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Le culle del silenzio
Dicevano: taceranno le armi.
Ma il cielo ha continuato
a generare fuoco,
e la terra a raccogliere
i suoi figli più piccoli.
Le case sono crollate ancora,
una dopo l'altra,
come vecchi sogni
incapaci di sopravvivere alla notte.
Tra la polvere
restano un quaderno,
un giocattolo spezzato,
una scarpa troppo piccola
per conoscere la guerra.
Eppure la guerra
ha imparato i loro nomi.
Chi ricorderà i bambini
che non vedranno l'alba?
Chi raccoglierà
i loro desideri incompiuti,
le parole mai pronunciate,
i sorrisi rimasti in sospeso?
Le madri stringono coperte vuote,
i padri scavano tra le macerie
con mani sanguinanti,
cercando un volto,
una voce,
un ultimo respiro.
Intanto il mondo osserva.
Le cancellerie discutono,
le assemblee si riuniscono,
le dichiarazioni si susseguono
come foglie trascinate dal vento.
Ma su quelle rovine
scende un silenzio più terribile delle bombe:
quello dell'indifferenza.
L'umanità sembra aver distolto lo sguardo,
abituata al dolore degli altri,
come se la morte dei bambini
fosse diventata un numero,
una statistica,
una notizia tra le tante.
E le culle rimangono vuote.
Nessuna ragione di Stato,
nessuna bandiera,
nessuna ideologia,
potrà mai giustificare
l'assenza di un bambino,
il silenzio di una ninna nanna,
una madre che chiama
e non riceve risposta.
Perché ogni bambino perduto
è una stella che si spegne
nel firmamento dell'intera umanità.
E forse il giudizio più duro
non ricadrà soltanto
su chi ha premuto il grilletto
o ordinato il bombardamento,
ma anche su un mondo
che ha saputo vedere,
ha saputo ascoltare,
e troppo spesso
ha scelto di rimanere immobile.
Tra le macerie di Gaza
non muoiono soltanto delle vite.
Muore, ogni giorno,
un frammento della nostra coscienza.
E nelle culle del silenzio
dormono ormai
non solo i bambini perduti,
ma anche la vergogna
e il fallimento
della comunità internazionale.
Johann Lubeck
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