Da: L'ARCANGELO CADUTO

scritto da alberto barletta
Scritto 11 anni fa • Pubblicato 11 anni fa • Revisionato 11 anni fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di alberto barletta
al
Autore del testo alberto barletta
Immagine di alberto barletta
al
gnere autobiografico
- Nota dell'autore alberto barletta

Testo: Da: L'ARCANGELO CADUTO
di alberto barletta

E i fumi dell'ebbrezza annebbiano la mente placando il cuore che più non ode
il richiamo struggente della distruzione.
E la notte è intramontabile per chi come il poeta è costrettto a vegliare
al capezzale della luna che rischiara il cielo oblioso delle tenebre
che cercano di stritolare la luce lunare dei primordi.

E le pillole del suicidio scivolano sotto la lingua in attesa
di sciogliere le catene della vita.
E l'ambrosia dell'inferno inebria la mia mente
che perde il ritmo lento e muto della normalità.
E quando le pasticche dell'omissione liberano
il cuore dalla prigionia del dolore.
E ripensi all'ansia dei derelittti
e all'ngoscia del mistero che ti avvolge,
allora puoi scorgere l'essenza travolgente
che ti avvolge come l'abbraccio paterno
dell'Uno che trasmuta nella sua permanente
identità.

E l'insonnia ti schiaffeggia con la mano del silenzio
che s'empie di grida disperate.
Perchè la vita soffoca le ore trascorse nell'assenza
di una parola non detta, dal discorso interrotto
dal pianto dell'escluso.

E allora vedrete il mio collo squarciato dal pugnale del delitto.
E i miei occhi offesi dal pianto del moribondo, e il mio petto
esposto al colpo letale del nemico E sentierete echeggiare
nell'oscurità i colpi impavidi dei tamburi tribali del guerriero.

E la notte mi appartiene come il verso del leone che domina
l'oscurità con i suoi ruggiti orrendi.
E l'esisetnza mortale del mortale sfregia le carni del dubbio con la frusta
della verità.

Presto libererò la vela al vento del destino, e lascerò il timone
al volere di qualche dio antico.
E le notti trascorrerò nell'ebbrezza sensuale del vino
e nell'unione clandestina con una dea che genererà
un guerriero impavido e immortale.

Perchè la mia magia cabalista può mutare il corso degli eventi,
e l'astrologia ebraica indicarmi la strada verso l'onnisicneza
della scienza divina.
E il nemico non potrà scalfire l'armatura fabbricata
dal fabbro zoppo che intrappolò il guerriero tracio.
E la spada forgiata nella fucina alchemica dell'Eliso
troncherà di netto molte teste causando molti pianti.

Perdona o lettore questi sogni poetici: è la verità che deve essere cantata,
ed io il canto vero, anche a costo della vita:
Un altro sorso di veleno, e incomincia il viaggio:

A lungo ho vegliato al capezzale delle ore che muoiono e rinascono
sotto i miei occhi sbalorditi dal ruminare del Tempo.
A lungo ho rimirato gli occhi mostruosi de nulla che tutto
vuole divorare.
A lungo ho visto il mostro che in me s'ascionde
terrificare l'innocenza del fanciullo coi latrati orrendi
del cane subito ammansito dall'eroe.
Ho visto la violenza negli occhi: ha il fuoco distruttore
della guerra.
E l'aurora apre il varco al carro apollineo con le dita rosee
che rendono mite il firmamento.
Perché la verità nasconde il suo segreto nell'enigma
affascinanten delle fole trucidate dal colpo barnbarico
del milite addestrato dagli dei per l'impresa ardua
di cimare l'illusionje e far nascere dal sangue sparso
su la nuda terrra il fiore immarcescibile della realtà
sbocciata sotto le parole misteriche pronunciate
dall'eroe.
E non posso più sorbire il nettare fatato
dal seno di Cibele.
E non riesco a scorgere il volto visionario
del radioso fra le tenebre inestricabili
del male.
Ma comunque intuisco la dolcezza del suo sguardo
semplicemente mirando le ferite impresse dal peccato
sul suo corpo martoriato dall'amore divino del maestro.

E sul mio braccio la Morte evidenzia lo sfregio
del drogato.
Mentre Ein Sof cerca di distogliere il cuore
dal dolore immortale dell'eletto.

E vado avanti come il fiore che prima o poi dovrà appassire.
Vado avanti stringendo nelle mani la lettera che il Padre compilò
quando fui costretto a discendere gli eoni.

Ma innanzi a tanto male si resta sbigottiti::
E la mia bocca è stanza di gridare e gli occhhi
di versare lacrime in segreto.
E mi par di disperare, e mi sovvien la stagione onnipossente
della bella gioventù: quando ero invincibile come l'eroe greco
che legò al suo carro il copro esanime del suo nemico
dopo lo scontro sanguinario.

Ora tutto è morto per me, solo s'ode il richiamo straziante del fiore morente che non ha nome.
E Sakla continua a terrorizzare il fanciullo che bene si nasconde nelle pieghe del mio animo
già tanto afflitto dai mali della vita.
E gli Dei della mente cercano con ogni mezzo di prevalere sul poeta
Ma nella contesa in cui son precipitato s'erge vittoriosa la favola più bella:
AMORE!!!
Che si dice nato dall'Uovo primordiale o che appartiene alla stirpe
genitoriale della creazione.

Ed esco dalla tana, elemosinando un po' d'amore dai passanti
che mi guardano sospettosi come se fossi un mostro e ripagano
la mia fiducia con le risa convulse degli invasati.
Mentre io cerco solo una mano, solo un cenno amico che possa
asciugare il pianto che mi sale in gola impedendomi di respirare.

Ma quella mano mi giunge da lontano, e porta nel palmo la perla preziosa
purificata dai secoli di impudicizia che ne hanno deteriorato lo splendore
e la saggezza dell'oggetto amato.

Ma ritorno a parlare di me:
E l'agitazione carpisce il cuore che ridiventa
vittima del suo dolore che diventa incommensurabile.
Che strappa a brani le mie ncarni offerte sull'altaresu cui si compie il sacrificio
rituale per entrare in contatto con le divinità attraverso il dono della vita.

E butto giù le pasticche soporifere della quiete con un po' di liquore:
Per meglio consumare le membra fra i denti della verità.
E intanto brucio: in fiamme l'io e la sua visione dannata della vita.
In fiamme l'esistenza esiliata del reietto: in fiamme il rito che mi porta
a comporrre versi. Vorrei, dico, vorrei, un solo istante, poter posare
il capo fra le braccia della Madre, per meglio consumare questo corpo
che ormai sa solo di dover bruciare.
E si vive soltanto per il prossimo buco o per la prossima pasticca.
Mentre l'ansia lacera il mio cuore fatto a brani e dato in pasto
ai demoni.
E giro nel girone dei malati di mente:
Vedo esseri senza più controllo alcuno
della mente addormentati dai farmaci iniettati
per via sottocutanea: Entumin o Ansiolin o Tavor:
Non importa, tutto, purchè il paziente si calmi e dorma il sonno
annichilente del reietto.

E ancora sento il peso dell'ali sulla schiena, anche se al posto
del fruscio angelico ora ardono le cicatrici della rivolta.
Ancora un poco resterò fra voi, poi finalmente libero come
la foglia carezzata dal vento di una primavera magica
andrò camminando pei sentieri della gnosi: serbando
nel cuore il dolore del trapasso che finalmente è trasmutato
nella gioia del paradiso.
Ancora un poco: e poi vedrete l'essenza radiosa che mi anima
svanire fra la luce edenica dell'aldilà.
Da: L'ARCANGELO CADUTO testo di alberto barletta
0