Verde inglese Pt. 6

scritto da Nigthafter
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Immagine di Nigthafter
Autore del testo Nigthafter
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Per quasi tutta la vita aveva avuto davanti solo altri terrazzi e strisce di cielo strette tra i palazzi. Ora invece il parco e il cielo gli entravano negli occhi tutto interi.
- Nota dell'autore Nigthafter

Testo: Verde inglese Pt. 6
di Nigthafter

Verde inglese Pt. 6

Amava sedersi sulla terrazza.
Per quasi tutta la vita aveva avuto davanti solo altri terrazzi e strisce di cielo strette tra i palazzi.
Ora invece il parco e il cielo gli entravano negli occhi tutto interi.
Le case intorno erano basse. Non rubavano spazio allo sguardo.
Oltre il parco l’orizzonte si apriva vasto, campi ed erba fino a perdersi e nelle giornate più limpide, lontanissime, le cime dei monti.
Quando si alzava il vento gli alberi cambiavano.
Non si limitavano a muoversi: si gonfiavano, si contraevano, respiravano. Grandi masse di verde scuro, verde chiaro, verde quasi nero che si dilatavano e si riducevano con un ritmo lento, pesante.
Li fissava per ore. Quel movimento gli ricordava il mare, ma senza il rumore delle onde: solo il fruscio continuo.
E mentre li guardava sentiva il petto aprirsi, l’aria arrivargli più in fondo, fresca, pulita.
Avrebbe voluto sapere come si chiamavano uno per uno.
Riconosceva solo l’abete grande, il salice piangente e il ciliegio.
Il resto era ignoranza, e un po’ di invidia per chi, anche da cittadino come lui, sapeva nominarli tutti: castagni, ippocastani, betulle, querce.
Gli sembrava una forma di conoscenza, di intimità con la natura che a lui era mancata.
Come diavolo fanno?
Di solito stava lì con un libro in mano e la pipa in bocca, accesa o spenta non importava.
La pipa era diventata come i baffi e la mosca sul mento: una cosa sua, definitiva.
La prima l’aveva avuta da ragazzo, di pannocchia di granturco, quando voleva fare il fricchettone.
L’aveva mollata per anni – prima sigarette senza filtro, poi sigari Antico Toscano – per riprenderla prima dei trent’anni e non tradirla più.
Non aveva mai rincorso le marche.
Di buone ne aveva avute solo tre: una Peterson e una Charatan regalate, una Savinelli comprata per sé
Le altre, tante, erano radiche grezze, economiche, senza vernice.
Gli piaceva proprio quello: partire dal legno pallido e anonimo e vederlo scurire col tempo, diventare caldo, rossiccio, bruno, segnato dall’uso.
Un colore guadagnato, non finto. Non quello artificiale e lucido delle pipe esposte nei negozi per fumatori.
Fumare la pipa aveva per lui qualcosa di filosofico.
A ogni boccata tutto si consumava lentamente: il tabacco, il legno che lo conteneva, e lui stesso che li fumava.
Tre cose che bruciavano insieme. Una simbiosi perfetta.
Tutto quello splendore che aveva davanti agli occhi risvegliava in lui una vena mistica, profonda e silenziosa. Un misticismo senza dio.
Osservava la perfezione minuziosa della materia: atomi invisibili che si erano organizzati in strutture vive, dotate di meccanismi precisi, quasi sapienti.
Nulla era lasciato al caso. Ogni parte, per quanto minuscola, pareva rispondere a un ordine più grande, come se fosse scritta nel disegno stesso dell’universo.
Eppure si chiedeva: cosa aveva mosso quel pulviscolo informe, all’inizio dei tempi, a combinarsi, a raffinarsi, a coagularsi attraverso miliardi di anni fino a diventare una cellula e poi vita?
Quale necessità, quale impulso senza nome aveva generato, con un tremito impercettibile, una scintilla di energia, tutta quell’immensità che ora gli stava davanti.
Senza un creatore, senza una volontà consapevole.

Fumare la pipa regalava all’istante a chiunque un’aria concentrata, grave, quasi filosofica.
In realtà era solo un inganno ottico.
Quell’espressione intensa non nasceva da pensieri profondi, ma assai spesso dalla paura che la pipa si spegnesse.
Soprattutto nei primi minuti: bastava una cadenza sbagliata nelle boccate e il tabacco moriva in un soffio.
Perciò il fumatore stava lì, serio, attento, le sopracciglia leggermente aggrottate, a dosare il tiro come un artificiere.
Una volta che la pipa tirava bene, però, l’espressione rimaneva incollata sulla faccia per pura abitudine.
E lui come altri la teneva, ci si crogiolava pure, alimentando la grande leggenda del fumatore di pipa: riflessivo, silenzioso, intimamente saggio.
Un filosofo con la bocca piena di fumo.

Se ne stava seduto su una vecchia panca di legno, nel giardinetto sotto casa, perfettamente immobile e in pace.
Era uno di quei pomeriggi di fine estate in cui l’aria sembra ancora calda ma già porta con sé il primo sentore di malinconia.
Gli alberi, carichi di foglie pesanti, filtravano la luce in macchie dorate sul prato.
C'era un festoso cinguettio di uccellini, un tubate di piccioni e lo sgraziato gracchiare delle cornacchie che da qualche anno avevano infestato la zona.
Intorno, il giardino era vivo di grida e risate: bambini che correvano, si inseguivano, cadevano e si rialzavano con quella spensieratezza assoluta che solo loro possiedono.
I genitori, sparsi sulle panchine vicine, li sorvegliavano con occhio vigile mentre parlavano di vacanze finite, bollette e piccole cose quotidiane.
Tutto appariva rassicurante, quasi banale.
Un quadro ripetuto mille volte, in quel parco e in mille altri identici.
Lui, con la pipa che tirava lenta tra le labbra, ogni tanto alzava lo sguardo dal libro posato sulle ginocchia e osservava la scena con distacco benevolo.
Le grida acute, il rombo lontano del traffico, le chiacchiere degli adulti: niente lo infastidiva.
Anzi, tutto si fondeva in un confortante, rassicurante, brusio di sottofondo. Poi, sul fine pomeriggio, cominciarono i richiami.
«Marco! Giulia! È ora!»
Le voci delle mamme e dei papà si alzavano, decise ma ancora pazienti.

Iniziò la solita danza: i bambini che chiedevano - ancora cinque minuti.
Seguivano le trattative, le promesse strappate.
Il gregge veniva radunato lentamente, tra proteste e ultimi scatti di corsa.
Lui sorrise tra sé, come sempre, sentendo quelle frasi identiche da sempre:
- Ora vengo, mamma! Stiamo finendo il gioco!
Parole antiche come il mondo.
Parole che facevano parte di qualcosa di eterno.
Si era fatta l'ora. Aveva chiuso il libro e si era avviato lungo il viale, lasciando il giardino alle spalle.
Una mano reggeva il volume, l’altra affondava nella tasca dei jeans giocherellando con quello che c’era dentro.
Fu allora che si accorse che qualcosa non quadrava.
Nella tasca dovevano esserci accendino e nettapipe.
Il secondo mancava.

Controllò rapidamente le altre tasche: solo una moneta.
«Cazzo» mormorò. Aveva perso il nettapipe.
Riavvolse mentalmente gli ultimi gesti: lo aveva usato alla fine della pipata, lo aveva posato sulla panca insieme all’accendino.
Poi si era immerso nella lettura e, senza pensarci, aveva infilato in tasca solo l’accendino.
La panca era vuota quando si era alzato.
Probabilmente era caduto sotto.
Non era una tragedia, ma era un fastidio. Usava quell'attrezzino tutti i giorni. Andare fino in centro a comprarne un altro era una rottura di palle.
Fece dietrofront e tornò verso il giardino.
A una ventina di metri vide la scena.
Un padre giovane, poco più che trentenne, stava caricando la macchina insieme alla figlia.
La bimba, ricciuta, di tre anni e mezzo, teneva in mano una palla colorata.
Il padre aprì il bagagliaio per mettere il triciclo, poi la portiera posteriore.
La piccola aspettava sul marciapiede.
Il bus 56 stava arrivando alla fermata poco più in là.
In quel momento la palla le sfuggì di amo, rotolò sulla strada e la bambina le corse dietro senza esitare, scendendo dal marciapiede.
Il padre era dall’altra parte dell’auto e non si accorse di niente.
Lui vide tutto: la bimba chinata sulla palla e il bus che arrivava.
Chiuse gli occhi d’istinto.
Mio Dio, no. Ti prego, no.
Sentì la frenata lunga e stridente, poi le urla della gente alla fermata.
Quando riaprì gli occhi, era già il caos.
Il padre urlava, la gente si era radunata, l’autista del bus era sceso in strada e piangeva con la testa tra le mani, ripetendo “Ho frenato… ho frenato” mentre batteva la fronte contro la fiancata.
Lui rimase fermo dov’era, incapace di muoversi.

Tutto appariva ai suoi occhi come un tragico film al rallentatore privo di sonoro.
In quel silenzio immaginario esplose un pianto infantile che spezzo l'aria.
Tutti si zittirono di colpo, quel pianto era di terrore, forte, spaventato, ma non d'agonia.
Qualcuno si abbassò a guardare sotto il bus.
“È viva!” gridò uno.
L'urlo corse febbrile di bocca in bocca.
“È viva! È viva!”
Lui tremava incredulo a ciò che sentiva. Ma riuscì nuovamente a respirare.
Il padre si infilò sotto il mezzo insieme ad altri e poi, come per una nascita riemerse con la bimba piangente in braccio.
Era sporca di grasso e di polvere, piangeva disperata, ma era intera.
Niente sangue, niente ossa rotte.
Solo spavento. Una cosa umanamente inspiegabile.
In pochi secondi il dramma si trasformò in un groviglio di lacrime di commozione e sollievo, risate nervose e abbracci.
Il padre continuava a baciare la figlia, usando le stesse lacrime della bimba per pulirle il visetto sporco.
Lui si appoggiò al muro del palazzo vicino, le gambe molli.
Si sentiva svuotato, quasi febbricitante.
Dentro un sollievo enorme, come di chi sia scampato a una letale malattia.

Solo allora si rese conto di aver invocato Dio.
Lui, che non ci credeva più da vent’anni.
Quel Dio assente che aveva fatto il miracolo.
Non andò a cercare il nettapipe.

(Continua)

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