Adrian Keller temperava le matite ogni mattina, prima di cominciare le visite. Non gli piacevano quelle meccaniche che lasciavano una punta corta e smussata, né le penne che a volte smettevano di scrivere proprio quando servivano. Preferiva le matite di legno, quelle gialle da ufficio, da temperare con un piccolo temperino di metallo. Le teneva in un bicchiere sulla scrivania, tutte appuntite allo stesso modo, e ne usava una per annotare i risultati degli esami mentre i pazienti erano ancora seduti davanti a lui. A cinquantadue anni, Keller era un oftalmologo stimato, con uno studio in una traversa tranquilla del centro e una lista d'attesa che la segretaria aggiornava ogni venerdì. Aveva mani ferme, una voce pacata e il vizio di ascoltare fino in fondo anche le persone più prolisse. Non era particolarmente affabile, ma sapeva mettere a proprio agio i pazienti. In fondo, gli occhi erano organi delicati e la gente tendeva a spaventarsi quando qualcosa non funzionava.
Daniel Valli arrivò per una visita di controllo un martedì di novembre. Aveva la sua stessa età, portava una giacca blu troppo leggera per quel periodo dell’anno e teneva la testa leggermente inclinata quando parlava. Si lamentava di un peggioramento della vista nell'occhio destro: da qualche settimana le scritte gli sembravano sbiadite e, soprattutto la sera, le luci delle auto si allargavano in aloni fastidiosi.
«All'inizio pensavo fosse colpa degli occhiali, poi ho deciso di smettere di dare la colpa agli oggetti. È una cosa che faccio spesso, a quanto pare». Sorrise appena, mentre Keller annotava la risposta.
Lo accompagnò alla lampada. Durante l'esame notò che l'occhio sinistro presentava esiti evidenti di una vecchia lesione. La cicatrice sulla cornea era irregolare e una parte dell'iride aveva perso la sua forma naturale.
«A questo invece che è successo?» domandò, indicando l'occhio.
Valli sorrise appena. «Una storia vecchia. Mi è successo da bambino».
«Un incidente?»
«A scuola, credo. Ero piccolo e ricordo poco, a dire il vero. I miei mi raccontarono che mi ero fatto male giocando.» Si strinse nelle spalle. «Non ci ho mai pensato molto. L'occhio è rimasto così».
Keller annuì e tornò allo strumento. Aveva visto decine di lesioni simili, alcune anche più gravi. Quella di Valli doveva essere stata causata da un oggetto appuntito, forse penetrato con una certa forza. Non era insolito che un trauma infantile lasciasse conseguenze permanenti, anche quando il resto della vita proseguiva senza particolari complicazioni. Terminata la visita, si sedette alla scrivania per annotare i risultati. Prese una delle matite dal bicchiere e cominciò a scrivere. Alla terza parola la punta si spezzò. Il rumore fu piccolo, contro la carta. Crac. Keller guardò il foglio: un frammento di grafite si era staccato ed era atterrato accanto alla parola appena scritta. Passò il palmo sulla pagina per togliere i residui ma peggiorò la situazione, perché la grafite si spalmò in una lunga striscia grigia. Osservandola, d’improvviso, non vide più il foglio, bensì un banco di legno, rigato da incisioni e macchie d'inchiostro. Poi la segretaria bussò alla porta e l'immagine scomparve.
Keller era rimasto con la mano sospesa sulla carta: si disse che era stanco, aveva dormito male e la mattina era stata più impegnativa del previsto. Cancellò la macchia con una gomma, prese un'altra matita e finì di compilare la cartella.
Valli si sistemò il polsino della camicia e guardò l'orologio. «Mi scusi, dottore, ma devo scappare. Ho promesso a mia figlia che oggi sarei passato a prenderla io, e se arrivo tardi mi toccherà sentirmi fare la predica per tutta la sera».
Nei giorni successivi Keller visitò i suoi pazienti, rispose alle telefonate, pranzò due volte con un collega e una sera si fermò al supermercato tornando a casa. Continuò a usare le sue matite come sempre. Notò, tuttavia, una punta spezzarsi nuovamente mentre annotava la pressione oculare di una donna anziana; un'altra si ruppe quando cercò di scrivere il nome di un farmaco. Non gli era mai capitato: le sue mani, di solito fermissime, stavano esercitando una pressione esagerata sulla carta. Piccoli inconvenienti, probabilmente dovuti allo stress, concluse: niente di più. Eppure, ogni volta che sentiva quel crac, come la prima volta gli capitava di perdere per un istante il filo di ciò che stava facendo. Non ricordava nulla di preciso, però gli restavano addosso sensazioni isolate: una sedia troppo alta, il bordo ruvido di un quaderno, qualcuno che rideva alle sue spalle. La cosa lo infastidiva: non gli piaceva distrarsi durante le visite, e così, per qualche giorno, lasciò le matite nel cassetto, usando una penna a sfera.
Valli tornò tre settimane dopo. La vista dell'occhio destro non era migliorata, ma gli esami non mostravano cambiamenti preoccupanti. Keller gli spiegò che sarebbe stato opportuno approfondire un paio di valori e gli fissò un nuovo controllo.
«Mi dispiace che non si possa fare molto per l'altro occhio», disse Valli mentre si rimetteva gli occhiali.
«Sì, effettivamente la lesione è molto vecchia: non credo che si possa recuperare una parte significativa della vista».
«Me lo aspettavo, ci sono cresciuto insieme». Valli si infilò il cappotto. «Da bambino mi dava più fastidio: gli altri volevano sempre sapere com'era successo. A un certo punto ho smesso di raccontarlo, anche perché non me lo ricordavo bene neanch'io».
Keller abbassò gli occhi sulla cartella. «Capisco».
«Mia madre mi ripeteva sempre che era stata una disgrazia. Non so se sia la parola giusta, ma è quella che usava lei».
Valli lo salutò senza aggiungere altro. Quando la porta si chiuse, Keller rimase seduto. Non avrebbe saputo dire perché quel termine lo avesse colpito. Disgrazia. Era una parola comune, una di quelle che le persone usavano per rendere meno brutto ciò che non potevano cambiare.
Aprì il cassetto e prese una matita. La temperò con movimenti lenti, raccogliendo i riccioli di legno nel palmo della mano. Quando la punta fu pronta, la appoggiò al foglio e prese a scrivere il nome del paziente, ma la grafite scivolò sulla carta come se stesse solcando dell’olio; la sua mano si fermò a metà della V, mentre il medico si perdeva in un’altra visione.
Vide un'aula luminosa, una finestra aperta sul cortile e la maestra che si chinava su un disegno: non era il suo. L’insegnante sorrideva a un bambino seduto due banchi più avanti, gli posava una mano sulla spalla e diceva qualcosa che Keller non riusciva a sentire. Osservò il disegno, però: una casa rossa, un albero storto e un sole enorme nell'angolo del foglio. Il suo sguardo si posò sulla matita nella propria mano, appena temperata, con la punta lunga e sottile, proprio come piaceva a lui. La maestra si era allontanata, ma il bambino sorrideva ancora, fiero di essere stato lodato. Keller sentì una sensazione di calore che gli saliva al viso, seguita da rabbia improvvisa per la convinzione che quel sorriso fosse una provocazione nei suoi confronti. Si alzò, afferrò il bambino per la spalla e lo tirò verso di sé. Il gesto che seguì non fu un incidente; non fu una caduta, né una mano che urtava per sbaglio l'altra. Keller portò la punta della matita contro l'occhio del bambino. Poi un grido, il sangue, le sedie rovesciate mentre gli altri si alzavano. La maestra lo trascinò lontano mentre il bambino ferito si teneva il viso con entrambe le mani.
Ritornato al presente, Keller si sedette. Per molto tempo non riuscì a muoversi. Il ricordo non era completo in ogni dettaglio, ma non ne aveva bisogno. Sapeva che cosa aveva fatto. Sapeva che il bambino del suo ricordo si chiamava Daniel. Il nome gli tornò alla mente con lucida chiarezza: Daniel Valli.
Quella sera chiamò sua madre. La donna rispose al terzo squillo e gli domandò se fosse successo qualcosa.
«Ti ricordi di un bambino della mia classe? Daniel Valli».
Dall'altra parte ci fu un silenzio breve, ma sufficiente.
«Perché me lo chiedi?».
«Gli ho fatto male, a scuola. Con una matita. Non è così?».
Sua madre inspirò piano. «Eri piccolo, Adrian».
«Gli ho colpito un occhio».
«Lo so».
Keller chiuse gli occhi. Si aspettava una smentita, una domanda, qualsiasi cosa che gli permettesse di credere di aver capito male.
«Mi dicesti che era stato un incidente».
«Non sapevi quello che facevi. Eri un bambino».
«Ti ho chiesto se avrebbe recuperato la vista?».
La madre non rispose subito. «Sì», disse infine. «Me lo chiedesti».
Keller sentì la gola stringersi. Il ricordo arrivò insieme alla voce di lei, nitida come se fosse stata nella stanza: Daniel sarebbe tornato a vedere, i medici se ne sarebbero occupati, non doveva pensarci più. Era stata una disgrazia, non era colpa sua.
«Ma non era vero», disse Keller.
«Non volevo che ti portassi dietro una cosa del genere per tutta la vita».
Non seppe cosa risponderle. Dopo qualche frase la conversazione finì. Rimase con il telefono in mano, seduto al tavolo della cucina, mentre fuori le finestre dei palazzi si accendevano una dopo l'altra.
Il controllo successivo di Valli era fissato per il giovedì seguente. Keller avrebbe potuto farlo visitare da un collega, sostenere che aveva bisogno di una seconda opinione o inventare una ragione qualunque. Invece confermò l'appuntamento alla segretaria e, per i giorni che lo separarono da quella data, non riuscì a concentrarsi su altro. Quando Valli entrò nello studio, lo salutò con lo stesso sorriso cortese di sempre. Non c'era diffidenza nel suo modo di guardarlo, né curiosità. Si sedette, raccontò che la vista serale era peggiorata un poco e domandò se ci fossero novità.
Keller gli spiegò quello che aveva ipotizzato dagli esami svolti in precedenza, gli parlò delle possibilità di trattamento e gli raccomandò di tornare se avesse notato ulteriori cambiamenti. Valli ascoltò con attenzione e fece un paio di domande. Non una volta sembrò sul punto di riconoscerlo. Alla fine della visita si alzò e gli tese la mano.
«La ringrazio, dottore. Almeno so come stanno le cose».
Keller gli strinse la mano. Avrebbe potuto parlare: il nome di Daniel gli si era fermato dietro i denti, insieme a tutto ciò che ricordava. Ma Valli stava già raccogliendo il cappotto, pensando forse al parcheggio, al lavoro che lo aspettava o alla cena di quella sera. Non c'era nulla nel suo volto che suggerisse un conto da regolare.
«Arrivederci, signor Valli».
«Arrivederci, dottore».
Quando Valli se ne fu andato, Keller tornò alla scrivania. Sulla superficie del tavolo, era ancora aperta la cartella clinica del paziente, con il campo relativo alla dinamica del vecchio trauma lasciato in bianco. Lo fissò a lungo. Avrebbe potuto scrivere ciò che ricordava, ma non esisteva una documentazione che confermasse la sua versione e Valli stesso aveva detto di non ricordare quasi nulla. Alla fine scrisse: Trauma oculare in età pediatrica, dinamica non ricostruibile. Quella volta la matita non esitò.
Rilesse la frase e chiuse la cartella. Poi prese il temperino di metallo e appuntò la matita, raccolse i riccioli di legno nel palmo e li buttò nel cestino. La punta ora era sottile, perfetta. La osservò brillare e un piccolo sorriso increspò le sue labbra. La posò accanto al plico di fogli bianchi e chiamò il paziente successivo.
Una donna entrò con un bambino che teneva gli occhi bassi e si nascondeva dietro la gamba della madre. Keller gli sorrise, gli indicò la sedia davanti alla lampada e aspettò che si sedesse. Quando il bambino passò accanto alla scrivania, urtò il contenitore delle matite. Keller lo afferrò con foga prima che cadesse.
«Attento», disse, con una gentilezza automatica, quasi fredda. «Non vorrai fare danni».
Il bambino annuì. Keller gli sollevò delicatamente il mento per esaminargli gli occhi.