Nel suo paesino arroccato in montagna,
ridente rifugio di gente perbene,
nei bar, nelle piazze e nei mercati
tutti parlavano dei suoi primati…
Ben presto Giovanni detto “il Freddo”,
amante dei soldi e del loro profumo,
scommettitore incallito ed ardito
si laureò senza muovere un dito:
si laureò come unico erede
al ruolo di capo di una grande impresa,
alla morte del padre il testamento
non destò proprio nessuna sorpresa.
Andava quindi al figlio studente
l’azienda del padre e la sua conduzione,
nessuna menzione per l’ignota madre,
una delle tante di don Pantalone…
Ci fu solo uno che ebbe a ridire,
un fratello più grande emigrato in Brasile,
ma erano anni che non si vedeva
e che non si faceva nemmeno sentire.
E così fu che un ventenne rampante
alle prese con gli oneri universitari
si ritrovò a gestire da solo
uomini, impianti e capitali.
Ma la passione per l’economia
ed il raziocinio del “Freddo” Giovanni,
con la consulenza di qualche perito
lo fecer partire a passo spedito.
Forse nessuno a quel tempo
avrebbe scommesso un soldo bucato
su di un ragazzo senza famiglia,
un poco timido e beneducato.
Alle scommesse da cento carte
ed alla teoria appresa fra i banchi
si sostituivano soldi pesanti
ed un’azienda da tirare avanti…
E, dopo gli anni di apprendistato,
fra pochi rischi e tante certezze,
Giovanni decise di cambiar rotta:
non fu che la prima delle sue prodezze.
Voleva mettere la sua impronta
giocando duro, giocando d’azzardo,
sulle finanze e sulla struttura
di quell’ azienda già forte e sicura.
Così iniziò, signore e signori,
l’ascesa del giovane beneducato;
il dono del padre fu un sogno severo,
lui lo raccolse creando un impero…
E, dopo vent’ anni di investimenti
con Giovannino al capezzale,
nacque la “Riva & Associati”,
nuovo colosso nazionale.
Così Giovanni da Monte Rosa
divenne famoso in tutto il Paese:
giacche, cravatte e cene eleganti,
una vita di lusso da vero borghese.
E, da uomo assai risoluto,
con un gran fiuto per i buoni affari,
sapeva anche trattare le gente
nel modo che gli era più conveniente.
Ricchi banchetti e ricevimenti,
inni ad un sordido gozzovigliare,
milioni gettati senza colpo ferire
per un giro sulla giostra dell’apparire…
Un giorno uscendo dalla sua azienda
si imbatté in un vecchio barbone,
un uomo tozzo dall’aria assorta
senza un cane e una religione.
Gli disse il vecchio: “La mia allegria
è riso amaro di malinconia;
Dio, amico, non esiste,
nella gioia o nella malattia.”
Si rabbuiò Giovanni Riva
quando sentì quelle strane parole,
ma, con un fare un po’ indifferente,
scrollò le spalle da gran signore…
Amava bearsi del suo successo
e dei suoi bilanci sempre in attivo,
ben più importanti di un povero pazzo
che di disperare aveva un buon motivo!
Un giorno Giovanni si fermò a pensare
durante la pausa di una riunione
alla sua vecchia ed estinta famiglia
prima degli anni della sua gestione:
un padre opulento e scialacquatore,
una lei misteriosa e non poco venale,
un fratello emigrato ed appena intravisto,
frammenti di un puzzle oscuro e infernale.
Ma non voleva guardarsi alle spalle
e rivangare un passato sepolto,
se un tempo la vita lo aveva ferito
adesso gli offriva la fama e il prestigio.
E ancora Giovanni visse di feste,
guadagni in borsa e case in Sardegna,
non una donna, non un’amica
a cui raccontare la propria vita.
E una domenica un po’ come tante,
mente pioveva e tirava un gran vento,
Giovanni seduto di fronte al camino
si chiese se fosse un uomo contento.
Fissava il fuoco scoppiettante,
poi si girò a guardare il suo letto,
pianse perché non vi era nessuno
che gli donasse un poco di affetto.
Gli vennero in mente le cene d’affari
ed i sorrisi dei suoi convitati,
tutte le donne a cui baciava la mano:
dolci illusioni, ricordi sfumati…
Ma lui sapeva da molto tempo
che un uomo vincente può vivere male,
la quiete e il silenzio sprigionano l’urlo
e la solitudine può ammazzare.
Sentì il bisogno di uscire di casa
sfidando la pioggia e il rigore invernale,
prese l’ombrello in tutta fretta,
chiuse la porta e iniziò a respirare…
L’aria era gelida, il tempo inclemente,
la strada deserta ed i cani al riparo,
un uomo triste e senza meta
vagava sognando un piacere lontano.
Ma quando ebbe raggiunto la piazza
trovò all’angolo di una stradina
l’amico assorto e il suo onesto faccione,
quel povero pazzo di un barbone…
Gli disse quello: “Mio buon compagno,
l’ ebbrezza tramonta e il dolore rimane,
ti va di spezzare e di dividere
questo mio misero pezzo di pane?”
I due si guardarono dritti negli occhi
e il vecchio barbone leggeva sconforto
nell’espressione vuota ed assente
di un uomo potente ma forse già morto…
Giovanni Riva finì per sedersi
e accettò il pane che quello gli offriva,
e insieme mangiarono rannicchiati
mentre la pioggia già si esauriva.
Gli confessò l’onesto barbone:
“Ti vedo spesso da queste parti,
vedo un signore di mezza età
celebrato ed ucciso dalla vanità…”
E quella sera quando fu buio
e quando le stelle tornarono in cielo,
Giovanni Riva e il barbone Sante
andarono a cena in un gran ristorante.
Quell’uomo giusto e senza un tetto,
ricco di spirito e di umanità,
riuscì a commuovere il “Freddo” Giovanni
che volle strapparlo alla povertà.
Lo accolse in casa, gli donò un letto
e lo trattò con estrema premura;
non era mai stato così felice,
lo aveva salvato da morte sicura.
Adesso Giovanni aveva imparato,
l’affetto non nasce dalla tracotanza,
aveva provato la grande emozione
di render la vita a uno senza speranza…
Sante e Giovanni divennero amici
e andarono insieme incontro al destino,
l’uomo d’affari si rese conto
di essere pronto ad un nuovo cammino…
Sposò una donna a cinquant’anni
ed ebbe da lei uno splendido figlio,
pianse in ginocchio alla morte di Sante,
in un funerale veloce e toccante.
La Ballata dell'Uomo d'Affari testo di Matteo Bordiga