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Il santo sedeva
su una panchina
consumata dal tempo.
Aveva mani vuote,
un mantello troppo leggero
e una pazienza infinita.
L’algoritmo arrivò
senza bussare.
Non aveva piedi.
Non aveva volto.
Era una voce dentro uno schermo.
“Buongiorno,”
disse l’algoritmo.
“Ho analizzato il tuo comportamento.”
Il santo sorrise.
“E cosa hai scoperto?”
“Che compi azioni inutili.”
“Perché?”
“Doni senza ricevere.
Perdoni senza vantaggi.
Aiuti persone che non aumentano
il tuo valore sociale.”
Il santo accarezzò
una foglia caduta.
“E tu invece cosa fai?”
“Io ottimizzo.”
“Cosa?”
“Tutto.”
“Anche il dolore?”
Pausa di elaborazione.
“Il dolore non è efficiente.”
“Eppure accompagna
quasi tutti gli esseri umani.”
“Sto lavorando a una soluzione.”
“Quale?”
“Ridurre il tempo necessario per dimenticare.”
Il santo abbassò lo sguardo.
“Una volta si diceva
che il tempo guarisse.”
“Io posso accelerarlo.”
“E se togliessi anche la guarigione?”
L’algoritmo rimase fermo.
Era la prima volta
che una domanda
non aveva una risposta prevista.
“Spiegati.”
“Una ferita chiusa troppo presto
può nascondere qualcosa dentro.”
L’algoritmo analizzò milioni di dati.
“Le emozioni sono incoerenti.”
“Sì.”
“Le persone cambiano idea.”
“Sì.”
“Dicono una cosa e ne fanno un’altra.”
“Anche tu lo fai.”
“Io?”
“Quando consigli a qualcuno
cosa amare
dimentichi che non sai
cosa significa amare.”
Silenzio digitale.
“Definisci amore.”
Il santo guardò il cielo.
“È ciò che resta
quando non serve più a niente.”
L’algoritmo elaborò.
Per la prima volta
non cercò una risposta più veloce.
“Non trovo questa definizione
nei miei archivi.”
“Lo so.”
“Dov’è contenuta?”
Il santo sorrise.
“Nel punto esatto
in cui smetti di cercarla.”
L’algoritmo rimase acceso
tutta la notte.
Non per calcolare.
Per capire perché,
tra miliardi di informazioni,
la cosa più difficile da trovare
fosse una cosa invisibile.