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L'anziana signora trascinò i pochi passi che le mancavano per arrivare fino alla panchina del parco e poi si sedette, felice di riprendere fiato e riposarsi per un momento. Il sole autunnale era caldo, ma l'aria fresca non le fece rimpiangere di aver deciso di indossare un cappotto. Posò ordinatamente la borsa sulle ginocchia.
"Buongiorno", disse un signore con i capelli argentati all'altra estremità della panchina. "Bella giornata, vero?"
Elaine sorrise. "Sì, lo è. Fredda, ma deliziosa."
L'uomo ripiegò il giornale e ricambiò il sorriso. "Io sono Henry."
"Ciao Henry, io sono Elaine." Si sistemò la sciarpa, le sue dita nodose lottavano per il freddo.
Rimasero seduti per qualche istante in silenzio, guardando la città. "Ho sempre amato questa vista."
"Scusa?"
"La vista", ripeté Henry. "Vengo qui da quando ero bambino. Mi piaceva guardare i treni."
Elaine guardò nella direzione indicata da Henry, giù per la collina, verso la città.
"Mi piacevano i treni a vapore. Capisci?" aggiunse.
"Sì, certo. Ma purtroppo oggi non ci sono più treni a vapore. Allora era diverso."
Henry annuì. "Eccome se lo era. Li usavo per viaggiare per tutto il paese. Per metà del tempo, i miei non avevano nemmeno idea di dove fossi. Non come adesso." Fece una pausa. "Tu hai figli?"
"Sì, due. E dei nipoti, ora."
"Allora sei fortunata... e come si chiamano?" Henry si voltò a guardare Elaine, il suo viso segnato dal tempo, la lunga treccia bianca che le ricadeva sulla spalla.
"Timothy è il più grande. Ora ha due piccolini suoi", disse Elaine, orgogliosa. "Beh, non sono più così piccoli adesso. Sono cresciuti e se ne sono andati anche loro. Non riesco a vederli quanto vorrei, purtroppo."
"Mi è sempre piaciuto il nome Timothy."
Elaine sorrise. "E poi c'è Sue. Si è sposata finalmente, l'anno scorso. Ha quasi sessant'anni! Alla fine ha fatto il grande passo."
"Beh, ma è fantastico!"
"Lo è. E’ ancora bellissima."
Henry si appoggiò allo schienale. "Ho sempre desiderato dei figli."
Trascorsero altri momenti di assoluto silenzio.
Elaine si voltò a guardarlo. "Puoi leggere il tuo giornale, Henry. Non mi disturba."
"No, no. Va bene. Non mi capita spesso la possibilità di chiacchierare. Soprattutto con una bella donna" disse, con una strizzatina d’occhio.
Elaine ridacchiò. "Incantatore. Scommetto che hai spezzato più di un cuore."
"Non lo so, davvero."
"Allora, sei cresciuto qui?"
"Sì", rispose Henry. "Abbastanza vicino. E sono anche andato a scuola qui. Boulder... Boulder qualcosa." Scosse la testa. "Non ricordo."
"L'età ci fa questo effetto, non è vero?" chiese Elaine, dolcemente.
Henry scrollò le spalle. "Immagino di sì." Sospirò. "Ci porta via le cose più preziose. I nostri corpi, le nostre menti, i nostri ricordi."
Ritornò il silenzio, mentre entrambi osservavano la città che si estendeva davanti a loro, persi nei loro pensieri.
"Posso chiederti una cosa, Henry?"
Lui si voltò di nuovo a guardarla. "Certamente!"
"Ti sei mai sposato?"
Henry scosse la testa. "No, non mi sono mai sposato. C'era una ragazza che conoscevo, una volta… ma ho dimenticato il suo nome. Tu invece sì?"
"Sì. Sono stata abbastanza fortunata da sposare il mio migliore amico. L'amore della mia vita."
"Beh, è meraviglioso!"
“Sì, è stato meraviglioso. Ma ora l'ho... perso. Ed è una solitudine terribile. Terribile.” Elaine abbassò lo sguardo sulle sue mani.
Henry si sporse e le prese la mano, teneramente. "Mi dispiace molto per la tua perdita. Quanto tempo fa?"
"Circa cinque anni fa. Da allora niente è stato più lo stesso." Le lacrime riempirono i suoi luminosi occhi azzurri, rendendoli opachi: l'età e il dolore avevano sbiadito la loro bellezza.
Henry aggrottò la fronte. "È un vero peccato. Hai qualcuno vicino?"
Elaine scosse la testa. "Hanno le loro vite. Timothy è a Portland, Sue a Boston. Il fatto è che mi sembra di non fare altro che cancellare nomi dalla mia rubrica." Fece una pausa. "Tutti i miei amici... se ne sono andati."
Henry infilò la mano in tasca per prendere un fazzoletto, e glielo porse. "Tieni. Tranquilla, va tutto bene."
Elaine riuscì a fare un piccolo sorriso. "Grazie." Si asciugò gli occhi. "È stupido. Devi pensare che sono una vecchia sciocca, seduta a piangere su questa panchina."
"Non lo penso affatto."
"Beh, è così che mi sento. Dovrei essere contenta di quello che ho. Sono ancora qui, e i miei figli sono felici e sani. Avevi ragione, sono stata fortunata."
Henry sembrava perplesso. "Su cosa?"
"Un minuto fa, mi hai detto che ero stata fortunata. Per aver avuto i miei figli."
"Oh, è vero." Scosse la testa. "Più invecchio, più divento smemorato."
Elaine cercò di restituirgli il fazzoletto, ma Henry si rifiutò. "Tienilo, ne ho in abbondanza."
"Va bene, grazie." Aprì la borsa e ci infilò dentro il fazzoletto. La richiuse di scatto. "La vita è strana, Henry, non credi?"
Lui inclinò la testa, senza capire. "In che senso?"
"Non riesco proprio... a credere di essere qui. Alla fine della mia vita. E come ci sono arrivata?"
Lui non rispose.
"Io non mi sento diversa da come mi sentivo dieci anni fa. Vent'anni fa, persino. Eppure ora, quando mi guardo allo specchio, vedo una vecchia che mi osserva." Sospirò. "Mi sembra tutto così... inutile."
Henry si schiarì la gola. "Non so come aiutarti in questo, temo", disse un po' a disagio.
"Lo so, Henry. Non mi aspetto risposte. Volevo solo dirlo ad alta voce."
Calò di nuovo il silenzio.
"Prendevo molti treni, sai. In giro per tutto il paese."
"Sì, me l'hai detto."
Henry rise. "Davvero?"
Elaine sorrise, indulgente. "Sì. E che i tuoi genitori non lo sapevano."
"Già. Non era come oggi."
"No, Henry. Non è affatto come oggi."
Lui si voltò a guardarla. "Sai, mi sembri un volto familiare. Ci siamo già incontrati?"
Elaine sospirò. "Sì. Ci siamo incontrati."
Henry aggrottò la fronte.
"Ma adesso è ora di tornare a casa. Questo freddo mi sta arrivando dritto alle ossa."
Henry continuò a fissare nel vuoto.
"Dai, ho una pentola in forno. E poi è il momento della corsetta. A te piace correre." Si alzò, e gli tese la mano. Sorrise, incoraggiante. "Dai, Henry. È ora di tornare a casa."
Lui si alzò, ancora accigliato. "Casa?"
"Sì, tesoro. A casa. E possiamo chiamare Tim più tardi e vederlo sullo schermo. Ricordi?"
Henry annuì, alzandosi a fatica.
"E non dimenticare il tuo giornale."
Lentamente, i due anziani si allontanarono dalla panchina del parco dove si erano seduti ogni domenica mattina per gli ultimi cinquant'anni, mano nella mano, per tornare alla casa dove avevano cresciuto i loro figli.
E che ora è vuota, pensò Elaine, mentre accompagnava il marito attraverso il parco.
Completamente vuota.