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La chitarra era scordata, il sol era decisamente calante. Ma in fondo anche lui lo era, e visto che nessuno si era preso la briga di accordarlo poteva lasciare così anche la chitarra.
Sulle note stonate suonate come fosse un automa con le batterie in esaurimento, anche la realtà gli si presentava dissonante. Tremolante come l’orizzonte nel deserto e insicura come i primi passi di un bambino. Evanescente.
Aveva bisogno di bere, l’aridità immaginata era diventata tangibile. Abbandonò la chitarra sul divano e si diresse verso la cucina; pochi metri, in teoria. Le distanze si distorsero, e quasi stesse attraversando l’orizzonte degli eventi – il limite di un buco nero – il pavimento sembrò strizzarsi allungandosi in una scacchiera infinita. Intrappolato, avanzava senza muoversi e si fermava precipitando. Non era preoccupato e non era spaventato, non voleva urlare e non voleva opporsi. In pace con l’universo, chiuse gli occhi nel silenzio più assoluto. Poteva percepire il cuore pompare, un suono cupo e riverberato che si ripeteva a intervalli sempre più lunghi. Stava respirando? Non ne era sicuro. Affondava. Giù, nell’abisso nero di un oceano di pace, allungò una mano per sfiorare un animale marino dalle sembianze mitologiche. Non avrebbe saputo descriverlo perché come si soffermava su un particolare pareva che questo mutasse.
“Eccomi”, disse senza parlare la creatura, e la luce che emanava lo avvolse.
Si ritrovò a versarsi acqua fredda in faccia davanti al frigo aperto, ma richiuse gli occhi agognando di ritornare alla sensazione precedente. Sentiva il liquido scorrergli addosso, entrargli nelle orecchie, percorrergli la schiena, gocciolare dal mento, bagnargli i piedi scalzi. Il livello dell’acqua si innalzava sgorgando da una bottiglia infinita sommergendogli caviglie, polpacci, ginocchia, genitali. Di colpo, venne inghiottito, risucchiato e sommerso in un vortice nero e freddo dove, ora nudo, si ritrovò sospeso. Tante piccole luci si formarono infine, tante piccole stelle che parevano allontanarsi da lui. Erano migliaia, milioni, e tutte fuggivano a velocità crescente.
Era il centro di un universo che scappava da lui.
“Perché?”, urlò.
Le luci si fermarono, come una persona che si volta a guardarti dopo averti superato, e si sentì scrutato nel suo io più profondo.
Si fermarono.
Ripresero ad avvicinarsi e lo fecero dapprima con un moto impercettibile che divenne sempre più rapido, quasi con furia. E con la velocità aumentò anche la luminosità; una luce che gli occhi non potevano sopportare e che la mente non riusciva a concepire.
Svenne.
Diede uno sguardo all’accordatore e ruotò la chiavetta del sol riportando la nota alla frequenza corretta. Non sopportava le note calanti, gli trasmettevano un senso di incompiuto, come un puzzle senza l’ultima tessera. Suonò un paio di accordi maggiori e sorrise, l’armonia lo metteva in sincronia col mondo.
Aveva sete, andò al frigo e bevve dalla bottiglia. Anche se era solo a casa, sentì quel tipico senso di colpa di quando lo faceva da piccolo e la mamma lo scopriva.
“Scusa, ma’”, disse sorridendo. “Non lo faccio più”.
Chiudendo il frigo si accorse di una piccola pozza d’acqua nei pressi. Strano, pensò. La asciugò e tornò a suonare.