La camera

scritto da Supersoul
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Il racconto non è solo umoristico.
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Testo: La camera
di Supersoul

Arrivai a Terni alla fine del 1921. Il viaggio in sé non mi aveva creato particolari difficoltà: il mio bagaglio era assai compatto. Tutti i miei averi erano entrati in un'unica valigetta. E sulle spalle tenevo il mio pellicciotto di... non ho intenzione di descriverlo. Basti dire che nella mia prima uscita a Corso Tacito per ben tre volte udii alle mie spalle un bisbiglio:
“Guarda quel pellicciotto.”
Misurai la città per due giorni e alla fine trovai un posto. Non era splendido, ma nemmeno peggiore degli altri: anche lì ti davano un piatto di minestra e anche lì pagavano a dicembre lo stipendio di giugno. Cominciai dunque a lavorare.
Fu allora che mi si stagliò davanti nella sua nudità il problema della... camera.
L'uomo ha bisogno di una camera. Senza una camera l'uomo non può vivere.
Il mio pellicciotto mi faceva da paltò, da coperta, da tovaglia e da letto. Ma non poteva farmi da camera, come del resto nemmeno la mia valigetta. Era troppo piccola. E soprattutto non mi sembrava decoroso che un uomo con un impiego fisso vivesse in una valigetta.
L'impresa si rivelò subito ardua. Nessuno voleva affittarmi una camera perché non lavoravo all'acciaieria.
“Senza busta paga niente camera.”
“Ma io lavoro, posso permettermela.”
“Dove lavori?”
“Dal fornaio di via Garibaldi, potete informarvi...”
“Non ce n'è bisogno, un garzone viene pagato a babbo morto.”
La disperazione s'impadronì di me e del mio pellicciotto.
Al mattino presto, non appena il cielo cominciò a schiarire sopra le ciminiere, presi la mia valigetta ricoperta di brina argentata e mi diressi verso la stazione.
Abbandonavo senza alcun rimpianto il piatto di minestra e lo stipendio di novembre che mi avrebbero pagato a febbraio.
Le fabbriche, i tetti, le finestre e gli abitanti di Terni mi erano odiosi. La stazione anche.
Fu allora che avvenne qualcosa che non si può definire in altro modo che un miracolo.
Ero accasciato su una panchina, quando un giovanotto dalla faccia cotta dalla colata d'acciaio, mi chiese se cercavo un letto sotto un tetto.
Mi diedi un pizzicotto: era tutto vero!
“Sì, cerco una camera.”
“L'avete trovata. Seguitemi.”
“Lavoro dal fornaio...”
“Lo so, mi manda lui.”
Mi portò a quella che sembrava casa sua. Una bella casa che affacciava sul fiume.
Si era fatta l'ora di pranzo. Mi fece sedere a tavola con lui e con sua madre.
Ero sbalordito e al settimo cielo.
“Eccolo” disse la madre.
Dopo qualche istante, comparve il fornaio di via Garibaldi in persona.


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