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Un addio straordinario
Stirling faceva il meccanico di mestiere. Ed era il migliore nel suo campo. Poteva trasformare il peggior catorcio in un bolide da corsa.. Ciò nonostante non aveva un officina sua. Preferiva non avere a che fare con partite Iva , gestione aziendale ed altre menate. Ma il titolare dell’officina sapeva che se lui si fosse trasferito, il grosso della clientela l’avrebbe seguito in capo al mondo.
Aveva perciò un trattamento economico conseguente, anche se in realtà non gli serviva molto per vivere. Un mangiare semplice, nessun lusso, nessuno spreco, niente vizi, né alcol, né fumo né droghe. Donne una, da sempre la stessa e da sempre amata come il primo giorno.
Sempre calmo, tranquillo, non si prendeva pause , solo una, a metà mattina, per fare un giro a scambiare due battute con tutti i colleghi che trovava spesso impantanati in qualche problema irrisolvibile. E allora lui- ecco per questo devi fare così- oppure- se non sostituisci il carburatore non ne esci- e così via.
Ma come tutti i tranquilloni, quelli che non si incazzano mai, quando perdeva la pazienza con voce calma diceva solo- adesso mi sono rotto i pistoni- a voce bassa, ma era come se nell’officina fosse calato un fulmine con relativo tuono. Attorno a lui si faceva immediatamente il vuoto e tutti con la testa ben dentro ai motori e nessuno fiatava.A parte questo Stirling era in assoluto il migliore, come persona e come meccanico.
E non aveva problemi di sonno, dormiva 3 ore per notte e raramente manifestava problemi di stanchezza.
La sua fama di artista dei motori si era sparsa anche oltre i confini regionali. Arrivava gente da posti lontani e dai nomi impronunciabili a far curare la propria macchina malata.
Ma lui era un musicista, un compositore, nessuno l’avrebbe mai detto e nessuno lo doveva sapere.
Non sperava nel successo, nella fama imperitura. Però era uno che quando faceva qualcosa voleva farla bene. Così aveva insonorizzato il suo studio, comprato il miglior pianoforte ed ogni notte stava a comporre e a provare.
Aveva studiato pianoforte in conservatorio per alcuni anni e prima di essere a metà corso di studio si era accorto di non avere praticamente niente altro da apprendere.
Così aveva abbandonato il conservatorio fra la costernazione dei suoi professori, che sapevano di perdere un grande talento.
Ora ogni notte, componeva.
Creava, poi smontava e rimontava interi passaggi fraseggi, arie faceva e disfaceva tutto senza fretta e poi ricominciava. Tutto per il piacere di farlo. Tutto per fare qualcosa di nuovo.
Voleva lasciare al mondo una cosa sola, una sinfonia, non altro solo una sinfonia, ma unica indubitabilmente sua e che sorvolasse su tutte le regole consolidate della composizione.
Per fare un solo esempio il primo atto è sempre un andante con brio anche spesso una cosa potente, che da una bella scossa.
Lui aveva iniziato con un moderato lugubre.
E poi procedeva infrangendo regole consolidate, confidando solo nel proprio giudizio e fantasia.
Col passare del tempo, questa passione aveva riempito la sua vita.
Ma le cose non si fanno solo per passare il tempo, direte voi.
Ebbene, lui avendo giusta stima di sé voleva andarsene, il giorno che sarebbe stato, accompagnato da un orchestra che suonasse la sua opera.
Voleva calare nella fossa accompagnato dalla sua unica, inimitabile-stupefacente, sinfonia.
E venne il giorno. Il suo lavoro ormai portato a compimento.
L’orchestra la migliore, il direttore ancora di più. Nel cimitero la sua musica pervase l’aria, facendo dimenticare a tutti lo spazio e il tempo, mentre la sua salma scendeva nella fossa.
La gente restò lì incollata, in attesa dello spegnersi dei suoni, ma immobile, quasi sotto shock.
E quando tutto finì, tutti avrebbero voluto ma nessuno applaudì. Nessuno voleva disturbare la musica che era cessata e nonostante tutto ancora permeava l’aria. Tutti sapevano di aver assistito a un evento unico e irripetibile.