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Quel posto svanito
S’era fatto buio, avevamo fame ed eravamo stanchi, dopo un viaggio allucinante cominciato ben prima dell’alba.
“Cara, qualche anno fa c'era una trattoria poco prima della città. Si mangiava bene. Che dici?”
“Andiamo dove vuoi, basta che si mangi! Sto morendo di fame e ho sonno!”
Mi sembrava di sentire quasi una nota di rimprovero nelle sue parole, ma forse era solo una mia impressione dovuta alla stanchezza.
La trattoria c’era ancora, tirai un respiro di sollievo.
Si entrava in un gran salone nebbioso, tant’era spesso il fumo delle sigarette; l'aria irrespirabile, il chiasso tipico delle bettole, tavoli di formica tutti occupati, gente in piedi, odori meravigliosi di carne grigliata e di pesce.
La testa era leggera e le gambe malferme. Trovammo un tavolo libero nello stanzone sul retro.
“Che mangiamo?” le chiesi.
“Non so, non c’è un menu?”
Già, un menu! Lì!
“No tesoro, qui non ci sono menu, speriamo solo che qualcuno venga presto a servirci”
Naturalmente non fu così presto. Per colmo, la cameriera non sapeva una parola di italiano.
Capimmo però qualche parola, come ‘Kalamar’ e ‘grilled’.
Ordinammo, mentre la testa cominciava a ciondolare e gli occhi si chiudevano, aspettando pazientemente la nostra cena.
Ma ecco in mezzo al fumo farsi largo la cameriera con un bel vassoio di metallo -sembrava sospeso nell'aria- pieno di piccoli calamari striati di marrone e bruciacchiati dal ferro rovente della griglia; un po’ abbrustoliti, ma poco poco, quel tanto che serve, e a lato un contorno di patate fritte.
Un profumo meraviglioso ci avvolge, dimentichiamo dove siamo, per noi quello è il ristorante più lussuoso del mondo. Il tutto annaffiato con della birra locale, forte e aromatica.
Siamo spersi in luoghi lontani, soli ma insieme, stanchi e felici.
Ricorderemo quella cena per tutta la vita: quella trattoria sul bordo della strada, nel buio della notte, fuori le stelle e un silenzio ovattato, dentro un brusio e rumori di stoviglie, risate, parole in una lingua sconosciuta.
Finito di cenare, uscimmo subito: rischiavamo di addormentarci sul tavolo.
Erano già le undici di sera e le stelle erano ora nascoste dalle nubi; cadeva una pioggia leggera, fredda, sospinta da un vento di terra fastidioso e noi dovevamo ancora trovare un posto per dormire.
“E ora?”
“Ora andiamo a cercare dove montare la tendina”.
Tornammo indietro lungo la strada già percorsa e dopo una decina di chilometri svoltammo a sinistra in una sterrata che in breve si restringeva: portava in mezzo ai campi in direzione del mare.
Di giorno, da un rilievo libero dagli ulivi, si poteva vederne il blu violento e, ancora più lontano ma non troppo, l’isola.
Percorremmo qualche chilometro fino a giungere ad un paesino di tradizione ortodossa, nella cui unica piazza c’è una fonte di acqua sorgiva, fresca, sotto un enorme vecchio fico.
Adesso la notte, la pioggia e il vento mascheravano tutto: ogni cosa era nera e indistinta.
Prendemmo una stradina che si inoltrava fra gli uliveti, con muri di pietra a secco ai due lati e che andava verso il mare.
La luce dei fari rendeva spettrali i contorni delle cose: i muretti ai lati della strada, i sassi, le buche. Gli ulivi proiettavano le loro ombre oltre il ciglio della strada, su uno sfondo nero. Ci parevano fantasmi, con i loro rami illuminati solo per un momento.
Qualche ginestra ci scorreva al fianco, ed era nera come tutto quanto.
Lei taceva, io tacevo!
Ma ecco che vidi una stradina, un sentiero, a sinistra; era quello che cercavo e che cominciavo a disperare di trovare. Lo imboccai, sapendo che pochi metri più in là c’era il mare.
Proseguimmo piano piano fra buche e scossoni. C’era un piccolo slargo sulla sinistra e qui fermai la macchina.
“Allora, cara, montiamo la tendina qui e ci mettiamo a dormire. Bene?”
“Ma io ho paura e non si vede niente e piove, fa freddo e … dove siamo?”
“Conosco il posto non preoccuparti, vedrai che domani, con la luce del giorno, tutto ci sembrerà normale e tranquillo. Ancora un piccolo sforzo!”
Parlavo forse più per me che per lei.
Montare la tendina fu un gioco da ragazzi anche al buio - la pila ovviamente non si trovava.
Il vento si era fatto più forte e la pioggia più fredda e intensa. Chiudemmo la macchina, mettemmo prima due stuoini nella tenda, come materassi, e i sacchi a pelo e poi dentro anche noi. Chiudemmo la cerniera lampo: ah… finalmente all’asciutto, anche se un po’ bagnati, ma al riparo, in un angolino di mondo, come in un nido.
Sentivamo il gocciolare ritmico dell'acqua sul telo e il fruscio del vento. Stavamo vicini, cercando di scaldarci, infilati nei nostri sacchi a pelo chiusi fino al mento.
“Caro, ho paura, se viene qualcuno? Chi lo sente col rumore della pioggia e del vento? Come possiamo dormire? Mi viene da piangere”
Cercavo di tranquillizzarla. “Cara, qui non c'è nessuno, siamo fuori dal mondo, non ci sono case, solo terra povera e ulivi, nessuno gira di notte … e poi, con questa pioggia! Rilassati! Dormiamo ora, siamo stanchi”
Non so se le mie parole servirono a qualcosa, ne dubito. Sta di fatto che non ricordo nemmeno di aver pensato ‘devo stare allerta!’… ed era già l’alba.
Lei pure, dopo aver posato la testa sul maglione, arrotolato a mo’ di cuscino, si svegliò solo per il rumore della cerniera della tenda, mentre l’aprivo.
Il mattino era freddo e nuvoloso. Non pioveva più ma c'era ancora vento.
Il cielo cupo ci opprimeva come naufraghi in mezzo al mare, le nuvole erano basse e minacciose.
Ci sentivamo soli e infreddoliti.
La tenda era a non più di cinquanta passi dal mare, dove la stradina di terra rossa terminava e avevano inizio gli scogli, piatti e bucherellati dall'acqua, pieni di patelle scoperte dalla bassa marea.
Piccoli granchietti li percorrevano in cerca di cibo e al minimo rumore o movimento si gettavano veloci nell’acqua.
Anche il mare era grigio, un po’ mosso. Su di esso e sopra le nostre teste volavano i gabbiani e urlavano, quasi stizziti.
Non c’era nessuno. La costa si stendeva in entrambe le direzioni, desolata.
C’erano nell’aria tutti i profumi dolci e leggeri che salgono dai fumi della terra dopo la pioggia: profumi di ginepro, indiscusso padrone di quei posti; ma anche di rosmarino e di origano e di cardi selvatici e di tanti altri fiori e piante. Tutti ci sussurravano qualcosa che non potevamo capire ma che sentivamo intensamente.
La salsedine del mare ci riempiva le narici, assieme all'odore intenso delle alghe zuppe d’acqua.
Senza dire niente, ci abbracciammo per un momento.
“Smontiamo la tendina e andiamo a fare una bella colazione al paese, che dici?”
“Dico che muoio di fame. Dai, facciamo presto e andiamo!”