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Il volto del doppio
Ci sono film che, anche a distanza di molti anni, riescono a riportarci in luoghi che pensavamo di aver lasciato alle spalle. È quello che mi è accaduto ripensando a Lo specchio scuro e a Il cowboy col velo da sposa, due film molto diversi tra loro, accomunati però da un elemento caratteristico: la stessa attrice chiamata a interpretare due personaggi, due gemelle, due identità che condividono lo stesso volto.
Olivia de Havilland, ne Lo specchio scuro, e Hayley Mills, ne Il cowboy col velo da sposa, affrontano il tema del doppio in modi completamente differenti. Nel primo caso il doppio assume una dimensione inquieta, quasi psicologica: due nature, due personalità, due possibilità racchiuse nello stesso volto. Nel secondo diventa invece gioco, equivoco, scambio di identità, ma anche desiderio di ricomporre una separazione.
E forse è proprio questo che mi ha fatto tornare con il pensiero ad alcuni anni fa, quando, frequentando dei laboratori teatrali, mi sono confrontata con Shakespeare e con un personaggio: Lady Macbeth.
Un personaggio, una storia, una regina.
Lady Macbeth è stata spesso raccontata soprattutto attraverso la sua ferocia, la sua ambizione, la sua capacità di spingere Macbeth verso il delitto. Eppure, lavorando su di lei, mi ero chiesta se non fosse possibile cercare un'altra sfumatura, quasi un'altra persona dentro lo stesso personaggio.
Una Lady Macbeth lucida, assennata, capace di comprendere la natura del potere e ciò che occorre per conservarlo. Una donna che poteva assumere quasi il volto di una regina come Teodolinda: non soltanto una figura di potere, ma una sovrana chiamata a mantenere il proprio regno, a difenderlo, a eliminare ciò che poteva minacciarne la stabilità.
E poi c'era l'altra Lady Macbeth. Quella del sangue. Della crudeltà.
Ma forse esisteva anche una terza Lady Macbeth. Una figura più difficile da definire: tetra, ma attraversata da una sorta di inquietudine spirituale. Nel suo celebre monologo, quando invoca gli spiriti e chiede che il latte venga sostituito dal fiele
"Spiriti, venite…"
Lady Macbeth è come se cercasse una forza che superi la dimensione umana. Una trascendenza oscura. Ma quello che potrebbe sembrare una ricerca di liberazione si trasforma in una discesa nella violenza, nella colpa e infine nella follia. Lady Macbeth vuole cancellare la propria vulnerabilità e finisce per essere divorata proprio da ciò che aveva cercato di espellere da sé.
Lady Macduff è la chioccia, la madre, la casa, la protezione. È profondamente legata alla vita concreta, ai figli, alla quotidianità. Lady Macbeth sembra invece il suo rovescio: al latte contrappone il fiele, alla maternità la rinuncia, alla casa il castello, alla protezione della famiglia la conquista del potere.
Eppure entrambe sono donne che cercano di difendere qualcosa.
Una difende la vita che ha generato.
L'altra, nella mia lettura, cerca di difendere e consolidare un ordine di potere nel quale ha scelto di credere.
Due donne. Due forme di forza. Due modi di intendere la protezione. E, ancora una volta, il doppio.
Ed è qui che il tema cinematografico del doppio mi sembra incontrare quello della recitazione teatrale. Perché l'attore, in fondo, presta il proprio volto, il proprio corpo e la propria voce a qualcuno che non è lui.
Come può lo stesso volto essere contemporaneamente due persone?
Come può un gesto apparentemente identico assumere un significato diverso?
Dove finisce l'attore e dove comincia il personaggio?
Forse il vero doppio non è soltanto quello di due gemelle che si guardano allo specchio.
È quello che ogni attore porta dentro di sé quando entra in scena.
Nel caso di Lady Macbeth, poi, il doppio può diventare persino una necessità interpretativa: la regina e la donna, la lucidità e la follia, il calcolo e il sangue, la forza e la fragilità, la sete di potere e quella misteriosa aspirazione a diventare qualcosa di diverso da se stessa: scoprire che dietro un personaggio che crediamo di conoscere può essercene un altro. E che, talvolta, dietro un solo volto possono nascondersi due persone, o forse molte di più.
Il cinema ce lo mostra attraverso lo sdoppiamento di un'attrice.
Il teatro, attraverso l'interpretazione.
E Shakespeare, forse, ci ricorda che il doppio più interessante è quello che abbiamo dentro di noi.