Leggenda di un amore

scritto da Nulla
Scritto 14 anni fa • Pubblicato 14 anni fa • Revisionato 9 anni fa
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Ristrutturato con Marina
- Nota dell'autore Nulla

Testo: Leggenda di un amore
di Nulla

"Questo catorcio! Mi è costato quasi un centone e fa fatica a toccare i 230!"

"Ma non li stai facendo?" Fece notare al guidatore il ragazzo seduto sul sedile posteriore. Il giovane al volante sbuffò prima di dire: "Si, ma hai visto? Da zero a duecento in meno di dieci, ma poi ce ne avrà messi almeno una ventina per arrivare a due e trenta!!"
"Cambiala!" Rispose laconico l'altro. Per diversi istanti non ci fu replica, poi con tono malinconico:
"Non conosci mio padre; secondo lui bisogna tenere almeno un anno qualunque catorcio."
"Allora rassegnati: te la devi tenere altri undici mesi e mezzo!" Stavolta la risposta fu pronta e decisa:
"Fossi matto! Mio padre mi da un milione l'anno, anche se non me la compera lui, con qualche sacrificio, aggiungi l'usato e magari un paio di deca da mia madre, e mi compro una macchina degna di questo nome." Non ci furono repliche. Le due ragazze al fianco dei due giovani non erano mai entrate nella discussione; quella dietro si era limitata ad una risatina finto divertita ogni volta che avevano parlato, mentre la giovane al fianco del guidatore, una bella ragazza dai capelli biondo-miele, occhi verdi, un viso dolcissimo su un corpo armonioso, pareva persa nei suoi pensieri. Forse era stato un errore accettare la corte di Jack: si, certo, era un bel giovane, e ricchissimo, ma appunto, troppo ricco. Si era ritrovata in un mondo che non era il suo, un mondo apparentemente accogliente e cortese, ma in realtà freddo, patinato, superbo. Giunsero alla meta: un ristorante esclusivo posto a margine di un campo da Golf; poco discoste stavano le rovine del castello di Landemberg, che un tempo era stata la dimora della grande casata di cui il suo fidanzato era il più giovane rampollo.
Arrivò pochi minuti dopo di loro; un giovane, figlio di un industriale, con una potente moto nuova fiammante che attirò subito l'attenzione di Jack che chiese immediatamente all'amico di poterla provare. Questi acconsentì orgoglioso. Dopo averle fatto un poco convinto cenno di salire sul sedile posteriore, al suo diniego Jack avviò il potente mezzo partendo velocissimo. Come attirata da una strana suggestione, la ragazza si avviò verso le rovine del castello. Neppure rispose all'invito dell'altra ragazza che la invitava ad andare con loro; non capì dove, ma aveva sentito fin troppo bene che prima di chiamarla aveva chiesto: -Chiamo anche Cenerentola?-
Del castello era rimasto ben poco: alte mura di pietra, erba dove prima c'era il pavimento, resti di alcuni antichi stanzoni di cui restavano solo le pareti. La strana suggestione continuava a pervaderla, come se quelle pietre nascondessero un qualcosa che non comprendeva se benevolo o malefico. Ad un certo punto sobbalzò lanciando un urlo. Una voce cordiale, in inglese scolastico la tranquillizzò:
"Non si spaventi signorina, non sono il fantasma del maniero, sono solo un visitatore come lei." Sorrise Tranquillizzata, rispose al sorriso del bel giovane alto e moro che la guardava sorridente. Normalmente non si metteva a discorrere con degli sconosciuti, specialmente in luoghi isolati, ma quel volto solare aveva un certo nonsoche che la attraeva: "Lei è straniero: come mai è venuto a visitare questo antico maniero?"
"Sono italiano, e non rida di me se le dico che sono venuto attratto da un’ antica leggenda …" Invece di ridere, lei si mostrò molto interessata e chiese di cosa si trattasse. Il giovane non si fece pregare e la affascinò con il racconto di una bella e triste storia di una fanciulla di modeste condizioni che, attratta dal titolo nobiliare, aveva accettato la corte di un ricchissimo rampollo della casata dei Landemberg, ma poi si era incredibilmente innamorata di un giovane italiano che aveva conosciuto un giorno in cui era stata invitata nel castello. A quel punto il ricco fidanzato aveva reagito rapendola. Il giovane innamorato aveva cercato di liberarla, restando però ucciso dal suo nobile rivale che lo attendeva in agguato. A quel punto la fanciulla si era lasciata morire di fame.
Il giovane, fingendo di non accorgersi delle lacrime che facevano brillare gli occhi della sua bella ascoltatrice, terminò raccontando un ultimo particolare: "Si narra che il giovane innamorato, prima di morire abbia detto che sarebbe ripassato dopo cinquecento anni a riprenderla."
Con un sorriso amaro la ragazza rispose:
"Come in ogni storia triste, chi l'ha tramandata ha voluto addolcirne la drammaticità."
Il giovane esitò un attimo prima di rispondere, poi con voce velatamente incerta, parlò:
"Si, questo è quello che ho sempre pensato anch’ io, ed anche il fatto di chiamarmi Ettore Aliprandi come lo sfortunato protagonista della vicenda, lo ritenevo una pura coincidenza, o al più segno di discendenza della stessa casata. Ma poi, alcune settimane fa, ho trovato una versione più completa della leggenda, ed ho scoperto che quel giovane era morto il giorno del suo venticinquesimo compleanno, il 29 Luglio. Pertanto io sono nato lo stesso giorno. Esattamente cinquecento anni dopo."
La ragazza esitò alcuni istanti, quindi, un po’ turbata chiese: "Ma cosa spera di scoprire fra questi ruderi? Ci sono solo alcune mura di pietra con l'erba che cresce sul pavimento."
Il giovane arrossì, esitò, poi con voce incerta: “Sono qui perché oggi è il 25 Luglio, il giorno in cui...- si fermò, esitò, poi improvvisamente il timbro di voce cambiò - Signorina, perdoni l'ardire, e io la scuserò se si metterà a ridere. Ma mi dica … per caso, lei si chiama Arianna Blesson?"
Per alcuni istanti, ipotesi rutilanti le si sovrapposero nel cervello: una prova di fedeltà da parte del suo fidanzato? Uno scherzo? Difficilissimo, né lui né i suoi amici sapevano che, pur avendola poi chiamata col secondo nome Elizabeth, come primo nome i suoi genitori le avevano posto Arianna. Anzi: impossibile, nessuno poteva immaginare che si sarebbe inoltrata fra quelle rovine. Poi la testa smise di ragionare, il cuore cominciò a battere. Si ritrovò fra braccia forti ed affettuose a cercare labbra che le pareva di aver atteso da sempre, ad ascoltare un cuore che batteva forte come il suo.
Durò solo pochi minuti, forse istanti, poi il giovane sciolse l'abbraccio: "Non riesco a capire quale misteriosa forza abbia fatto succedere questo, ma è chiaro che un pericolo incombe su di noi. Dobbiamo evitare ogni rischio, non possiamo sapere come il tuo fidanzato reagirebbe se ci scoprisse." E detto ciò, le consigliò di ritornare subito al ristorante facendo finta di niente. Si sarebbero poi incontrati in un posto che concordarono, per accordarsi sulle precauzioni da prendere.

Jack non si era molto curato della sua assenza, pertanto le era bastato dirgli che non stava troppo bene per giustificare la stranezza che non riusciva a nascondere.
La sera si incontrò con Ettore in un modesto localino. Fingendosi vecchi amici, si erano appartati in un angolino. Cominciò a parlare lui, con tono rassicurante: “Non possiamo sapere quali pericoli ci abbia riservato il destino in questa seconda chance che ci offre. Però abbiamo un grandissimo vantaggio su Jack: noi conosciamo la leggenda, lui no. Basterà che tu faccia finta di nulla fino alla notte fra il 29 e il 30. In sostanza, basterà aspettare quattro giorni e avremo superato la data in cui lui potrebbe farci del male."
Alla sua obiezione che non se la sentiva di rincontrarsi con Jack, le aveva suggerito che poteva fingersi ammalata, per il resto bastava non far niente che potesse scatenare la gelosia. Lui avrebbe sorvegliato con discrezione la sua casa e squilli di telefono sarebbero stati la conferma che tutto andava bene. Si lasciarono senza alcun cenno affettuoso; qualcuno poteva sorvegliarli.
I giorni successivi passarono lentissimi, ma senza alcun inconveniente. Tutto pareva facile, forse fin troppo facile. Infatti, il 29 mattina, Ettore fu svegliato da una telefonata. Una voce sconosciuta gli disse:“Mi dispiace doverti dire che oggi non ti arriveranno squilli di telefono, e che se andrai a casa sua troverai sua madre disperata perché è sparita."
"Chi sei!? Cosa vuoi!?"
"Non sei nella condizione di usare certi toni di voce. Fatti trovare fra mezz'ora in fondo al parco di... e ti dirò cosa voglio. Inutile aggiungere che se ti frullasse per la testa l'idea di avvisare la polizia..." La comunicazione venne interrotta.
Si recò immediatamente nel luogo indicato e con una certa meraviglia vide Jack Landemberg seduto su una panchina in fondo. Non aveva dubitato ci fosse lui dietro la faccenda, ma non si aspettava si esponesse in prima persona. Appena lo vide, questi si alzò, e con fare almeno apparentemente cortese, lo salutò e subito esordì: "Per prima cosa penso debba soddisfare alcune curiosità che ritengo legittime: anche se è poco conosciuta, lei non è certo il solo a conoscere l'antica leggenda, anzi, come discendente della famiglia Landemberg, sarebbe stato strano che io la ignorassi." Ettore non rispose, sicché l'altro proseguì:
“Il fatto di chiamarmi Jack come il protagonista della vicenda, non mi aveva per niente colpito, e neppure mi ero accorto di essere nato il suo stesso giorno. Finché ho conosciuto Elizabeth. Penso mi comprenderà; pur avendo avuto quello che chiamano "colpo di fulmine" mi sono premunito ed ho preso delle informazioni. Sa, nella mia situazione c'è sempre il rischio che un’ avventuriera, o una escort, finga di incontrarmi per caso indossando i panni di una verginella e... Comunque scoprii qualcosa che non stavo cercando: la ragazza che per tutti era Elizabeth, in realtà si chiamava Arianna: Arianna Blesson, come la protagonista della leggenda. Pertanto inutile dirle che il 25 le rovine del castello erano sorvegliate, ciò che vi siete detti registrato. Non ho potuto farlo in quel locale, ma mi è stato facile intuire che avevate deciso di fare i furbi, di far passare senza danni la notte del 29."
"E adesso cosa intendi fare!?" lo interruppe bruscamente Ettore.
"Semplice: prendermi la rivincita."
"Ma tutto questo è assurdo: Arianna ha già fatto capire chi ama. Si, potresti ucciderla, potresti farmi uccidere, ma perderesti in ogni caso."

Per un istante, parve che l'altro esitasse, poi con voce pacata, quasi rassegnata, chiese: "Mi sta invitando a ritirarmi in buon ordine?" Alla risposa affermativa, con ben altro tono aggiunse: "Neppure per sogno: Anche se la leggenda non lo dice, anche Jack fu ferito, e morì circa un anno dopo in seguito a improvvise complicazioni, perciò ho anch'io una vendetta da prendermi. Ma, soprattutto, vorrei vincere: la sfido, venga stanotte a mezzanotte alle vecchie rovine. In giornata le sarà recapitato un grosso spadone. L'aspetterò e ci affronteremo."
"Tutto questo è assurdo, renditene conto: anche se vinci, l'unico risultato che otterrai sarà quello di spezzare il cuore a una fanciulla."

Se per un istante aveva sperato di convincerlo, fu subito deluso: "Se questo sarà il prezzo da pagare, lo pagherò. Ma le confesso che spero che le cose vadano diversamente: potrebbe darsi che lei non abbia il coraggio di presentarsi, o che scappi come un vigliacco. Potrebbe darsi che Arianna scopra di essersi sbagliata su chi fra noi due è migliore."

Ettore cambiò tono: "Devi essere pazzo: forse non ti rendi conto che non siamo più nel 1500, mi basterebbe andare dalla polizia e..."

Una sarcastica risata lo interruppe: “ E cosa racconterai? Di essere ritornato a riprenderti l'amata dopo cinquecento anni, e che il cattivone vuole impedirtelo? Hai solo due alternative: venire alle rovine stanotte, e se vinci riavrai Arianna, oppure affrontare le ignote conseguenze che ci saranno."

Lontani, rintocchi battevano la mezzanotte mentre Ettore camminava verso le antiche rovine. Apparentemente erano deserte: si avvicinò circospetto serrando stretto il pesante spadone, domandandosi come avrebbe fatto a maneggiarlo. Improvvisa, una voce beffarda risuonò circa dieci metri alle sue spalle:
"Sei proprio un eterno perdente: ti ho detto che ti avrei affrontato, ma non che lo avrei fatto con una spada, infatti, preferisco affidarmi ad una rivoltella.”
La sorpresa di Ettore durò solo un istante. Maledì la sua ingenuità: si era illuso che Jack fosse solo un giovane un po' esaltato che si era eccessivamente calato nella parte. Più che a duellare con quello spadone troppo pesante, si era preparato ad un duello verbale col quale si era illuso di poter convincere l'interlocutore circa l'assurdità, nel duemila, di rapire una ragazza e affrontare con le armi il suo innamorato, come si fosse ancora nel 1500. Solo adesso capiva che chi gli stava di fronte era il Male, un Male che aveva attraversato i secoli per frangere ancora una volta il suo sogno d'amore.
Calde lacrime gli rigarono le gote. No, non era perché si era reso conto che quelli erano gli ultimi suoi istanti di vita, che se anche si fosse buttato avanti con tutte le sue energie non sarebbe mai riuscito ad arrivare vivo ad una distanza da poter colpire l'avversario con la spada.
A rigargli il volto di lacrime era il pensiero che subito era corso a quella giovane donna che aveva solo sfiorato, ma che di infinito amore aveva amato. Gli parve di vedere il suo volto piangente, di percepire il suo dolore quando Jack trionfante sarebbe andato a comunicarle che lui era morto.

La voce di Jack gli stava dicendo che era ancora in tempo a buttare la spada e scappare. Sapeva che era solo un modo per sparargli alle spalle, per poter dare ad Arianna anche il dolore che il suo innamorato era solo vigliacco. Ma se anche si fosse illuso che gli avrebbe lasciato scampo, non sarebbe fuggito.
Con un impeto di rabbia e disperato amore, si gettò in avanti: voleva che almeno in questa seconda occasione Arianna non restasse prigioniera, che con lui morisse anche il suo aguzzino.
Rumore di spari, fitte nella carne, ma come se improvviso avesse avuto il dono dell'immortalità, andava avanti senza cedere. Dieci metri, ormai vedeva gli occhi di Jack iniettati di sangue e terrore. Altre fitte nella carne, altri dieci metri: alzò la spada e con tutte le forze calò il fendente. La spada sibilò nel vuoto, il contraccolpo lo fece cadere. Per alcuni istanti si aspettò un colpo di grazia, poi si accorse che tutto attorno a lui era silenzio. Jack era come svanito nel nulla, il dolore delle ferite pian piano stava sparendo. Si guardò, non aveva nessuna ferita, e non indossava più i suoi abiti, ma un costume medioevale. Si guardò attorno, al posto delle rovine c'era un potente maniero.
Chissà come, conosceva il passaggio segreto per penetrarlo: si inoltrò in una stretta e buia galleria, sbucò in un tetro corridoio; sapeva che le segrete dove era prigioniera Arianna erano in fondo. Andò avanti senza domandarsi cosa stesse succedendo, l'unica cosa che gli importava era raggiungerla e liberarla. Spinse la porta e, nella tremolante luce delle torce, la vide incatenata e imbavagliata. Sapeva che Jack era nascosto con un pugnale dietro la porta, perciò non sarebbe corso avanti verso di lei: si girò di scatto, puntò la spada sul petto di Jack che si era mosso per pugnalarlo alle spalle. Esitò un istante, gli ripugnava uccidere un uomo a sangue freddo. Jack ne approfittò: con un balzo raggiunse la parete e vi staccò una pesante spada. I rumori delle lame che duellavano ruppero il cupo silenzio del maniero, poi un preciso fendente trapassò il petto di Jack. Bisognava far presto, di sicuro il rumore del duello aveva allertato le guardie e svegliato gli armigeri. Due mirati fendenti spezzarono le catene. Si misero a correre tenendosi per mano. Stranamente nessuno si parò loro innanzi, così raggiunsero la stretta imboccatura del passaggio segreto. Alle loro spalle voci e grida d'allarme.
L'affannoso percorso parve loro eterno; il cuore in gola, gli uomini del castello potevano arrivare allo sbocco del cunicolo prima di loro.
Finalmente la luce della luna, e il silenzio. Del castello rimanevano solo vecchie rovine. Una trentina di metri più avanti videro un corpo a terra; lo raggiunsero, era Jack, non era vestito come quando aveva affrontato Ettore con la rivoltella, indossava il vestito che aveva durante il duello nei sotterranei, la ferita era nello stesso punto, accanto a lui nessuna rivoltella, ma solo un grosso spadone.
Si allontanarono, mentre dal vicino ristorante si avvicinavano curiosi attratti da strani rumori.

La polizia non riuscì mai a capire perché il giovane rampollo della casata del Landemberg si fosse messo un costume medioevale per affrontare nella notte un misterioso avversario a duello. Né mai riuscì a capire chi aveva affrontato ed ucciso l'ultimo esponente di quella dinastia.

Erano trascorsi alcuni giorni, una strana curiosità li aveva spinti a rileggere il racconto dell'antica leggenda. Ettore sapeva che il libro era quello che aveva letto tante volte, la prima parte era identica, ma il finale cambiava: i due erano riusciti a fuggire. Jack li aveva inseguiti, ma era misteriosamente sparito, ed il suo corpo mai più ritrovato.
Chiusero il libro, mentre labbra sensuali si avvicinavano teneramente amorose.
Leggenda di un amore testo di Nulla
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