Il posto di nessuno

scritto da ilmulinodelpascolo
Scritto 6 anni fa • Pubblicato 6 anni fa • Revisionato 6 anni fa
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Testo: Il posto di nessuno
di ilmulinodelpascolo

Sono i ricordi che ci permettono di sapere chi siamo? Alcuni affiorano nella nostra mente improvvisi, immotivati , sorprendendoci per l’apparente scarsa importanza, altri ricorrono come continui giri di pista, come traiettorie disegnate sul terreno del tempo, simili, ma sempre e inesorabilmente un po’ diverse fra loro. Altri ancora ci inseguono nostro malgrado o debolmente li frequentiamo, sino quasi a tramutarli e percepirli composti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni e naturalmente poter finire anche per diventarli.
Altri ancora semplicemente si dimenticano… prima o poi!
E come se essi, i ricordi, avessero vita propria e potessero indifferentemente passare e mescolarsi fra le varie categorie, incolpevolmente, senza una fissa direzione , senza alcun consenso e senza un senso.



I miei a proposito di queste storie cominciano in un caldo e soleggiato primo pomeriggio di un’estate Lomellina nella seconda metà degli anni 70. Da una gialla radio transistor frusciava la musica del guardiano del faro rigorosamente in AM e mono che in quel momento spopolava ai primi posti della hit parade presentata da Lelio Luttazzi sul secondo canale RAI.
Pedalavo uscendo dal paese inforcando una bicicletta appartenente a mia nonna materna, gia’ pregustando una volta inoltratomi nella campagna , di potermi tuffare nelle fresche acque della roggia chiamata “acqua granda” , un fosso prevalentemente sfruttato, lungo il suo percorso nel territorio, per l’irrigazione dei campi di coltivazione e delle risaie locali.
La localita’ che avrei raggiunto aveva un nome , era chiamata da noi ragazzi “il posto di nessuno” e incrociava il corso d’acqua in piena campagna , un punto lontano da occhi indiscreti . Lì i ragazzi piu’ grandi e piu’ importanti nelle gerarchie del gruppo potevano liberamente fare il bagno nudi esibendo piuttosto fieri i loro corpi e attributi in continua e rapida maturazione testosteronica.
Quando provo a immaginare la felicita’ penso a momenti come quello, quando tra ciò che desideri e ciò che puoi realmente avere non c’è poi così tanto , perché sai che potrai condividerla con gli amici del cuore, con la tua gente e soprattutto che una volta raggiunta potrai continuare a non sentirti solo.

*La Lomellina (Ümléna in lombardo, Lumlìna in dialetto lomellino, Lomlin-a in piemontese) è una regione storico-geografica italiana, sita nella zona sud-occidentale della Lombardia compresa tra: il Sesia a ovest, il Po a ovest e a sud, il Ticino a est e il Basso Novarese a nord. Al di là del Sesia confina con il Monferrato, mentre a sud del Po con il Tortonese e l'Oltrepò Pavese. Oltre il Ticino i confini sono spartiti con il Pavese e il Milanese. Territorio da sempre con forte vocazione agricola, ha nel capoluogo Vigevano uno dei principali centri industriali dell'Italia settentrionale, oltre che capitale storica della produzione di calzature

Alcuni dei ragazzi stavano gia’ facendo il bagno, altri prendevano il sole seduti sul loro asciugamani steso sull’erba . le scuole erano finalmente e abbondantemente terminate e qualcuno di quelli che ancora le frequentava trascorreva là i pomeriggi piu’ caldi . Arrivando salutai tutti mentre piegavo la bicicletta poggiandola a terra.
Il fosso in quel punto si allargava creando una specie di piccolo bacino, un lato del quale, da dove proveniva la corrente d’acqua, vedeva la presenza di una struttura in cemento che incastonava due chiuse metalliche a controllo manuale. Dalla parziale apertura delle chiuse fuoriusciva il flusso d’acqua piu’ forte e turbolento, era in quella zona che il suo livello era piu’ basso per la presenza di un fondo artificiale in mattoni di pochi metri quadrati chiamato “uliva” facente parte integrante del sistema a chiuse.
Conosciuto, dall’originalita’ carismatica e rispettato da tutti, riconobbi fra gli altri un ragazzo più grande, il suo nome era Lou.
Lou era uno di quelli che il bagno lo faceva sempre rigorosamente nudo. Una volta qualcuno fortuitamente di passaggio da quelle parti, vedendolo così si sentì probabilmente scandalizzato :” uhè balabiut metat ados un quei cos svargugnà! . Lui non rispose, sorrise e beffardamente con grande calma seguì il consiglio, indossando una semplice maglietta bianca, mantenendo i genitali rigorosamente in bella vista. Il vecchio Lou era quel tipo di persona uno a cui nessuno poteva dire quello che andava o non andava fatto, e quel giorno, in quel momento, era di scena in acqua .
Si prodigava nell’ esecuzione di una figura in qualche modo antesignana del nuoto sincronizzato “la fossa delle marianne”. Questa consisteva nell’effettuare una verticale poggiando le mani sul fondo del fosso e mantenendo le terga a pelo d’acqua esponendo così l’irsuta zona perianale e il solco intergluteo, a sfioro , rievocando in tal modo il famoso abisso marino e suscitando le grasse risate degli astanti.
Due cugini da noi chiamati Pixie e Dixie erano lievemente in disparte e discutevano riguardo la buona qualita’ delle pinne di gomma giallo-arancio recuperate di frodo nel cumulo degli scarti di una ditta di lavorazione della plastica , situata non molto distante da li’.
Uno di loro, Dixie, aveva un buco nel costume dal quale una piccola parte dello scroto faceva bella mostra di se’.
A pomeriggio inoltrato , verso sera, sapevamo che i ragazzi piu’ grandi sarebbero arrivati e con loro tutto il classico repertorio bullistico locale. Erano tutti operai e artigiani e arrivavano per la maggioranza dalle officine meccaniche della zona che spesso avevano a che fare con il mondo della produzione industriale della calzatura che in quel territorio e a quel tempo con la citta’ di Vigevano trovava la sua capitale italiana.
Quella sera dopo il loro arrivo come spesso accadeva proclamarono l’apertura del “Bar” e ”offrirono” da bere ad alcuni di noi ragazzi piu’ giovani. Lo fecero come al solito tenendo con forza e prepotenza la testa del malcapitato sott’acqua sino a provocare l’effetto desiderato, ma mantenendo il gioco su un piano di apparente e garantita incolumita’.
Qualcuno di loro con una bravata sfidò la sorte buttandosi a volo d’angelo da sopra le chiuse, centrando l’ acqua nel punto che avrebbe consentito di sfiorare lo spigolo sommerso del fondo artificiale della chiusa (l’uliva), là dove la presenza del buri cioe’ un avvallamento del fondo del fosso avrebbe garantito una profondita’ sufficiente per assorbire con una certa sicurezza il tuffo .
Noi li guardavamo intimoriti, ma anche ammirati, con il desiderio un giorno o l’altro di poterli emulare , anche se in merito a molte di quelle spacconate, molti di noi ragazzi piu’ giovani, continuammo anche in seguito a nutrire qualche riserva.
Un potente rutto riecheggiò nell’aria attirando non soltanto la mia attenzione. Chi lo aveva emesso alle mie spalle era un ragazzo da poco trasferitosi nel nostro paese e che subendo continui atti di bullismo, ancora stava pagando il prezzo per la sua perseverante spavalderia con la quale avrebbe voluto inserirsi nella nuova comunita’. Il nomignolo che gli era stato affibiato era Piriciu che palesemente rispecchiava il sostanziale giudizio negativo del gruppo nei suoi riguardi. Egli si stava beatamente insaponando sulla riva del fosso da dove poi una volta terminata questa prima operazione, si sarebbe buttato al fine di risciacquarsi e liberarsi così con soddisfazione dallo strato di sporco mescolato al sudore accumulato in una intera e faticosa giornata di lavoro alla vicina fonderia Biraghi.
Come si puo’ intuire non esistevano scale o scivoli o qualsivoglia marchingegno che consentissero una comoda entrata in acqua. Per farlo con una certa gradualità si doveva sfruttare la naturale conformazione del terreno e la buona presa dei nostri giovani garretti, Diversamente era imperativo, ma considerato molto piu’ virile esibirsi in un piu’ o meno plastico tuffo.
Ne esistevano alcuni di comprovato effetto estetico, il più prestigioso e ricercato era denominato rampighin. Consisteva fondamentalmente in un tuffo carpiato. La difficoltà per eseguirlo era rappresentata dal fatto che il salto non potesse avvenire da una piattaforma o da un trampolino, posti in alto, ma da qualche parte sulla riva, dove l’esecutore intravvedendone la possibilità tecnica di esecuzione , scommettesse sulla scelta del luogo da cui spiccarlo e sulle proprie capacità atletiche. Si trattava di avere buoni garretti per guadagnare in volo un’altezza sufficiente e buoni addominali per carpiare il tuffo ed entrare perfettamente perpendicolari alla superficie dell’acqua.
Diverso, molto meno estetico e decisamente alla portata di tutti quelli che fossero disposti ad arrossarsi le terga, era invece il bulogna. Sostanzialmente consisteva in un’ entrata in acqua in posizione genupettorale dopo aver raggiunto con una bella elevazione il punto piu’ alto possibile. Questa posizione, aveva lo scopo di provocare con l’impatto, uno spettacolare spostamento d’acqua in tutte le direzioni, fatto salvo il proprio deretano, cercando inoltre nel caso ci fosse stata l’opportunità, di bagnare qualcuno con gli schizzi ottenuti in quel modo , meglio se qualcuno che pur essendo nei pressi, fosse vestito e che magari stesse beatamente fumandosi in pace una Marlboro .
Un comportamento fondamentale e consigliabile per la propria incolumità era quello di stare al gioco, e di farlo sempre! Era buona norma rispettare le gerarchie del gruppo ed evitare inutili discussioni e forme di ribellione. Diversamente il pesante, ma giocoso comportamento di alcuni fra gli elementi piu’ scalmanati ,si sarebbe fatto inevitabilmente piu’ duro.
Ricordo persone buttate in acqua ancora vestite e altre sottoposte ad atti che sconfinavano senza mezzi termini in qualcosa di molto vicino al sadismo.
In particolare in uno di questi, il malcapitato che gia’ si trovava in costume da bagno, veniva forzatamente sollevato prendendolo per mani e piedi e letteralmente lanciato su un cosidetto “letto d’ortiche” preparato appositamente e con cura come un’altare pagano su cui immolare le proprie vittime sacrificali. Vi lascio immaginare le urla e le bestemmie che il povero cristo non poteva fare a meno di lanciare implorando allo stesso tempo i suoi aguzzini di smettere.
In quel caldo e afoso pomeriggio lomellino, come in ogni altro, si alternarono momenti piacevoli ad altri di silenzio e noia assoluta. Ad un certo punto però ci fu un vero colpo di scena. All’orizzonte comparve la sagoma inconfondibile del padre di Toni uno dei ragazzi piu’ grandi, giunti per ultimi direttamente dal lavoro per unirsi a noi. Il suo nome era Luigi e montava in sella ad un piccolo ciclomotore di marca Guzzi, che veniva sovrastato dalla sua mole davvero imponente. Appena Toni lo vide comparire in lontananza, si fece improvvisamente bianco in volto e come preso dal panico si affretto’ a dirci come lui in quel posto ci fosse venuto di nascosto (come molti di noi) dai suoi genitori. Supplicandoci di aiutarlo, iniziò a cercare di nascondersi da qualche parte, sapendo che altrimenti per lui, sarebbe finita davvero male. Cosi’ lo vidi rapido calarsi in acqua e risalire a piedi il corso del fosso dove l’acqua era più bassa. Si acquattò sotto il ponticello che attraversava il fosso stesso, e ospitava la sede del sentiero di campagna che il padre avrebbe percorso per arrivare sino a lì. Luigi che vedevamo ancora discretamente lontano intanto progressivamente si avvicinava. Fu incredibile vedere come ad un certo punto giunto in prossimità del luogo in cui il sentiero incrociava il sottostante corso d’acqua Luigi fermo’ il suo Guzzi proprio sopra la testa di suo figlio nascosto sotto il ponticello dicendoci “Uhè avete vistu Tunin? “ Chiaramente noi negammo cercando di dominare la voglia di scoppiare a ridere vedendo la scena veramente singolare che avevamo davanti ai nostri occhi. Ma Luigi continuò “ Sicuro? Azz se lu pigliu lu gonfiu…“ Fu a quel punto che Lou proprio li’ davanti a noi, prese una enorme manciata d’erba secca e gli diede fuoco con un accendisigari . Dall’erba non tardò ad alzarsi una bianca e densa coltre di fumo che rese rapidamente l’aria circostante quasi irrespirabile, mentre veniva da lui adagiata con delicatezza, sulla superficie dell’acqua. Ecco che a quel punto tutti capimmo l’intenzione di Lou che desiderava che la corrente trasportasse la matassa d’erba fumante sino a sotto il ponte dov’era nascosto il povero Toni, con lo scopo di stanarlo e svelarlo così a papà Luigi.
Luigi avrebbe quindi completato l’opera infliggendo al figlio le ahime’ gia’ a lui note punizioni corporali per le quali era diventato famoso anche presso tutti noi . Questo pero’ con mio grande sollievo, non avvenne e grazie alla capacità, sostenuta senza dubbio dalle grandi motivazioni di Toni a resistere ad ogni costo. Fu così che anche chi come me , temette per la sua sorte una volta che papà Luigi se ne fu andato non potè trattenere una fragorosa risata, mentre il perfido Lou iniziava già a tramare la prossima delle sue goliardiche e astute trovate.
Il giorno trascorse così. Come a dirci che era giunto il suo termine ,Il sole facendosi sempre più basso accese i caldi colori del tramonto, dalla campagna salì dolce il profumo dell’erba umida mentre libellule e tafani lasciarono il posto a sciami di moscerini e alle odiate zanzare inseguite per qualche breve tempo ancora dal volo radente ed elegante delle snelle rondini brune .
Cosi come quel giorno, era in quel modo che trascorrevamo le ore piu’ calde della giornata. Era in quel modo che si arrivava in prossimità dell’ora di cena e al turno di un nuovo teatro sempre pronto ad accogliere un altro atto fondamentale che scandiva il passare delle nostre giornate.
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