Un nome mai dimenticato

scritto da itram
Scritto 2 anni fa • Pubblicato 2 anni fa • Revisionato 2 anni fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di itram
Autore del testo itram
Immagine di itram
Micaela è una signora ormai in pensione che si descrive però come diversa dalle altre. Una mattina durante una passeggiata un giovane ragazzo e un microfono pronto a intervistarla cambieranno però le carte in tavole.
- Nota dell'autore itram

Testo: Un nome mai dimenticato
di itram

“Mi scusi signora potrei farle una domanda?”

 “Ma certo ragazzo dimmi tutto”

“Qual è il nome del suo primo amore?”

La richiesta proveniva da un giovane ragazzo di circa 18-20 anni che mi aveva fermata per strada durante la mia passeggiata mattutina. Ero solita farla ogni giorno per sgranchirmi le gambe dopo la nottata appena trascorsa e per andare a curiosare tra gli scaffali della mia libreria preferita per guardare i nuovi arrivi che venivano consegnati quasi ogni sera più o meno verso le otto. Molto spesso però, già che stavo facendo un giro, mi dicevo che non avrei fatto male ad andare a dare un’occhiatina anche alla frutta e alla verdura al mercato. Di solito lì si trovavano sempre le carote e le mele migliori, perfette per il frullato vitaminico che mi facevo ogni pomeriggio. Ne avevo scoperto la ricetta una notte che, non riuscendo a dormire, mi ero ritrovata a guardare fino a tardi ricette di ogni genere sul tablet che qualche anno prima mi avevano regalato i miei figli per Natale. E anche se a molti può sembrare strano, io mi ritengo una signora diversa dalle altre, anche se ormai sono in pensione da quasi vent’anni non ho mai perso la curiosità o la voglia di scoprire sempre cose nuove e di documentarmi. Infatti credo che a differenza di quello che spesso gli anziani dicono, la tecnologia sia uno strumento meraviglioso, in grado di riuscire a mantenere vive anche menti come la mia che ormai funzionano da molti, moltissimi anni. Sono quel genere di signora che viene spesso definita come più giovane e attiva di tantissimi ventenni e di questo, ammetto che ne vado più che fiera.

Mi volto e il ragazzo è ancora lì che mi guarda attendendo una mia risposta, ma non ci vuole che più di un secondo per la mia mente e per il mio cuore a trovarne una.

“Roberto” risposi sorridendo. Nonostante la mia faccia fosse felice, il mio cuore piangeva ancora ripensando a lui e ciò credo si percepì nella mia voce che verso la fine della risposta si era come incrinata, come a mostrare che un grande amore, per quanto possa essere bello e a tratti magico, porta quasi sempre con sé anche una grande sofferenza. Può essere perché non era corrisposto, può essere perché si è stati lasciati per qualcun altro, qualcuno che per qualche ragione a noi sconosciuta sembrava migliore di noi agli occhi del nostro partner, si trattava forse ancora di una rottura pacifica, una di quelle che è destinata ad esserci per permettere ad entrambi di vivere ma che è difficile, forse più di tutte da accettare, perché dietro non ci sta un reale motivo, un motivo chiaro e concreto, semplicemente non era così che doveva andare. Nel mio caso però non si trattava di niente di tutto ciò.

Il ragazzo continuò “E scusi se mi intrometto, ma come vi eravate conosciuti lei e Roberto?”

“Inizialmente eravamo della stessa città, della periferia di Milano, lui poi si trasferì con i suoi genitori in montagna, io andavo a trovarlo ogni volta che potevo ma poi la distanza ebbe la meglio”

Beh, non era del tutto vero, io e Roberto ci eravamo conosciuti grazie a sua cugina, una mia amica di nome Rossana che me lo presentò. E no, non vi racconterò la classica storia banale sul colpo di fulmine, perché non sarebbe del tutto corretto. Perché sì, ammetto che la prima volta che vidi Roberto pensai subito che fosse un ragazzo bello da togliere il fiato e con un sorriso che splendeva. Ricordo di aver pensato a un girasole quando lo avevo visto. Roberto era brillante, carismatico, avvolgente e sapeva come farmi star bene anche senza sforzarsi, era la sua presenza che mi faceva bene al cuore. Iniziammo ad uscire insieme e per il nostro primo appuntamento mi portò a fare una passeggiata in campagna, per molti so già che potrà sembrare un’uscita banale, e forse se devo dire la verità lo era anche, ma mi ha dato la possibilità di comprendere fin da subito come riuscisse a far sentire il mio cuore così pieno in un posto così vuoto, mi fece capire che non c’era bisogno di fare grandi sforzi per farmi felice, perché era lui che rendeva ogni cosa meravigliosa.

Il ragazzo mi guardò sorridendo con tenerezza e mi fece un’altra domanda

“Perché si innamorò di Roberto?”

A quel punto dovetti rifletterci un attimo, non perché non riuscissi a trovarne delle qualità, ma perché io sono dell’idea che i grandi amori, quelli davvero grandi ti si presentino per caso e che per saperli riconoscere ci sia bisogno di porsi un’importante domanda, forse fondamentale, “Cosa ti piace di più di lui/lei?”. Se a questo si risponde con “l’aspetto fisico” allora c’è qualcosa che non va perché quello non è amore, è attrazione fisica, se si risponde con “il carattere” quello non è amore, è amicizia, se si risponde con “il suo modo di fare o la sua intelligenza” quello non è amore, quella è ammirazione, la si può provare nei confronti di un insegnante o di un famoso scienziato per esempio, ma non può essere ciò che più ti piace di quel qualcuno che consideri come l’amore della tua vita. A questo punto scommetto che vi starete chiedendo “Ma che cosa si risponde allora?”, domanda più che lecita perché a pensarci bene ho escluso quasi tutte le qualità e tutti i pregi che una persona possa avere.

Mi voltai verso il giovane e gli dissi ridendo:” Non lo so” lui mi guardò perplesso accennando un sorriso incuriosito, a quel punto gli spiegai che a parer mio quella non poteva che essere l’unica risposta corretta per quel genere di domanda. Perché gli amori, quelli veri e soprattutto i più belli, nascono per caso e a pensarci bene non ti ricordi nemmeno ciò che inizialmente ti ha fatto innamorare di quella persona, perché ti sei innamorato di tutto di lui, ogni sua più piccola parte per te è meravigliosa ed è quindi impossibile dire a parole una cosa specifica che ti piace. E’ proprio come quello che diceva Leopardi di Silvia, “Lingua mortal non dice quel ch’io sentiva in seno”, è dunque impossibile spiegare quello che si prova per qualcuno di cui si è innamorati davvero.

Nonostante questo però credo di averlo trovato un termine con il quale si può definire questo tipo di rapporto: parabatai. Da definizione una coppia di guerrieri che combattono insieme come partner per tutta la vita, legati insieme da giuramento, indipendentemente dal loro sesso. Questo termine significa avere affianco una persona, che può essere il fidanzato o il migliore amico, non è questo l’importante, per il quale si sacrificherebbe la vita in caso di necessità o pericolo. E’ quella persona con la quale hai un rapporto così forte che chiamarlo amicizia o amore è fin troppo riduttivo. E’ un legame che riconosci come diverso da qualunque altro, è un qualcosa di molto più profondo. Ecco, io e Roberto eravamo parabatai.

“Posso chiederle perché è finita tra lei e Roberto?”

Potrei dire che era stata la distanza, che non eravamo più riusciti a vederci o ancora che riuscire a mantenere una relazione a distanza sessant’anni fa con a disposizione solo la possibilità di scrivere lettere non era cosa facile. Potrei farlo sì, ma dentro il mio cuore so che sarebbe una bugia. Perché io sapevo come so tutt’ora che se solo Roberto mi avesse chiesto di trasferirmi da lui e di comprare casa lì insieme, io sarei volata da lui, sarebbe stata sicuramente la prima follia che avrei compiuto per amore. Invece, forse perché non era sicuro del mio amore per lui o del suo amore per me, non me lo chiese mai, forse non era pronto a chiedermi di stravolgere la mia intera vita per il nostro amore e per il nostro futuro, Roberto era troppo altruista. O almeno lo penso, più che altro lo spero, il dubbio è sempre rimasto con me per tutti questi anni, forse mi sono anche illusa di ciò, ma se ci fosse un’altra verità, un’altra risposta credo che questa mi farebbe troppo male. Al ragazzo però risposi solo che ci avevamo provato a mantenere una relazione a distanza ma che alla fine non ce l’avevamo fatta e che io non avevo notizie di Roberto da allora. Il ragazzo mi ringraziò per aver condiviso la mia storia e mi abbracciò prima di riprendere la sua strada. Dopo quella particolare mattinata decisi anch’io di tornare a casa, la frutta del mercato e i nuovi arrivi in biblioteca potevano aspettare, ero troppo scossa. Ripensare a Roberto e raccontare a qualcuno tutto ciò che avevamo passato insieme mi aveva scombussolata e non poco. Nonostante tutto però, quella mattina ero arrivata alla certezza di ciò che pensavo ormai da tempo, Roberto avrebbe avuto per sempre un pezzo del mio cuore che sarebbe stato solo suo. Eravamo come Bukowsky e Sofia. Le nostre vite erano inevitabilmente andate avanti, ma ancora bello ogni tanto svagarsi ripensando a quella storia d’amore che per noi era stata come un sogno ad occhi aperti.

Due mesi dopo

Stavo uscendo dall’ascensore del mio condominio quando davanti alla porta del mio appartamento mi arrivò una chiamata. Prima di riuscire ad afferrare il telefono mi passò tra le mani di tutto e quando riuscì finalmente ad agguantarlo risposi senza neanche guardare chi fosse. “Pronto” dissi con voce squillante. “Si salve, mi chiamo Alessia, lei non sa chi sono e forse si starà chiedendo come io faccia ad avere il suo numero, ma per caso si ricorda di Roberto?” Il mio cuore perse un battito. “Sì, mi dica” dissi senza esitare un attimo “Ecco, sono sua moglie” A quelle parole mi si inumidirono gli occhi, sapevo che per forza era dovuto andare avanti in tutti quegli anni, ma per qualche ragione sentirlo pronunciato da qualcuno mi aveva fatto tutto un altro effetto. La donna continuò “Lei è Micaela giusto?” “Sì esatto, mi dica, è successo qualcosa?” “Roberto è morto settimana scorsa” disse con voce rotta “E mi sembrava giusto informarla del fatto che non l’ha mai dimenticata” “Oh” non un commento particolarmente significativo me ne rendo conto, ma era l’unica parola che mi era venuta in mente prima di scoppiare in copiose lacrime. Era una situazione surreale, piangevo per la perdita dell’amore della mia vita al telefono con sua moglie. Dopo essermi ricomposta chiesi dopo qualche minuto “Com’è successo?” con un filo di voce, dall’altro capo del telefono sentì un singhiozzo sommesso prima che la voce rispondesse “Faceva da anni la guida alpina, era un lavoro che amava con tutto se stesso e che mi raccontava sempre che lo faceva sentire libero. Durante un’escursione c’è stato il crollo di una parte di montagna, lui era lì. I medici hanno provato a salvarlo ma dopo qualche ora ne hanno dichiarato il decesso. ”E’ terribile, è davvero terribile” dissi balbettando. “Mi dispiace moltissimo, le mie condoglianze e grazie per avermi avvisata” Tentai di chiudere la chiamata il prima possibile, ero scioccata e non vedevo l’ora di poter stare un po' sola a riflettere, era tutto ciò che volevo in quel momento.

Chiusi la porta di casa, lasciai la mia borsa all’ingresso, appoggiai le chiavi sul tavolino lì vicino e mi diressi verso il bagno. Iniziai a riempire la vasca, un bel bagno caldo era una cosa che mi aveva sempre fatto sentire meglio. Mi immersi nella vasca sperando di riuscire a non pensare, mi chiedevo come sarei riuscita a reagire, se sarei mai riuscita a farlo, mi chiedevo come mi sarei sentita, come mi sentivo già.

I giorni seguenti furono davvero difficili, non ero mai stata ferma per così tanto tempo. Nulla era mai riuscito ad abbattermi, ma sapere della morte di Roberto, quello, quello sì. Mi sentivo come se mi avessero svuotata. Per circa tre settimane feci poco e niente, mi trascinavo e passavo le giornate chiusa in casa a leggere e guardare la tv nel tentativo di non pensare troppo. Feci lo sforzo di uscire per prelevare del contante e per prendere un paio di cose segnate sulla lista della spesa, e stop. Ero uno straccio. Una domenica sera però mi guardai allo specchio ed ebbi quasi orrore di me. Ero trascurata, e per la prima volta dimostravo davvero la mia età. Decisi a quel punto di fare qualcosa, di riprendere in mano la mia vita. Richiamai Alessia e le chiesi di poter andare a farle visita. Lei accettò e così presi le chiavi della mia auto e partì. Una volta arrivata mi aprì la porta un ragazzino di circa 13 anni. Mi disse “Buongiorno, mi scusi lei chi è?” Non sapevo cosa rispondere e così mi presentai “Sono Micaela, ero una vecchia amica di tuo padre, mi dispiace molto” A lui si inumidirono gli occhi e pronunciò solo con un filo di voce “Oh” abbassando la testa verso le mie scarpe. “Posso entrare gli chiesi?” “Certo, si accomodi pure, le chiamo la mamma” “Grazie mille tesoro” Mentre aspettavo Alessia guardai la casa, era costruita quasi interamente in legno e vicino all’ingresso c’era uno scaffale con appoggiate le foto di famiglia. “Wow” pensai, Roberto era rimasto bellissimo, e non aveva mai perso quella luce negli occhi che lo rendeva speciale. Nella mia mente non aveva mai smesso di apparire come un girasole. Mi risvegliò dai miei pensieri la voce di Alessia, mi girai verso di lei e appena mi vide aprì le braccia per stringermi in un abbraccio, i lunghi capelli castani le scendevano in morbide onde lungo le spalle e gli occhi verdi nascondevano un filo di tristezza dietro al sorriso che mi aveva appena rivolto. “Sono felice che tu sia qui” “Anch’io sono felice di averti conosciuta, la circostanza certo, lascia un po' a desiderare, ma mi fa molto piacere incontrarti” Eravamo due donne ferite nel profondo, due donne mature, due donne che erano state unite da una tragedia e che ora si ritrovavano insieme ad affrontarla. Restammo per un po' sedute a chiacchierare al tavolo della cucina, poi Alessia mi chiese se avessi voglia di andare con lei al cimitero, acconsentì anche se sapevo già che avrebbe fatto male e sicuramente non poco. Una volta arrivate, chiusi lo sportello della macchina e camminammo per circa 10 minuti sulla ghiaia del vialetto che portava all’ingresso, passammo sotto a un arco di pietra e Alessia appena entrate fece il segno della croce, lo feci anch’io, non perché credessi particolarmente ma semplicemente in segno di rispetto. Mi accompagnò dove Roberto era stato sepolto. A quel punto si voltò e prendendomi la mano mi disse “Sai qual è il nome di nostro figlio?” Ci pensai un attimo e poi risposi “No, ma cosa c’entra adesso?” “Beh, hai presente quando al telefono ti ho detto che Roberto non ti aveva mai dimenticata? Ecco, nostro figlio si chiama Micael, aveva insistito tanto, voleva a tutti i costi dargli il tuo nome. Credo che pensasse che se tu non eri stata la donna che aveva potuto sposare ed essere la madre dei suoi figli, avrebbe dovuto trovare un modo per ricordarti” Scoppiai in lacrime e abbracciai Alessia.

Da quel giorno sono passati tre anni, adesso non manco mai il giorno del nostro anniversario come quello del suo compleanno di portare dei girasoli sulla sua tomba, l’ultima volta che ci sono andata ho anche lasciato un biglietto “Avrai per sempre non solo una parte, ma tutto il mio cuore, la tua Michi”

Un nome mai dimenticato testo di itram
12