XVI. la torre

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Come posso pretendere che lei accetti le mie debolezze, la mia vulnerabilità, le mie imperfezioni, le mie paranoie e le mie paure, quando io sono il primo che non riesce a farlo?
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Testo: XVI. la torre
di In.Versi

Sono seduto su un cesso, chiuso nel bagno di un ristorante. Tremo, mi manca il respiro, sento di dover vomitare. Ho freddo e non riesco a smettere di tremare; cerco di fare dei respiri profondi, ma mi sento sprofondare sempre di più. La mia mente mi rema contro in ogni modo possibile, cercando un appiglio per spezzarmi. Non so per quanto resisterò a questo assedio di ansia e paranoia. Questa crisi dura cinque minuti. Poi le luci smettono di essere accecanti. Il respiro si stabilizza. I battiti tornano normali. Questo cesso torna a essere solo un normale cesso.

«Il ciclo ricomincia?»

Il giorno dopo mi trovo seduto a un tavolino in un cortile. Davanti a me siede un uomo; fa il cartomante. O almeno così dice. Ha qualche anno più di me, la testa calva, gli occhi chiari e due baffoni biondi. Ha gli occhi truccati: un ombretto argentato sulle palpebre e due linee azzurre sugli zigomi, che lo fanno somigliare a una statua di metallo che piange. Porta numerosi orecchini e pendenti, tutti di colore diverso. Non vi è nulla di armonioso in un uomo dall'aspetto così eclettico, eppure la sua espressione trasuda una serenità che deriva dall'accettazione.

Mi saluta calorosamente, aprendosi in un sorriso placido:

«Ciao, buonasera... Come stai, caro?»

«Non mi posso lamentare. Credo. In realtà non lo so.»

«Allora vai, e fammi la tua domanda.»

Mi prendo del tempo per trovare le parole giuste. Il vocabolario italiano conta migliaia di parole, termini ed espressioni; eppure, il mondo interiore e il proprio sentire rimangono sempre irriducibili al piano verbale.

Prendo fiato. Un respiro. Mi concentro su quello che voglio dire.

«Come posso smettere di sentirmi sempre indietro, come se stessi deludendo tutte le persone intorno a me?»

Il cartomante, che mentre mi ascolta dondola leggermente la testa da destra a sinistra, si ferma e sgrana gli occhi per un istante. Allunga il mazzo verso di me.

«Prendi tutto il tempo che vuoi. Rimescola le carte nel modo che preferisci. Quando sei pronto dimmelo.»

Giro il mazzo due volte e glielo restituisco.

Il cartomante mi guarda negli occhi per un lunghissimo secondo. Poi scopre la prima carta. La osserva, infine la posa sul tavolo.

Il disegno sul tarocco raffigura un bambino, o perlomeno una creatura con le orecchie a punta, che stringe a sé un bastone più alto di lui. Lo abbraccia con forza e rivolge un ghigno verso l'osservatore che tiene in mano la carta.

«Cosa vedi? Prova a interpretarla», mi dice il cartomante.

«Vedo un ragazzino, sembra molto contento del bastone che ha trovato. Non saprei, forse rappresenta il fatto che anche se il bastone è un oggetto semplice, per lui è già tanto averlo con sé. O magari è tutto quello che ha.»

Gli rispondo così, ma non ne sono convinto. Non ho idea di cosa significhi. Lui, però, mi dice che ho centrato il punto, precisando che non esistono risposte giuste.

«Hai mai pensato di provare ad andare in terapia?» mi chiede.

«No.»

«Perché?»

«Perché non credo nella terapia. Qualcosa in me continua a dirmi che non mi serve, che non ho bisogno dell'aiuto di nessuno e che posso benissimo cavarmela da solo.»

«Capisco. Tornando alla carta, l'indizio per trovare la soluzione al tuo dilemma sta nel fatto che questo bambino stringe il bastone perché forse, come dici tu, è tutto quello che ha. Che cos'è quel bastone per te?»

Mi fermo a riflettere, poi rispondo:

«Non saprei. La mia natura? Le mie passioni da adolescente? Onestamente non capisco. Come dovrebbe questo farmi capire perché mi sento così indietro rispetto ai miei coetanei? Oppure perché mi sento così fuori luogo? Sai com'è vivere con la sensazione che tutto quello che fai sia sbagliato?»

Il cartomante annuisce. E mi risponde:

«È per questo che io vado in terapia.»

Lo guardo. Entrambi rimaniamo in silenzio per un po'.

Mi allunga di nuovo il mazzo.

«Facciamo un'altra lettura. Fai una domanda.»

Ci rifletto su.

«Come posso diventare quella persona che non sente più di deludere nessuno?»

Lui mi guarda, sorride e dice:

«Ecco! Questa è la domanda.»

Mescolo le carte, gliele restituisco.

«Sei pronto?» mi chiede, tradendo un certo entusiasmo.

Espiro. «Vai.»

Gira il tarocco. Lo osserva ed esclama:

«Sono o non sono un vero stregone?!»

Mette la carta sul tavolo e mi dice di descriverla.

Vedo una figura umana fatta di fiamme, con le braccia protese verso l'alto, come se cercasse di volare via dal fuoco che l'ha generata; è piena di energia, ha la potenza di una fenice. Dietro di lei, nascosto nella penombra, c'è un uomo dallo sguardo severo che brandisce una lancia. Sta per scagliarla contro la figura in fiamme, ma non di punta: di taglio, come per tranciarle le braccia.

«Sai cosa significa», mi dice il cartomante. Non è una domanda. Lui sa che ho capito.

«È il mio giudice interiore. Quello a cui non va mai bene niente di ciò che faccio. Non sono le persone intorno a me a pensare che io non sia abbastanza, o che io sbagli sempre. Sono io a pensarlo. È il mio giudice che emette la sua solita sentenza, da anni. L'uomo in fiamme non sarà mai libero di volare e mostrare la sua forza, perché il giudice non ne accetterà mai l'intensità.»

Il cartomante sorride, compiaciuto. Poi aggiunge:

«Manca un dettaglio. Non hai notato la donna addormentata sullo sfondo.»

È vero. Non l'avevo notata.

Il cartomante riprende a parlare:

«Quella donna è una figura materna, come una madre che ti ama a prescindere da cosa fai e da chi sei. Questa parte è addormentata dentro di te, e perciò non è in grado di proteggerti dal giudice.»

Sono senza parole. È proprio questo il problema. Come svegliare questa madre? Come smettere di essere sempre così crudele e severo con me stesso? È sempre stata questa l'origine del mio dolore.

Il cartomante, quasi leggendomi nel pensiero, mi chiede:

«Vivere con la profondità con cui vivi tu è difficile. Si è soli con le proprie voci. Come il tuo giudice. Ne parli mai con qualcuno di questa cosa?»

«No. Non vorrei risultare pesante o assillante per gli altri, e...»

Mi interrompo, perché il cartomante inizia a sghignazzare e dice:

«Ecco, vedi? Ti stai già criticando da solo, di nuovo. Sei proprio il peggior giudice di te stesso.»

Ridiamo entrambi. Restiamo in silenzio per un po', dopodiché mi passa un barattolo pieno di bigliettini arrotolati e me ne fa pescare uno.

«È un oracolo. Potrebbe essere un proverbio o una frase capace di darti l'ispirazione. Non aprirlo prima di 72 ore.»

«Va bene. Grazie», dico sorridendo; ma in realtà, dentro di me, sento come se qualcosa di pesante e pieno di polvere fosse stato spostato per la prima volta. Non è un peso che viene tolto, ma spostato. Come se adesso sapessi dove si trova, ma da solo non potessi mai sollevarlo.

«Grazie a te», risponde lui sorridendo.

Mi alzo, lo saluto e me ne vado.

Tre giorni dopo apro il biglietto:

« XVI. LA TORRE

Con potente boato, un tuono squarcia la notte e abbatte il castello degli oppressori; fanfare di libertà echeggiano ovunque, mentre le catene si spezzano. Tu sei quel tuono, che proclama la tua stessa libertà. »

Chi ha orecchie per intendere, occhi per vedere e cuore per sentire, capisce.

XVI. la torre testo di In.Versi
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