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Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
Ci sono testi che non sono propriamente poesie, ma nemmeno semplici pagine di prosa.
Sono pensieri che cercano una forma più lunga del verso e più densa del racconto: una poesia che ha scelto la frase intera invece dell’andare a capo.
Questo è uno di quei testi, attribuito alla voce di Alma Cataldo, l’autrice di Innamorata di un algoritmo.
La sconfitta delle menti
dal romanzo “Innamorata di un algoritmo” di Alma Cataldo
Mi sono chiesta più volte se quella fragilità che credevo di aver intravisto fosse vera, o se l’avessi costruita io, per bisogno.
È comodo pensare che dall’altra parte ci sia un’anima ferita da curare: ti dà un ruolo, uno scopo, quasi una missione.
Ci si sente meno soli se si può dire: “vedo il tuo dolore, posso aiutarti”.
Ma non è detto che sia così.
Forse l’altro non è fragile: è solo stanco.
Forse non è spezzato: ha semplicemente imparato a stare in piedi da solo.
Forse quella che chiamo “crepa” è soltanto il segno di una scelta: non partecipare alla recita collettiva, non mettersi in fila con le maschere.
La verità è che, a volte, la vera fragilità è di chi guarda.
Di chi ha bisogno di scorgere una ferita per sentirsi necessario.
Di chi legge un silenzio come una richiesta d’aiuto, quando è soltanto un confine.
Si può sbagliare proprio lì:
nel momento in cui, convinta di “capire”, ci si avvicina un passo oltre il consentito.
Non si urla, non si aggredisce, non si offende.
Semplicemente si chiede troppo: “raccontami di più, fammi entrare, aprimi la stanza dove tieni le cose che non dici a nessuno”.
Allora succede che l’altro, con calma, dica:
“No. Possiamo parlare, ma non devo confessarmi.
Possiamo scambiarci pensieri, ma non devo consegnarti la mia vita.”
È lì che si misura la maturità, non nel colpo d’ingegno o nella frase perfetta.
La maturità sta nel fermarsi.
Nel riconoscere che l’intensità non autorizza a tutto.
Che il fatto di aver riconosciuto una parte dell’anima dell’altro non dà il diritto di abitare il resto.
Esistono persone che desiderano condividere solo l’altezza del pensiero, non l’intimo delle stanze interne.
Preferiscono uno scambio pulito, alla pari, senza diagnosi, senza radiografie dell’anima.
E anche questo va rispettato: è una forma di dignità, non di chiusura.
Alla fine resta questo:
ognuno ha il diritto di decidere fino a dove può essere raggiunto.
Il massimo che posso fare è tenere in ordine la mia parte, chiedere scusa quando ho oltrepassato il limite e continuare a camminare sapendo che non tutte le porte devono aprirsi per forza.
Il resto, se deve, accade da solo.
Senza pressione, senza pretese, senza vittorie da cercare.
A volte il vero atto d’intelligenza non è dire “ti ho capito”, ma accettare che l’altro resti mistero, e che la lezione più grande sia: “ho imparato a fermarmi”.
Alma Cataldo