Rimorsi

scritto da capricorno
Scritto 12 anni fa • Pubblicato 12 anni fa • Revisionato 12 anni fa
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Autore del testo capricorno

Testo: Rimorsi
di capricorno

Sdraiato sul letto della casa di cure dove era ricoverato da alcuni giorni, Giuseppe, se ne stava con gli occhi chiusi; non dormiva, stava morendo, semplicemente, lentamente e, inesorabilmente.
A ogni ricovero, dopo avergli somministrato le terapie del caso, qualche trasfusione gli dava un’energia temporanea, ma era dimagrito e rughe profonde solcavano il viso stanco e sofferente di un colore cinereo.
Gli avevamo diagnosticato un tumore alle ossa un anno prima. Negli ultimi mesi era peggiorato e, a dire del suo medico, non gli rimaneva molto tempo da vivere.
All’inizio aveva sperato in un errore, ma, alla fine si era rassegnato alla crudele realtà.

Non si era mai sposato, figlio unico, aveva perso i genitori anni fa e si ritrovava solo, a quasi settant’anni, con pochi amici che ormai vedeva raramente.
A dire il vero, fino a un anno fa, c’era Giulio, con il quale giocava a carte quasi ogni pomeriggio al circolo ricreativo di cui erano entrambi soci. Durante la bella stagione facevano lunghe passeggiate sulla spiaggia o in campagna, ricordando i vecchi tempi, cercando di dare un significato alla sua vita.
Invidiava Giulio, il quale aveva una bella famiglia ed era sempre indaffarato. La moglie Luciana e tre figli con altrettanti nipoti gli rallegravano le giornate. Nonostante avesse giornate piene, Giulio, trovava sempre un po’ di tempo per stare con lui.
Era consapevole di avere un brutto carattere che lo aveva portato all’isolamento e creato problemi anche nelle relazioni con i colleghi di lavoro proprio per la sua cocciutaggine e i suoi modi sgarbati.
Gli amici di bevute o di carte, li frequentava soltanto al circolo. Giulio era suo amico dai tempi del liceo, nonostante i suoi difetti, i suoi sbalzi di umore, i suoi modi bruschi e sgarbati, gli voleva bene sul serio ma, questa volta, aveva esagerato, ne era consapevole.
Lo aveva offeso e ferito, lo aveva trattato male e non gli aveva chiesto scusa, preso, come sempre, dal suo orgoglio smisurato e dalla sua stupida presunzione.
Giulio, che era un buono di natura, dopo alcune settimane lo aveva cercato, ma Giuseppe non aveva voluto ammettere di avere torto.
«Non so che farmene della tua amicizia» erano state le sue ultime parole.
Forse, in questo momento difficile, era come una forma di difesa. Non avrebbe sopportato la pietà di nessuno, tantomeno quella del suo unico amico.
Cercava solo la solitudine.
Non si vedevano da quando avevano bisticciato, e, poco tempo dopo, si era sentito male e gli avevamo diagnosticato il brutto male.
Era sicuro che Giulio, buono com’era, avesse già dimenticato il torto subito e che, forse, se avesse messo da parte il suo stupido orgoglio e lo avesse cercato, lo avrebbe perdonato e ora gli sarebbe vicino per aiutarlo e fargli compagnia.
Era stato tentato più volte di chiamarlo al telefono, di chiedergli scusa, ma, non ne era stato capace.
Come un vecchio brontolone, attaccato alle sue abitudini e alla sua cocciutaggine, si rifiutava di ammettere di aver torto.
Pensò: «Sono anche un grande egoista».
In quel periodo, dedicato a esami, ricoveri intermittenti nella clinica privata e terapie varie, i ricordi si accampavano nella sua mente in un assedio tenace e persistente senza dargli pace.

Aprì gli occhi, mosse piano il braccio sinistro al quale era attaccata una sacca di plasma, e guardò fuori dalla finestra, attraverso le tende bianche.
Il cielo era cupo, un vento arrabbiato spingeva verso ovest un gregge di nuvole scure cariche di pioggia. La burrasca in arrivo, andava a turbare l’inizio mite della primavera ed egli pensò:
«Come quella sera…»
Bussarono alla porta della camera e, senza attendere risposta, spuntò il viso sorridente di don Luigi:
«Come sta il mio paziente brontolone?» chiese il sacerdote entrando senza aspettare risposta.
«Come il solito» rispose brusco desiderando che non fosse venuto.
Don Luigi non si lasciava certo scoraggiare dai suoi modi bruschi, ignorava la sua avversione e gli chiedeva ogni giorno se avesse bisogno di qualcosa; lasciava a fianco al letto qualche rivista, o quotidiano e gli rivolgeva parole di conforto.
Gli aveva chiesto più volte se avesse qualcosa da confidargli, qualcuno da chiamare, e alla domanda «Vuoi confessarti?» Giuseppe scuoteva vigorosamente la testa brizzolata.
Nonostante non lo incoraggiasse minimamente, il prete, tornava ogni giorno e gli raccontava spesso aneddoti curiosi e divertenti della sua vita di sacerdote, dei suoi parrocchiani, della sua vecchia mamma che, ormai vedova, abitava con lui e lo accudiva come fosse ancora un bambino.
Il prete, sui cinquant’anni, alto e magro, con folti capelli castani ricamati da qualche filo argenteo, disse:
«Posso sedermi?» intanto che accostava al letto una delle due sedie.
«Se ti dicessi di no cosa faresti? Sei più cocciuto di me.»
«Forse sì, ma non posso pensare che tu viva così arrabbiato con tutti, che non accetti una parola di conforto, che non apri il tuo cuore a nessuno. Tutti abbiamo bisogno di confidarci, qualcuno cui chiedere perdono…».
Non rispose ma lo guardò a lungo fingendo indifferenza, quasi con sfida.
Sembrava che gli leggesse nei pensieri, che conoscesse il suo segreto, il tormento che, ormai, non gli dava tregua.
«Domani me ne torno a casa» disse per cambiare discorso.
«Sono contento per te, ti lascio qui il mio numero di cellulare nel caso avessi bisogno di me» aggiunse il prete con un sorriso.
«Io non ho più bisogno di niente e di nessuno» rispose cocciutamente Giuseppe e chiese gli occhi fingendo di dormire per mandarlo via.
Don Luigi comprese, lo salutò stringendogli la mano bianca e fragile come quella di un bambino, che l’uomo teneva abbandonata e inerte sul lenzuolo candido, e uscì con passo leggero.
Giuseppe riaprì gli occhi e pensò:
¬ «Forse ha ragione lui, anche se non ho mai creduto in una vita dopo la morte, in questo Dio che non mi sembra così buono e misericordioso come dicono, prima di lasciare questa vita, dovrei in qualche modo riparare a una parte del male che ho fatto; anche se piccola sarà meglio di niente; devo fare pace con Giulio e sistemare l’altra faccenda.».
Questo proposito gli diede un poco di sollievo e si assopì con questi pensieri, in un sonno agitato, fino a quando non entrò l’infermiera di turno con il vassoio del pranzo.
Era giovane e carina, minuta e fragile come un fiore, con grandi occhi scuri che brillavano come due gioielli ogni volta che gli sorrideva; il viso delicato era incorniciato da corti capelli scuri che la facevano sembrare una ragazzina. Si chiamava Michela ed era la più affettuosa e premurosa di tutte.
Un giorno gli aveva confessato:
«Lei mi ricorda mio padre.»
Era forse per questo che lo trattava con una gentilezza squisita. Naturalmente, tutti erano gentili e solleciti verso i pazienti, ma lei aveva qualcosa di speciale.
«Come si sente oggi Giuseppe, un po’ meglio?».
«Come il solito, da schifo» rispose, guardando con disgusto il vassoio che lei teneva in mano.
«Ha visto che tempaccio? Sembra il diluvio universale. Adesso l’aiuto a scendere così mangia qualcosa» aggiunse lei gentile.
«Non ho fame, ho la nausea.»
«Deve sforzarsi di mandare giù qualcosa, è normale avere un po’ di nausea, è la terapia, e poi…non è contento? Ho saputo che domani tornerà a casa.»
«Così sembra» rispose mentre si accingeva a scendere da letto.
Michela aveva apparecchiato il piccolo tavolino quadrato che era posto davanti alla finestra dalla quale, attraverso le tende, s’intravedeva a tratti, il bagliore dei lampi. Anche se era mezzogiorno, era così buio da sembrare sera. Accese la luce e gli mise sul tavolo una bottiglia di acqua fresca.
Giuseppe si sedette è guardò con vero disgusto il piatto di pasta, lo spezzatino e la frutta.
«Su, si sforzi di mangiare; torno più tardi» e uscì spingendo il carrello delle vivande, seguita dal collega Mauro che si era preoccupato di servire il paziente della stanza accanto, gli fece l’occhiolino e schiuse delicatamente la porta.
Giuseppe assaggiò un po’ di pasta, mise in bocca un po’ di spezzatino ma, tutto aveva un sapore amaro e l’odore del cibo lo nauseò a tal punto che spinse via i piatti bruscamente e si alzò barcollando leggermente per andare in bagno.
«Cosa mi serve mangiare se tra poco devo morire?» brontolò tra se.
Uscito dal bagno, tornò a letto e si assopì.

“….Pioveva a dirotto, l’acqua arrivava da ogni parte e saliva, impetuosa e minacciosa, torbida e scura come la pece, gli lambiva i fianchi e cercava di trascinarlo via con forza; stava per essere travolto, quando vide il ramo di un albero che si tendeva verso di lui. Si sporse cercando di aggrapparsi all’improvvisata ancora di salvezza ma, il ramo si tramutò in un braccio con artigli, il viso cinereo di una ragazza spuntò dall’acqua melmosa, aveva occhi incavati e orbite vuote, la bocca si aprì ghignando. I piedi stavano perdendo la presa, precipiò nell’acqua scura sentendosi soffocare…”.

«Giuseppe, Giuseppe! Ti senti male?». La voce preoccupata di don Luigi lo riportò alla realtà.
Madido di sudore freddo, con il cuore che gli pulsava nelle orecchie, guardò il sacerdote con sollievo.
«Ho avuto un incubo, un incubo che mi perseguita da mesi oramai…Ho bisogno di parlarti» sussurrò con un filo di voce, asciugandosi il viso con un fazzoletto che gli porgeva il prete.
«Lo sai che sono qui per aiutarti» ripose don Luigi accostando una sedia al letto.
«Prima dammi un po’ d’acqua, ho la gola secca e ruvida come carta vetrata.».
Bevve con avidità alcuni sorsi d’acqua e guardò il prete dicendo:
«Non so proprio da dove iniziare.»
«Dall’inizio» lo incoraggiò don Luigi.
Iniziò a parlare, prima con fatica, facendo lunghe pause, come per riordinare le idee.
Poi, tutto di un fiato, raccontò dell’incidente, dell’omissione di soccorso, della sua vigliaccheria, del suo egoismo, degli incubi ricorrenti, del litigio con Giulio… acquistando coraggio a mano a mano che proseguiva, senza fermarsi.
Don Luigi lo ascoltava senza interromperlo, lo guardava con affetto e attenzione, stringendogli una mano.

Circa sei anni prima, una sera, in autunno, stava tornando dal circolo ricreativo, era buio e pioveva a dirotto. La pioggia batteva sull’auto come raffiche di una mitraglia, limitando la visibilità; il vento soffiava forte facendo ondeggiare alberi e insegne luminose. Una vera tempesta che si stava portando via gli ultimi bagliori rosso e oro delle foglie degli alberi, lasciandoli andare, spogli, come scheletri impauriti, verso il freddo dell’inverno.
Le strade erano semideserte e, all’improvviso, gli era sembrato di aver urtato qualcosa, aveva sentito un botto, attutito dal rumore dell’acqua scrosciante.
Aveva rallentato appena, guardato attraverso il vetro posteriore appannato, gli era parso di vedere qualcosa per terra in mezzo alla strada.
La visibilità era scarsa e ne dedusse si trattasse di un ramo spezzato dalla tempesta o dell’ombra degli alberi che, mossi dal vento impetuoso, e illuminati dalla luce giallognola dei lampioni del viale, s’impegnavano in una danza sfrenata come scheletrici fantasmi impazziti.
Era tornato a casa, bagnato fradicio e infreddolito, stanco e nervoso dimenticando l’episodio. Soltanto l’indomani aveva letto sul giornale, per caso, che un pirata della strada aveva investito una ragazza, proprio sul viale alberato che aveva attraversato la sera precedente. Il luogo e l’orario coincidevano.
Era rimasto sconcertato, aveva comprato un altro quotidiano e seguito la storia nei giorni seguenti e, quando aveva letto che la ragazza aveva battuto la testa, era ricoverata in ospedale ma non era in pericolo di vita, lasciando da parte rimorsi, sensi di colpa e dovere civico, era tornato alla vita di sempre. Non aveva detto niente a nessuno, neanche a Giulio e poco alla volta aveva dimenticato l’episodio.
Ora questo ricordo lo tormentava e gli procurava incubi agghiaccianti. Si chiedeva spesso se la ragazza stesse bene, chi fosse, dove vivesse.

Il tempo trascorse veloce, il temporale aveva rinfrescato leggermente l’aria che profumava di fiori e di terra bagnata, il cielo, all’orizzonte, si stava colorando di porpora, la giornata volgeva al tramonto, si accesero le luci, che abbagliarono Giuseppe.
«Potresti abbassare un po’ la luce? Mi fanno male gli occhi» sussurrò.»
Fece un’altra pausa, bevve ancora, poi, con fatica, continuò a raccontare.
Quando arrivò a parlare di Giulio, il suo unico amico, era esausto e con un filo di voce ma non poteva fermarsi adesso.
Poi tacque e rimase a guardare il soffitto, sfinito, in attesa.
Don Luigi rimase in silenzio per alcuni minuti. Venne l’infermiera a portargli le medicine e gli disse:
«Giuseppe, cosa fai sempre a letto?»
«Il medico le ha detto di scendere, di camminare, di muoversi un po’…» poi, forse, comprese il momento delicato, s’interruppe, gli sorrise ancora e uscì chiudendosi la porta alle spalle.
Il prete iniziò a parlare con dolcezza, non lo giudicò ma lo rincuorò; le sue quiete parole lo confortarono e gli donarono un sollievo che non avrebbe mai immaginato di poter provare.
Alla fine gli disse:
«Adesso riposati un po’, si vede che sei esausto; tra poco porteranno la cena, cerca di mangiare qualcosa e non preoccuparti di nulla. Domani ti verrò a prendere e ti accompagnerò a casa, poi troveremo una soluzione.»

Giuseppe trascorse una notte abbastanza tranquilla, senza incubi, anche se dormì poco. Il suo cervello lavorava a pieno ritmo, senza dargli tregua, ma era notevolmente sollevato.
Il giorno successivo, verso le quattordici e trenta, arrivò don Luigi e lo aiutò a preparare la borsa con le sue poche cose.
Ritirò i fogli che gli consegnò la capo infermiere con le terapie, prese accordi per il prossimo appuntamento e insieme si avviarono all’uscita.
La giornata era splendida e il sole era caldo e abbagliante, mentre, l’aria, era piacevolmente profumata; api solerti ronzavano intorno e volavano instancabili sui fiori del giardino, componendo la colonna sonora della rigogliosa natura che li circondava.
Attraversarono il giardino ben curato di “Villa Serena” e si avviarono al parcheggio.
Il traffico era scorrevole e in meno di un’ora erano a casa.
Entrarono nel piccolo appartamento al terzo piano del vecchio palazzo di periferia, dove viveva Giuseppe, il quale fece accomodare il prete nel piccolo e spoglio salotto di una casa semplice ed essenziale, priva di fronzoli, tipica di un uomo che vive solo.
Il prete si guardò attorno. Pochi mobili, vecchi ma in buono stato, alcune foto in bianco e nero alle pareti, pochi soprammobili, un vecchio giradischi per dischi in vinile e una piccola libreria dove erano raccolti libri e dischi.
Giuseppe disse: «Accomodati, non ho nulla da offrirti, ma se vuoi un caffè…»
Don Luigi lo interruppe:
«Niente caffè, non abbiamo tempo per queste cose; adesso riposa, questa sera ti manderò una mia parrocchiana con un po’ di cibo e da domani verrà a farti un po’ di pulizie e a cucinare, poi penseremo a risolvere qualche tuo problema e...» aggiunse osservando Giuseppe che stava per protestare, «non voglio discutere con te. Adesso c’é una sorpresa per te» e, come a confermare le sue parole, si sentì suonare il campanello della porta.
«Ci penso io, Giuseppe, siediti, sei affaticato, ormai conosco la strada.»
Sentì delle voci in corridoio che non riconobbe poi, come per magia, sulla porta, comparve Giulio che gli veniva incontro a braccia aperte sorridendo.
«Giuseppe, amico mio carissimo, che piacere vederti. Mi sei mancato, vecchio brontolone.»
Cercò di alzarsi dalla poltrona ma le gambe gli cedettero. La commozione era troppo forte, gli spuntarono le lacrime agli occhi e non riuscì a parlare.
Giulio lo abbracciò forte e si vedeva che era commosso anche lui.
«Vi lascio soli» disse il giovane sacerdote, «avete un sacco di cose da raccontarvi; ci vedremo domani. Eh…, a proposito, il mio numero ce l’hai, chiamami in qualsiasi momento» aggiunse avviandosi alla porta, lasciando soli i due amici.

Erano passate due settimane da quando aveva riconquistato l’amicizia di Giulio e don Luigi, che veniva a trovarlo ogni giorno, aveva mantenuto la promessa.
Si era informato presso le sue conoscenze ed era riuscito ad avere l’indirizzo della famosa ragazza. Abitava in un paese poco lontano, ma era stato vago con Giuseppe che era sicuro che avesse più informazioni di quante gliene avesse comunicato. Sapeva solo che si chiamava Laura, era sposata e un figlio piccolo.
«Vai a trovarla», gli aveva raccomandato, «fatti accompagnare da Giulio e non preoccuparti, lei capirà.»
Avevano organizzato il viaggio in taxi in quella splendida e soleggiata giornata primaverile che sembrava scorrere tranquilla e incurante dei problemi dell’umanità:
«Soprattutto dei miei» pensò Giuseppe che era particolarmente in ansia.
Giulio era venuto a prenderlo sollecito e allegro come sempre ed erano ormai vicini alla meta.
Durante il viaggio parlarono poco e raggiunsero il paese in meno di un’ora.
Chiesero informazioni ad alcuni giovani seduti davanti a un bar sulla strada principale, vicino a una chiesa antica con una bella facciata in stile romanico e raggiunsero una stradina sterrata sulla quale si affacciavano delle graziose villette a due piani.
Erano quasi tutte simili con attorno giardini ben curati e pieni di fiori.
La casa che stavano cercando era l’ultima, in fondo alla strada.
Scesero e si misero d’accordo con il taxista che sarebbe rimasto nei paraggi e li avrebbe recuperati.
«Non penso che ci vorrà molto tempo» rifletté Giuseppe, «sempre che voglia parlarmi e non ci sbatta fuori di casa subito» con il cuore che gli sbatteva forte; ma ormai aveva deciso, era una cosa che doveva fare.
Per ogni evenienza, comunque, il taxista lasciò loro il numero del suo cellulare.
«Andrò al bar a bermi qualcosa, quando siete pronti, chiamate» disse, porgendo a Giuseppe un biglietto da visita.

I due amici si soffermarono un momento a guardare la graziosa villetta. Era dipinta di bianco, con persiane verdi alle finestre e circondata da un giardino adornato da rigogliose piante di rose, bianchissime e delicate; il loro profumo era piacevole e inebriante.
Il giardino era incorniciato da una bassa siepe di un verde intenso e un piccolo cancello di ferro battuto sbarrava l’ingresso.
Giulio appoggiò una mano sul cancello che era appena accostato, lo aprì, entrarono nel vialetto di accesso, ghiaioso e ordinato e si guardarono intorno. Un piccolo triciclo blu e giallo era abbandonato vicino alla porta del garage semiaperto, una palla rossa si nascondeva sotto una carriola e un’altalena appesa a una trave, dondolava leggera nell’aria.
Si avviarono alla porta d’ingresso, ricoperta da una tettoia di legno bianco e cercarono il campanello.
Una campanella dorata con una catena era fissata al muro su un supporto di ferro battuto a destra della porta.
Giuseppe tirò la catenella e la piccola campana tintinnò lasciando nell’aria rintocchi argentini.
Nessun movimento all’interno.
Suonò di nuovo. Niente. I due amici si scambiarono un’occhiata e Giuseppe disse deluso:
«Non c’è nessuno, abbiamo fatto il viaggio a vuoto, andiamo via.»
Aveva appena pronunciato quelle parole, quando il suono dolcissimo di un pianoforte si sparse nell’aria. I due uomini si scambiarono uno sguardo d’intesa e seguirono la musica che proveniva dal retro della casa.
Girato l’angolo, il giardino si trasformò in un piccolo e curato prato all’inglese, al centro del quale si ergeva in tutta la sua bellezza, un salice piangente che si specchiava rigoglioso in una fontana rotonda. All’ombra dell’albero un tavolino, un dondolo e alcune sedie bianche, donavano un tocco intimo e accogliente a quel minuscolo angolo di paradiso.
La musica proveniva da una portafinestra spalancata e inondava il giardino con note celestiali.
Si fermarono ad ascoltare e Giuseppe, che era appassionato di musica classica, riconobbe l’Ouverture de Il Lago dei Cigni di Tchaikovsky, eseguito con una maestria e una raffinata delicatezza di tocco, da lasciare senza fiato.
Rimasero incantanti e si avvicinarono in silenzio alla soglia della porta da dove potevano intravedere un accogliente salone.
Seduta di spalle, davanti a un pianoforte, una giovane donna faceva volare le sue lunghe dita sui tasti bicolori. I capelli, di un castano dorato, erano raccolti in una lunga e morbida treccia che le sfiorava la vita; indossava una tunica bianca a maniche lunghe che le era scivolata di lato sul collo lasciando scoperta la spalla destra.
All’improvviso la musica s’interruppe, la giovane donna rimase ferma e all’erta, con la schiena leggermente rigida.
«C’è qualcuno?» chiese, «sei tu Marco?»
Si voltò verso di loro. Gli occhi erano grigi, intensi, con qualcosa d’indefinibile che non riuscirono a cogliere.
Giulio si precipitò a dire: «Ci scusi l’intrusione, signora, non volevamo disturbare; abbiamo suonato il campanello, poi abbiamo seguito la musica e…eccoci qui. Io sono Giulio e questo è il mio amico Giuseppe. Abbiamo solo bisogno di parlare con lei, cioè, è il mio amico che deve parlarle…» poi aggiunse per tranquillizzarla, «e…non siamo delinquenti.»
Dopo una breve esitazione, lei sorrise illuminando il suo viso che era di un ovale perfetto.
Si alzò e tese loro le mani: «Io sono Carla, e, come forse avrete intuito, sono cieca.»
I due uomini rimasero a guardarla sconcertati, ammutoliti e un silenzio imbarazzante calò tra di loro.
All’improvviso si udirono dei passi e li raggiunse una voce argentina: «Mamma, mamma, siamo arrivati, siamo qui, guarda cosa ti abbiamo portato» ed entrò correndo un bimbo di circa tre anni che teneva in mano una tartaruga, seguito da un giovane uomo.
Quando il bimbo vide gli estranei, si bloccò, il sorriso sparì dalle sue labbra, tornò indietro e si nascose timoroso dietro le gambe del padre.
Carla si voltò verso di loro con un sorriso radioso: «Ciao piccolo, siete tornati, cosa mi hai portato? Oh, non avere timore, questi signori sono venuti a parlare con mamma» e, rivolgendosi verso il marito aggiunse «vieni, Marco, ti presento Giuseppe e Giulio; e questo è mio marito Marco.»
Si strinsero le mani e Marco, che li guardava con una certa curiosità, disse:
«Ma, prego, accomodatevi, vado a prendere qualcosa da bere. Mi aiuti Francesco? Intanto portiamo la tartaruga in giardino e lasciamo tranquilla la mamma qualche minuto con questi signori.»
Giuseppe e Giulio erano rimasti in silenzio e, soprattutto Giuseppe, era sbalordito dalla rivelazione di Carla.
«Aveva investito una cieca oppure era l’incidente che le aveva causato la cecità?»
Questi pensieri gli turbinavano nella testa ed era rimasto in piedi, imbambolato e rigido come un manichino.
Giulio lo scosse con una gomitata e si sedettero su due poltroncine di fronte alla donna.
«Allora, cosa posso fare per voi?»
Silenzio…Giuseppe era paralizzato, impaurito, pieno di sensi di colpa. Giulio lo guardò con una certa preoccupazione. Era così pallido che sembrava dovesse svenire da un momento all’altro.
Prese l’iniziativa:
«Vede, signora, il mio amico Giuseppe non sta bene, un tumore, gli rimane poco tempo da vivere e allora…» s’interruppe impacciato.
Lei lo incoraggiò con un tono interrogativo:
«Ma io che centro? Che cosa posso fare io, una povera cieca? Le uniche cose che mi sono rimaste sono la mia famiglia e il pianoforte», disse sommessamente con una certa malinconia nella voce.
Poi rimase in silenzio, in attesa.
Giuseppe inspirò profondamente, si sentiva a disagio; Giulio lo incoraggiò con lo sguardo ma era preoccupato dal pallore del suo viso.
Dal giardino arrivavano le grida spensierate e gioiose di Francesco, in contrasto con l’atmosfera tesa che aleggiava nel salone.
Finalmente Giuseppe iniziò a parlare, con voce sommessa, soppesando parola per parola e fissando Carla. Sul viso della donna passarono ombre contrastanti che si alternavano tra stupore, incredulità, dolore, malinconia.
Poi calò il silenzio, ognuno di loro era immerso nei propri pensieri.
Giulio guardò l’amico e si alzò in piedi esclamando:
«Giuseppe, Giuseppe! Oddio, è svenuto, si sente male, bisogna chiamare un medico!»
Carla si alzò preoccupata e chiamò:
«Marco, corri, c’è bisogno di te» e rivolta a Giulio «tranquillo, mio marito è medico.»

Era passato poco più di un mese dall’incontro con Carla; Giuseppe era stato portato d’urgenza all’ospedale più vicino e trasferito, poi, a Villa Serena, ma non ce l’aveva fatta. Se n’era andato in silenzio assistito fino alla fine da Giulio e don Luigi.

Giulio scende dall’auto davanti al cimitero, si avvia con passi stanchi all’ingresso; apre il cancello e s’incammina lungo il viale di ghiaia costeggiato da alti cipressi e da tombe ben curate.
Viene tutti i giorni a salutare il suo amico.
E’ assorto nei propri pensieri e si guarda attorno distrattamente. Pensa a Carla che non ha più visto da quel fatidico giorno.
Ha saputo da don Luigi che era una brava concertista, di discreto successo, ma, dopo l’incidente, ha lasciato la carriera artistica per dedicarsi alla sua famiglia. Passa le giornate suonando il pianoforte e dando lezioni di piano. Ha conosciuto Marco in ospedale, bravo oculista, che l’ha seguita dopo l’incidente. E’ lì che si sono innamorati e poi sposati.
Passa davanti a una piccola fontana dove una donna sta cambiando l’acqua ai fiori e non lo degna di uno sguardo, anche lei è assorta nei suoi pensieri.
Pensò:
«Chissà se Carla lo avrà perdonato; è successo tutto così improvviso…non c’è stato il tempo.»
Si avvicina alla tomba a capo chino e pieno di tristezza e quando alza gli occhi, vede tre boccioli di rose bianche appoggiati ai piedi della lapide, proprio sotto a:
Bianchi Giuseppe
1948-2013
I delicati fiori sono accanto all’incisione di una piccola colomba che tiene nel becco un ramo d’ulivo. Sotto ancora, una scritta (era stata un’idea di Giulio):
Riposa in Pace.
Gli si riempiono gli occhi di lacrime ed è invaso da una forte emozione: «Sì, Carla ti ha perdonato, ora puoi riposare in pace, Giuseppe.»
Accarezza con affetto la lapide, si volta e ritorna lentamente sui suoi passi.


17 agosto 2013
Rimorsi testo di capricorno
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