questo argomento, né gradiva che i presenti insistessero su queste problematiche: la conclusione dell'intervento al seminario su nuova teologia ed eresia doveva essere diversa. Stava per riprendere la parola il professor Reimarus quando si accorse che gli ascoltatori delle ultime file erano stati disturbati da qualche evento non avvertito nelle prime file, né tantomeno sul palco: li vedeva infatti voltarsi e rimanere girati verso l'ingresso, sul fondo della sala, e con le teste protese, come se fossero in ascolto di qualche rumore dagli altri non avvertibile.
Sembrò per un attimo confondersi l'oratore e smarrire, se non il senso, il vigore del suo intervento, ma si riprese e continuò con voce sostenuta, avvicinandosi maggiormente al microfono, quasi ciò che stava per dire urgesse in modo incontenibile.
"Ma tutto questo: il fluire inarrestabile della storia, l'evoluzione di un universo che procede zigzagando in modo complesso, si basa su una impressione sostanzialmente erronea. Noi infatti siamo convinti che il divenire, e tutto quanto quindi si trasforma, abbia una consistenza oggettiva.
Ma tutto questo non può essere vero, se davvero noi crediamo in Dio, perché l'Assoluto può solo essere, mai divenire. Per questo io sostengo che la storia è come un enorme programma di realtà virtuale. Dal punto di vista oggettivo è pertanto illusoria. E da questo punto di vista penso che siano molto più vicini ad una corretta concezione della realtà le concezioni induiste, per le quali la manifestazione dell'universo è solo "maya", illusione. Per loro la consistenza del cosmo è assicurata solo dal nostro comune modo di percepire la sostanza indifferenziata. Siamo dunque noi a costruire gli universi 'reali', non Dio. Anzi, direi di più, ogni concezione sostenitrice della creazione divina dell'uomo e dell'universo è sostanzialmente illogica. Non può esserci stato un momento in cui Dio abbia oggettivamente creato, e quindi allontanato da sé, il mondo..."
Le ultime parole del professor Reimarus non fecero in tempo a creare scompiglio tra gli astanti perché un trambusto ancor maggiore fu creato dalla comparsa di due uomini in camice bianco che si erano posti ai due lati della porta d'uscita.
Nel frattempo il direttore del Centro Teologico si stava dirigendo con passo affrettato verso il palco. Salì respirando affannosamente i gradini che lo separavano dalla platea e, senza nemmeno girare intorno al grande tavolo, si mise a sussurrare qualcosa all'orecchio del professor Theodorov.
Dopo poche parole questi parve impietrito. Si rialzò faticosamente lanciando intorno sguardi smarriti.
Risolse la situazione e la confusione che si era creata lo stesso oratore che aveva tenuto quella inaspettata conferenza. Chino sul microfono, disse:
"Scusate fratelli, ma mi stanno aspettando. Comunque, anche se il mio nome reale è diverso da quello previsto sul programma, ponete attenzione al senso delle mie parole e non alle parvenze. E anche se i fratelli che mi stanno aspettando portano sul braccio una croce ben diversa da quella a cui siete abituati, riflettete sul significato del nostro incontro".
I due infermieri si erano nel frattempo avvicinati all'uomo che, sceso dal palco,si stava avviando docilmente verso l'uscita; lo avevano preso sotto braccio e lo stavano portando con grande dolcezza, ma con determinazione, verso il corridoio di marmo lucidato che portava all'esterno dell'edificio, dove era parcheggiata l'autoambulanza.
Poté l'uomo sentire alcune parole del Presidente, professor Theodorv, che andavano smorendo per la lontananza progressiva:
"Non so fratelli come sia potuto accadere. Vedete, nessuno di noi conosceva di persona il professor Reimarus e il suo ritardo...Un pazzo! Ma chi poteva immaginarlo?"
Apersero i due infermieri le porte posteriori del furgone recanti ciascuna una grande croce bianca iscritta in due cerchi rossi e fecero accomodare l'uomo, che si sedette stancamente, come svuotato. Salirono a loro volta sull'autoambulanza e picchiarono sul vetro divisorio come segnale per l'autista, che infatti pertì, immettendosi rapidamente nel traffico cittadino.
Percorse il furgone il largo vialone che fiancheggiava il verde parco lungo il fiume un po' limaccioso, dirigendosi velocemente verso la periferia della città. Quando furono usciti dal grande traffico l'autista rallentò, picchiò a sua volta nel vetro divisorio e girando solo per tre quarti il volto verso la parte posteriore dell'autoambulanza disse:
"Allora, dove andiamo professore?"
L'uomo parve scuotersi dal suo torpore, raccolse faticosamente le idee e poi rispose:
"A Tolosa. Dobbiamo andare a Tolosa. C'è un congresso sui Catari a cui non possiamo assolutamente mancare..
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il congresso testo di giancarlov