La grande aula risuonava delle voci dei senatori e degli anziani che, seduti sulle gradinate marmoree, occupavano impazienti il tempo discutendo fra di loro su come si sarebbe svolto il processo e su cosa avrebbe detto il console riguardo quella scabrosa questione, ormai sulle bocche di tutti non solo a Roma, ma anche fuori dall’Italia.
Le gradinate erano tutte occupate, tranne una zona nella quale sedeva un solo uomo, che tutti tenevano a distanza quasi fosse un appestato.
Indossava la veste di senatore e guardava sconsolato i posti vuoti tutt’attorno a lui, il lato sinistro del corpo avvolto nella lunga toga. Teneva lo sguardo fisso a terra, e sembrava non vedesse, o non volesse vedere, gli sguardi ora curiosi, ora disgustati, degli altri senatori, che lo indicavano parlando fra di loro.
Il console si era alzato e stava camminando avanti e indietro al centro dell’aula, senza risparmiare però sorrisi e strette di mano al pubblico euforico.
Con un gesto della mano chiese il silenzio e all’improvviso il semicerchio di senatori ammutolì.
Camminando lentamente faceva oscillare la veste bianca, guardando negli occhi, uno ad uno, i senatori che quel giorno lo avrebbero aiutato a rendere a Roma un grande servigio.
Il sorriso sul volto del console lasciò il posto ad uno sguardo severo non appena questi si fermò davanti alla zona del senato semivuota, e squadrò il senatore seduto davanti a lui.
Tutti lo evitavano. Questo era solo l’inizio.
- Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza? – incominciò, rivolgendosi al senatore.
Il tono era fin da subito concitato e lasciava trasparire lo sdegno e la grande rabbia del console.
- Davvero credevi che, sapendo cosa stavi organizzando, nessuno avrebbe fatto niente per fermarti? Che ti avremmo guardato distruggere la nostra Roma così, senza opporre la minima resistenza?
Catilina continuò a tenere gli occhi bassi. Le domande retoriche lo irritavano, e per giunta tutti i senatori sembrava lo stessero fissando con la stessa aria sdegnata dipinta sul volto del console di fronte a lui.
Non staccò lo sguardo da terra e, impotente, continuò ad ascoltare il bel discorso che stava sigillando l’accusa di tradimento contro di lui.
- A quale limite si spingerà la tua sfrenata audacia? Pensi forse che Roma sia un degno bersaglio per le tue ambizioni? Beh hai fatto male i conti: Roma appartiene al popolo e finché sarò in vita, io Marco Tullio Cicerone, farò in modo di mantenere Roma libera, e non la vedrò diventare un tuo regno privato.
Pensi di poter rovesciare il Senato e la Repubblica con il tuo esercito di ladri e fuorilegge?
Pensi davvero che gli Dei ti permetteranno di violare il loro suolo sacro e di impadronirti, con i tuoi scagnozzi, della loro città prediletta? Io no di certo!
Le parole infuocate del console risuonarono profonde nell’aula e furono subito seguite dall’acclamante consenso di tutti i presenti.
Le voce del magistrato gli rimbombava nelle orecchie più di quel frastuono ma, inaspettatamente, Catilina si alzò e guardò negli occhi l’oratore che sorrideva alla platea.
Subito tutti ammutolirono, curiosi di ascoltare come avesse intenzione di replicare il traditore.
- Console, non so in che Roma vivi, ma di certo non nella mia. Guardati intorno. Dici di volere una Roma libera … ma da cosa? Vorresti condannarmi per tradimento a nome di Roma, ma Roma è mia madre, ed è giusta quella madre che uccide il proprio figlio dopo averlo dato al mondo solo perché le disubbidisce? E’ giusta una Roma che ogni giorno nasconde la sua faccia più viscida e sporca, che seppellisce sotto bianchi marmi i quartieri popolari, sotto i vuoti dibattiti la corruzione imperante, sotto le grandi ricchezze le cruente guerre e i continui genocidi?
Io sogno una Roma diversa e non ho paura di cambiare questa realtà.
- Anche ammesso che i tuoi propositi siano tanto nobili, Catilina, ti sembra giusto agire con le armi anziché con la politica? Ti sembra giusto minacciare i padri della repubblica con una guerra?
- Ti sembra giusto console che mentre i senatori siedono sui marmi levigati di questa sala, che ha ormai perso il suo antico significato, il popolo patisca la fame e sia sottoposto a continue sofferenze? Ti sembra giusto che più di metà delle ricchezze di Roma vadano a ingrossare le tasche dei ricchi? Il senato è ormai chiuso in sé stesso come un riccio e fa finta di non guardare per non dover agire. Sai che ne penso della politica in questo momento? E’ roba da senatori, non da romani.
Detto questo si sedette, avvolgendosi nella toga bianca.
Il silenzio rese ancora più amare le parole dell’uomo seduto in disparte.
Il console e i senatori erano allibiti, dai loro visi traspariva stupore misto a senso di colpa, le facce, con le bocche spalancate, sembravano non voler credere a quello che sentivano e forse in seguito ci riuscirono. Ma non in quel momento. In quel momento i loro pensieri andavano alla cruda realtà che, per quando difficile da accettare, era pur sempre la realtà.
Eppure non poteva aver ragione quel traditore.
Il console, percepito con disagio lo stupore generale cercò di riparare all’effetto di quelle parole riprendendo il suo discorso accusatorio che però sembrava ormai privo di valore.
I pensieri si affollavano nella mente di Catilina che, con aria afflitta, abbassò di nuovo il capo, guardando il pavimento di marmo di fronte a lui.
Catilina testo di ThomasJoyce