Voluttuosa Incontenibilità di un’Alchimia

scritto da Luca C_Max
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Testo: Voluttuosa Incontenibilità di un’Alchimia
di Luca C_Max

VOLUTTUOSA INCONTENIBILITA’ DI UN’ALCHIMIA

 

La vedeva muoversi veloce per la casa; sapeva di non poter provare a fare nulla, che non poteva permettersi nulla, perché poi sarebbe stato tutto terribilmente complicato…

E lui sapeva quanto amasse odiare le complicazioni.

Ormai erano anni che lei frequentava la casa. Faceva le pulizie per tre ore, il martedì e il venerdì, lui lo sapeva bene, chiaramente memorizzato, e spesso capitava che lui proprio il venerdì rimanesse a casa per prepararsi a week end stressanti e noiosi.

E sappiamo bene, o perlomeno lo so io, quanto lui odiasse gli amabili week end stressanti e noiosi.

Un venerdì in cui ti viene voglia di adagiarti su un divano e chiudere un momento gli occhi, per prendere le giuste distanze con ciò che per natura vuole starti incollato addosso.

E…

E quel venerdì, lei pareva particolarmente contenta di trovarselo davanti.

Lui aveva appena finito la doccia e si presentò ad aprire la porta in accappatoio (morbido, pulito, fragrante, in spesso cotone), insomma esattamente come nei film anni 60, immaginiamo un Cary Grant in gran forma.

Lei, per nulla imbarazzata, lo salutò e, dopo i veloci convenevoli, andò a prepararsi per le sue faccende settimanali. Ma, in tutto questo, c’era di mezzo un décolleté decisamente fuori ordinanza per il caso, ed una veloce ma perfettamente captata occhiata, diretta in mezzo alle gambe di lui (accappatoio leggermente aperto); un’occhiata veloce, improvvisa, diretta, non premeditata, istintiva.

Quel venerdì sarebbe stato “il” venerdì.

Lo sentiva lui, lo percepiva lei (mi sa forse lo sentite pure voi…)

Lei, che pareva emettere forti richiami, che giungevano alle narici di lui, direttamente connesse alla principale radice di questo strano albero che è l’uomo.

La vedeva muoversi veloce per la casa; sapeva di non poter provare a fare nulla, tranne gironzolare per casa e non levare l’accappatoio.

Rimase senza fiato, quando la trovò a raccogliere qualcosa dal pavimento.

I jeans, a vita bassa, le erano scesi in modo inverecondo, e lo sconvolgeva il fatto di sapere che lei sapeva di essere osservata, e che sapeva, inoltre, di sfoggiare carni bianche e perizoma praticamente inesistente…

Quando si alzò, tutta rossa in viso (“pressione sanguigna”, pensò lui, “e non vergogna”), aveva i seni che pulsavano e il devastante décolleté permetteva di vedere una piccola unghia di areola.

E ci fu una seconda occhiata, più lunga, più insistente, in mezzo alle sue gambe.

Non era mai stato meno gravoso, quel lavoro che aveva sempre considerato degradante e faticoso, che era stata costretta a fare per mandare avanti la sua famiglia.

Era sola da sei anni, ormai, da quando aveva buttato fuori casa quel mezzo alcolista traditore del marito, e si era subito rimboccata le maniche affinché la sua bimba potesse crescere sempre col sorriso sulle labbra e non le venisse mai a mancare nulla.

La sua famiglia era sua figlia; avrebbe fatto tutto per lei e questo era già un validissimo motivo per alzarsi ogni mattina e andare a far le pulizie in casa di rispettabilissime famiglie.

Ma il martedì e il venerdì era diverso, specialmente il venerdì. In quei due giorni, non si alzava per affrontare la dura giornata che l’aspettava, bensì per prepararsi lentamente ed impeccabilmente al più intenso gioco delle parti che le fosse mai capitato.

Ne era stata conquistata e rapita a poco a poco. Quell’aria tenebrosa, in bilico tra il timido e l’intellettuale, quella sicurezza pacata e non ostentata che le faceva vibrare l’anima.

Pian piano, era stata indotta ad una sfacciata voglia di sedurlo.

Lei, che non avrebbe mai osato mettere gli occhi sull’uomo di un’altra; lei, che non avrebbe mai dovuto ma che ora, consapevolmente, ricacciando indietro tutti i moralismi e i perbenismi che facevano capolino nella sua mente… con tutta la femminilità che aveva ritrovato in sé, lei, lei sapeva che si stava offrendo a lui.

Dunque, per questo, il venerdì era molto di più; era il giorno in cui, quasi certamente, l’avrebbe trovato in casa (si, lui si sarebbe fatto trovare): immerso in una lettura o in uno dei suoi innumerevoli passatempi domestici, e la presenza di lui già le bastava per alimentare la sua palpitazione, l’aspettativa, lo scombussolamento che la inebriava e la riscaldava come una leggera e piacevolissima ubriacatura.

Erano mesi che si nutriva solo di questo e, mentre si preparava ad uscire di casa, ripose la solita, estrema cura nel vestirsi e nel truccarsi per lui.

Quel giorno, come lei aveva sperato, lui era in casa, e si, si era fatto trovare.

Le aveva aperto la porta: era appena uscito dalla doccia e il suo profumo di bagnoschiuma era il solo ornamento a ricoprirlo, oltre all’accappatoio distrattamente stretto in vita… Diciamo distrattamente.

Lei cercò di correggere la direzione dello sguardo, ma non abbastanza velocemente, forse; e, con una sensazione di imminente sconvolgimento, si era avviata rapidamente verso le sue incombenze domestiche.

Quella sensazione…

Quella sensazione… Il tamburellare nel cervello, il cuore che pompava, mentre cercava inutilmente di dedicarsi alle faccende: sentiva di essere precipitata in una voragine, conscia dei rischi e consapevole delle conseguenze; le conseguenze di quanto potesse essere profonda quella voragine.

Lui era lì e la osservava. Ora l’emozione era talmente intensa, simile soltanto alla paura.

Quando si risollevò, non poté fare a meno di voltarsi e guardarlo, stavolta senza sforzarsi di volgere altrove lo sguardo. Si sentiva scompigliata, accaldata; si sentiva maledettamente calamitata.

Li dividevano pochi passi, ma non fu tanto la vicinanza a permettere che accadesse ciò che successe in seguito, quanto l’espressione di lui, al tempo stesso complice e impertinente.

Spense l’interruttore della sua coscienza e aprì al massimo la valvola della sua voluttuosa essenza.

Gli sorrise, abbassando lo sguardo per un attimo, poi strinse le labbra con imbarazzo.

Coprì i pochi passi che li dividevano in un istante insignificante e gli si accostò.

Posò le mani sui suoi fianchi e chiuse gli occhi baciandolo.

Lui ricambiò prontamente e quello, per lei, fu il suo messaggio di benvenuta; le sue labbra erano sottili, morbide, e si schiusero garbatamente, accogliendola nella loro intimità.

Si strinse a lui blandamente, cercando di riempire ogni suo vuoto e di avvolgerlo con le sue generose forme. Il suo odore la avvolgeva, inebriandola; lo abbracciò, premendo i suoi vuoti contro i suoi pieni e viceversa.

Mai ruvidi jeans erano parsi delicati come il velluto, quasi inesistenti.

Non desiderò toccarlo subito, ma preferì assaporare lentamente quell’incantesimo appena creato, muovendosi delicatamente e cercando di accarezzarlo con tutto il suo corpo.

Dopo una quantità di tempo che non riusciva a definire, riaprì gli occhi, staccandosi da lui, ma solo per dare una sbirciata veloce all’intorno e guidarlo dolcemente verso il divano.

Lo spinse a sedere e gli si accomodò sopra, con le gambe divaricate e ripiegate sotto di sé. Riprese a baciarlo, iniziando dalla guancia, poi intorno all’orecchio, sul collo, stuzzicandolo con la lingua, per tornare poi con curiosità all’orecchio, che sentiva, con enorme gusto, scaldarsi, gonfiarsi, inturgidirsi sotto le sue labbra, come un sensibilissimo organo sessuale.

Intanto, dondolava morbidamente il bacino, con movimenti ampi e provocanti.

Lui prese a infilare le sue mani sotto la maglietta e lei, con pochi rapidi gesti, se ne liberò. Slacciò i jeans, si alzò, mentre lui la fissava, sorridendo con aria famelica; sfilò le scarpe da ginnastica, i calzini e, infine, i jeans, riprendendo poi la posizione che aveva appena lasciato.

Libera dai vestiti, poteva sentire chiaramente la sua erezione premere contro la sua sottilissima biancheria, e cominciò a strofinarsi con più trasporto.

Le carezze divennero sempre più audaci, palpeggiamenti spudorati; i baci, sempre più bagnati e profondi, sconfinarono in piccoli e trattenuti morsi.

Continuarono sempre più freneticamente finché la voglia ad ampio spettro molto ampio spettro, non li invase come un fuoco.

Allora lo spinse a stendersi sul divano, scostò ciò che era rimasto dell’accappatoio a celare il suo corpo nudo, e tornò a baciarlo con impazienza, dalla bocca al collo, al petto, al ventre teso.

Aveva un profumo unico. Le sembrava di essere immersa in un profumato cesto di biancheria appena uscita dalla lavatrice… 

Ma non voleva che il suo desiderio fosse appagato così, non subito almeno; quindi, si sollevò da lui, che l’assecondò sfilandole la biancheria e iniziò a toccarla con le sue mani forti e lisce.

Lei non resistette ed ebbe inizio un gioco particolare, lasciandosi andare senza inibizioni e, senza indugiare, prese…

Omissis.

Incredibilmente, l’intreccio dei corpi, li rese incapaci di capire chi fosse il donatore e chi fosse il ricevente, fino a che lui, con un rapido movimento inaspettato…

Assolutamente Omissis.

Bastarono, infine, pochi lenti movimenti profondi e intensi, a farli precipitare insieme nel baratro dell'ingestibile,  dove lo stordimento e l’appagamento, di due corpi fradici e notevolmente sollecitati a livello di epidermide, li portò a sciogliersi da un abbraccio che avrebbe fatto sfigurare un anaconda.

La porta dell’ascensore si apre, riportando bruscamente il suo sguardo al presente; inghiotte faticosamente un sussulto, un gemito, un sospiro.

Mentre suona il campanello, si schiarisce la voce, si sistema velocemente i capelli.

Finalmente, la porta si apre. Lei gli sorride apertamente, celando, dietro la sua disinvoltura, un intero universo di emozioni.

- Buon venerdì! Come va?

- Ehm… bene… Bene, e tu?

- Io credo molto bene, sai. Oggi mi sento radiosa. Ma te? Mamma mia, sei tutto rosso e sudato! È febbre? O pressione alta?

- No, no… È solo giocare con la fantasia, saper viaggiare con la mente.

Lei lo guardò con fare strano e cominciò, come sempre, in modo veloce e professionale, ad organizzare le sue faccende domestiche.

Ma, quel venerdì, lei pareva particolarmente contenta di trovarselo davanti.

Lui la vedeva muoversi veloce per casa; sapeva di non poter provare a fare nulla, che non poteva permettersi nulla, perché poi sarebbe stato tutto terribilmente complicato…

Troppo complicato.

E lui sapeva quanto amasse odiare le complicazioni.

  

Fine

(Wow…)

Scritto a tre mani con BL. L'altra mia mano non vi dico dov'era.

Voluttuosa Incontenibilità di un’Alchimia testo di Luca C_Max
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