So che non leggi quello che scrivo. Forse ti sembra retorico, lo trovi scontato e banale. O forse, chissà, ti annoia leggere e basta.
È da un po’ che cerco le parole giuste per parlare di te. Ma ogni volta mi fermo ancor prima di iniziare. Sento come se ci fosse troppo da dire. Troppo o troppo poco.
Sarò cruda, vera. Perché meriti qualcuno che ti parli così. Qualcuno che prima di andare oltre i tuoi silenzi, impari ad ascoltarli. A me il silenzio non piace. Mi spaventa, sa di vuoto. Nel silenzio fa freddo. E quindi spesso lo evito, lo riempio disperatamente. Come una bambina mangiata dal buio, che nel cuore della notte cerca a tentoni la sua Luce.
Ecco vedi, tu mi hai insegnato che alcuni silenzi sono diversi da altri. Che a volte solo perché non senti parlare non vuol dire non ci siano parole.
Mi hai insegnato ad aspettare. A saziare la mia impazienza. Ad assaporare il gusto di una frase improvvisa che lascia intravederti sotto ogni velo apparente.
Sono sincera, non ti ho ancora capito a fondo. Ogni tanto sei sbadato e lasci cadere a terra qualche pezzo di te. Li ho raccolti sparsi, senza che te ne potessi sentire spogliato.
Ti ho visto circondato da persone, ma spesso mi sei sembrato solo. Solo con i pugni stretti e in mano pensieri, mostri, sogni, sogni?
A volte pare quasi tu non riesca a trovare un posto nel mondo, come se credessi di non appartenere a nulla. Sei insoddisfatto, ma ti accontenti e lo fai in continuazione.
Ti sottovaluti senza accorgerti di valere, vali tanto. Non ti vedo spento, ti vedo piccolo, rannicchiato in un cuore ormai abituato a battere lento.
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