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Ho avuto un'estate che sapeva di polvere e ciliegie,
e un amore così giovane
che ancora oggi conosco a memoria
il rumore dei suoi passi.
Non l'ho mai dimenticata.
Ci sono nomi che il tempo scolora,
e poi ce n'è uno soltanto
che continua a respirare nel silenzio.
Ho avuto amici.
Ridevamo come se il mondo
non avesse abbastanza anni
per insegnarci la paura.
Poi il tempo ci ha dispersi:
chi lontano, chi perduto,
chi rimasto soltanto
in una fotografia ingiallita.
Ho avuto figli.
Le loro mani piccole nelle mie
erano una promessa
che nessuno mi aveva mai fatto.
Li ho visti cadere, rialzarsi, sorridere,
e ho imparato che un padre
invecchia due volte:
una nello specchio,
l'altra negli occhi dei propri figli.
Ho avuto albe
che sembravano ricominciare il mondo,
e tramonti così belli
da costringermi a tacere.
Ho contato più sconfitte che vittorie.
Le prime mi hanno scavato dentro,
le seconde sono durate il tempo
di un respiro.
Eppure erano mie.
Come mie erano le strade,
le piogge improvvise,
il mare d'inverno,
il profumo del pane,
le notti in cui bastava una voce
per sentirmi meno solo.
Ora sono stanco.
Non arrabbiato.
Non deluso.
Stanco.
Come una casa
che ha tenuto accesa la luce
per troppo tempo.
Vorrei soltanto riposare
da questo peso che nessuno vede,
da questa fatica
che ogni mattina indossa il mio nome.
Ma mentre faccio l'inventario
di tutto ciò che è stato,
mi accorgo che ogni ricordo
continua ostinatamente
a chiedermi un altro giorno.
Forse è questo il destino della memoria:
ricordarci, anche quando non ne abbiamo più la forza,
che siamo stati amati,
che abbiamo amato,
e che perfino la notte più lunga
conosce il nome dell'alba.