Una siepe di mirto, un libro, i suoi seni, i riccioli neri scapigliati come onde al maestrale, sfidano il controluce dell’alba.
Un capanno, l’orto con i fichi neri, maturi che morde, assapora, divora quasi fossero frutti proibiti di un giardino negato.
La tovaglia a quadretti l’adagia sul tavolo grezzo di legno marino; con un gesto appena nervoso caccia via i suoi gatti invadenti.
La tazza di latte, i grissini, la composta di frutta, il caffè che borbotta, si annuncia, fischiando come un treno a vapore. Si sazia.
Con le cosce socchiuse, sola, sfiora i capezzoli, gli inguini…ed è meraviglia : il sole di luglio sul viso, alle spalle,orgogliosi, i monti feriti di Quirra.
Al cielo e al mare s’illumina d’immenso, come in una “Mattina” di marzo, di aprile, delle idi di maggio fra sguardi ed orgasmi, orizzonti ribelli ed enigmi.
Sono istanti, poi il suo cuore irrisolto si annega nel nero, il silenzio nel piombo, e si sfianca, muta, inquieta, cupa come spesso le accade.
Procede alla spiaggia, perplessa, la testa all’insù, la caviglia agghindata, la maligna ferita sul collo protetta da un fresco foulard.
Rammenta un istmo sottile,due piccoli mari, un luogo di gioie, un corsaro sfacciato. Lo fruga ,inconsueta, là dove altri han negato. Almeno così ricorda.
Giunge ad un bivio,perplessa, spaurita, lo sfrontato l’amava ,decifrava le mappe e ha dovuto cacciarlo, punirlo con la sua pattadesa sgarbata e tagliente.
Ferito, si è intanato in un Domus de Janas, illuso, ingannato, accartocciato in un rebus muto,complesso. Solo un cenno,un haikù e lui sarebbe là.
L’ogliastrina è turbata, si annoda, tentenna, s’inganna, sfila la fede nuorese. Sfiora, orgogliosa, “…su pizzinnu ?” inciso sul retro.
Ne è fiera, ma leviga, con una conchiglia, la frase impressa dal suo drudo invadente, bislacco ma schietto, sincero come un’amistade orgolese
Una lacrima, una, e promette all’anello “l’acqua e la sabbia della mia vita ti eroderà ma starai al mio dito,sempree per sempre, anche dopo di me.”
Il crocicchio di strade bianche seduce, ma torna lesta, lesta al capanno. E’ tardi, raccoglie di fretta le cose nella sua complicata, uggiosa valigia.
La nave salpa maliziosa, in scia le baie di Orrì. La ragazza d’Ogliastra è alla poppa zitta, i capelli raccolti. Con occhi ferrigni scrive e rimuove.
La attende in un cuneo, imbricato fra pianure e montagne, il moroso accidioso di qualche anno fa, sbucato, a uno schiocco di dita, dal suo trapassato remoto.
Un bacio alla figlia, che sembran sorelle, e si reca da quello e al consueto lavoro. Pedala oltre la piazza dell’eroe partigiano, distratta s’infila nel viale.
Le note d’inattese launeddas sono malie, si ferma, si volge sorpresa, affabulata dai suoni: l’intona un vecchio sfregiato, sparigliato che poi abbozza un canto.
... Non potho riposare amore ‘e coro,
pensende a tie so d’onzi momentu.
No istes in tristura prenda ‘e oro,
ne in dispiaghere o pensamentu.
T’assicuro che a tie solu bramo,
ca t’amo forte t’amo, t’amo e t’amo…
Non è marzo, né aprile, né maggio, né sentieri segreti, tantomeno è Sardegna;
però nella mente e nel cuore, come olio dal vino, affiorano tracce preziose.
E’ un’emozione,un nodo alla gola ma lì si rabbuia. Rigorosa, inforca,fuggendo, la sua bicicletta. Il trapassato remoto ormai è il suo infinito futuro.
Il musicante ripone i sonagli palustri, rimugina desueti versi d’amore. Accarezza una foto di riccioli neri, scapigliati, come onde al maestrale. Sbanda, barcolla.
Una panchina lo placa. Stempera, rolla, lento, erba e tabacco. Assapora profondo quel fumo. Si avvia stupefatto come un vetro soffiato ed esplode la sua fragilità.A u
una ragazza d'Ogliastra testo di alessandro knaflitz