Andata e Ritorno - Parte 1

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Testo: Andata e Ritorno - Parte 1
di sergiomis



Andata e ritorno




sergiomis?




"Ho sempre sognato di essere qualcuno, ma non ho mai saputo chi."

Il Libro dell'Inquietudine
Fernando Pessoa




Andata e ritorno
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1


In paese, tutti sapevano che Eraldo Scannagatti non navigava nell'oro. Anzi, a dirla tutta, le sue tasche erano perennemente più leggere del vento che soffiava dal lago; eppure, c’era sempre qualcuno pronto a giurare di averlo visto, la sera prima, all’uscita dell’osteria del Molo, a offrir da bere a un paio di avventori venuti da fuori.
Passava le sue giornate nello stanzino polveroso della biblioteca comunale. O almeno, questo era ciò che andava raccontando a casa. In realtà, il suo compito consisteva perlopiù nello spolverare i registri parrocchiali del Settecento e nel guardare le barche che dondolavano lente oltre i vetri. Un’esistenza che definire monotona sarebbe un complimento, se non fosse che, a movimentare il tran-tran quotidiano, ci pensavano le donne di casa.
La vedova, in particolare, non perdeva occasione per ricordargli la sua condizione di mascalzone senza un soldo in tasca. Se ne stava seduta in cucina, con le mani nodose appoggiate sul grembiule, a scandire i rintocchi dell’orologio a pendolo come fossero sentenze di un tribunale.
«Eraldo, hai pagato la bolletta della luce?» gli domandò non appena varcò la soglia, senza nemmeno degnarlo di uno sguardo e continuando a far scorrere le dita sul rosario.
«Domattina, Amabile. Il tempo di passare in posta» rispose lui, levandosi il cappello consunto e cercando disperatamente un attaccapanni che gli offrisse una via di fuga.
Ma la fuga non era prevista dal copione. Dalla porta della cucina sbucò Iride, le braccia conserte e un'espressione che non prometteva nulla di buono.
«La luce? E il carbone? Qui si gela, Eraldo. Per non parlare dei conti del droghiere che si accumulano!»
Annuì, ingoiando il boccone amaro e stringendosi nel pastrano. Si sentiva come un gatto chiuso in un sacco, stretto tra due donne che non gli perdonavano un solo passo falso. L'eredità del padre, dilapidata tra investimenti bislacchi e cambiali mai saldate, sembrava ormai un lontano ricordo, e l'orizzonte si faceva sempre più stretto, fatto solo di ramanzine e conti da pagare.
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2


Se in paese qualcuno si domandava come avesse fatto Eraldo Scannagatti a ridursi in quello stato, la risposta non era da ricercarsi in chissà quale vizio segreto, ma nella sua incrollabile fiducia nel genere umano. O meglio, in Evaristo Caimi.
Alla morte del padre, uomo d'affari che aveva accumulato una discreta fortuna tra mulini e terreni, Eraldo era poco più che un ragazzo con la testa tra le nuvole e una passione per i registri storici. Evaristo Caimi, l'amministratore di famiglia, si era subito presentato alla porta con il cappello in mano e un’aria di profondo cordoglio.
«Non si preoccupi di nulla, signor Eraldo» gli aveva detto, posando una mano sulla spalla del giovane con fare paterno. «Ci penso io a tutto. Lei si riposi, che al resto ci pensano le carte.»
E le carte, in effetti, sparirono.
Nel giro di qualche anno, Caimi aveva abilmente distratto i capitali, investendoli in affari bislacchi di cui lui solo conosceva l’esito. Eraldo, dal canto suo, firmava senza guardare, convinto che l’amministratore sapesse il fatto suo, mentre si godeva il corteggiamento della allora soave Iride Denti, che all'epoca pareva una graziosa fanciulla senza grilli per la testa.
Il disastro si compì quando, sposata Iride, questa si portò appresso sua madre, la vedova Amabile Pezzoli, che si trasferì in casa loro. Fu allora che scoprì che la dote della moglie era inesistente e che i terreni di famiglia erano già stati pignorati o ipotecati dallo stesso Caimi. Le ramanzine della suocera divennero il pane quotidiano, mentre Evaristo Caimi, interpellato di quando in quando, continuava ad allargare le braccia lamentando l'andamento del mercato.
«Eh, caro Eraldo, che tempi! Ma vedrà che ne verremo a capo, con un po' di pazienza.»
La pazienza, però, era esaurita, e non gli restava che rifugiarsi nel suo stanzino in biblioteca.?
3


Uscì di casa con il bavero del pastrano alzato e le mani affondate nelle tasche, quasi sperasse di trovarvi per miracolo qualche moneta dimenticata. Quella mattina il cielo sopra il lago era una tavola di piombo, di quel grigio che pareva fatto apposta per spingere la gente a contare le ore.
All'ufficio postale, la signorina Adele Pizzoccheri, che conosceva i fatti e i misfatti di ogni singola famiglia nel raggio di dieci chilometri, lo accolse con un'occhiata che non prometteva nulla di buono.
«Buongiorno, signor Scannagatti» esordì lei, sistemandosi gli occhiali sul naso e squadrandolo da capo a piedi. «Sempre di corsa, eh? Immagino che il bollettino sia sempre quello della luce. Meno male che c'è lei a illuminare le casse del comune, anche se qui in paese dicono che la luce, a casa sua, la tengano accesa il meno possibile per non sforzare il contatore.»
Abbozzò un sorriso di circostanza, poggiando sul legno consunto dello sportello una banconota stropicciata e qualche spicciolo. «Si fa quel che si può, signorina Pizzoccheri. D'altronde, i tempi non sono dei più rosei per nessuno.»
«Per nessuno? Mah, a me pare che lei non si lamenti troppo quando si tratta di fare il brillante alle osterie!» ribatté lei, sbrigando la pratica con un colpo di timbro secco e sonoro.
Uscito dalle poste, sperava di superare indenne la via principale, tenendo d'occhio, per evitarla, la bottega del droghiere, Ambrogio Pifferi. Prese il marciapiede opposto, ma la sfortuna volle che proprio in quel momento il Pifferi uscisse dal negozio con una cassa di saponi in mano, sbarrandogli la strada e cogliendolo del tutto alla sprovvista.
«Ah, Eraldo! Sapevo che l'avrei beccata qui intorno» lo apostrofò il Pifferi, lasciando cadere la cassa con un tonfo secco sul selciato. «Senta un po', Scannagatti. Qui il conto della farina e del baccalà è lievitato più del pane la domenica. Non vorrà mica che continui a segnare sul libro a tempo indeterminato? I miei fornitori esigono la grana, o gli diamo le sue scartoffie della biblioteca?»
Si strinse nelle spalle, sfoderando un'espressione tra il dispiaciuto e il supplichevole, ma il droghiere non cedette di un millimetro.
«Ambrogio, amico mio, mi ascolti...» tentò.
«Niente "amico mio"» lo interruppe secco il Pifferi. «Venerdì, Eraldo. O mi porta il saldo, o per questo mese il baccalà se lo mangia a casa d'altri!»
Senza aspettare la replica, il droghiere afferrò la cassa e tornò alle sue incombenze. Riprese il cammino verso il molo, sperando di trovare almeno là un po' di pace, ma a metà strada incrociò il cavalier Gualtiero Buzzi, un arzillo pensionato che non perdeva occasione per fare dell'ironia sulle disgrazie altrui.
«Oh, Eraldo! Sembri il ritratto della salute, ma ti vedo un po' pensieroso» lo salutò il Buzzi, fermandosi in mezzo alla strada con le mani dietro la schiena e un sorriso sornione. «Sarà mica per via della dote di Iride? Si dice in giro che a casa tua si conti più la polvere che le monete. E pensare che tuo padre, pover'uomo, di soldi ne aveva messi da parte tanti da riempire il lago!»
Inghiottì il boccone amaro, abbozzando un altro sorriso di circostanza. «Caro Gualtiero, sono solo dicerie di paese. Si sa, la gente ama parlare.»
«Parlare? Ah sì, come l’Ambrogio che te le ha cantate poco fa!» rise il Buzzi, dandogli una bella pacca sulla spalla prima di allontanarsi.
Raggiunse il molo, con la sensazione che il cerchio stesse stringendosi sempre di più attorno a lui.
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4


Seduto sulla solita panchina in legno del molo, con il bavero del pastrano tirato su fin quasi alle orecchie e le mani ficcate a forza nelle tasche per difendersi dall'umidità che saliva dall'acqua, si concesse il lusso di guardare il vuoto.
Davanti a lui il lago si increspava pigramente, mentre una vecchia barca a remi dondolava legata a una bitta, sbattendo di tanto in tanto contro la pietra consumata del molo. A mente fredda, si trovò a fare i conti con la propria esistenza e a darsi, per dirla tutta, della gran bestia. Come diavolo aveva fatto a finire in quel vicolo cieco?
I ricordi tornarono a galla come bolle d'aria. Pensò a quando, poco più che ventenne e con la testa piena di sogni e di polvere d'archivio, si era lasciato ammaliare dalle dolci lusinghe di Iride e, di conseguenza, si era sobbarcato l'ingombrante presenza della di lei madre. Un pacchetto completo che avrebbe fatto desistere anche il più ottimista dei santi del calendario. Ma lui, quella gran bestia …
E poi c’era la questione spinosa del patrimonio, o di quel che ne restava. Ragionando a modo suo su Evaristo Caimi, oscillava continuamente tra il dubbio e l’incredulità. Si rendeva conto, a sprazzi, che il suo conto in banca si era volatilizzato, ma c'era qualcosa di stranamente rassicurante nel modo in cui l'amministratore si presentava in ufficio: sempre con il cappello in mano, pronto a scusarsi, ad allargare le braccia e a sorridere in quel modo bonario che disarmava qualsiasi sospetto.
«Forse Caimi non è poi quel ladro che dicono in giro» si disse, cercando disperatamente un barlume di speranza per non ammettere il disastro. «Magari è solo un uomo sfortunato negli investimenti, proprio come me. O forse le cose si aggiusteranno da sole … basta aspettare il momento giusto».
Ma nel fondo del suo animo, una vocina fastidiosa gli suggeriva che, molto più semplicemente, non aveva il coraggio di affrontare la verità e di ammettere di essere stato raggirato fino all'ultimo centesimo.
Fantasticando su improbabili vie di fuga — una vincita inaspettata al Totocalcio o la comparsa di un misterioso zio d'America che aveva fatto fortuna con il tabacco —sentì le palpebre farsi pesanti. Il dondolio dell'acqua, il silenzio ovattato del molo e il freddo pungente di quel grigio mattutino ebbero la meglio sulla sua ansia. La testa gli ciondolò sul petto, il respiro si fece più regolare e, in un attimo, si appisolò, lasciandosi alle spalle, almeno per qualche ora, i conti del droghiere, i rimproveri di Iride e le ramanzine della vedova.?
5


La porta dello stanzino in biblioteca si aprì con un cigolio familiare, ma ciò che ne seguì, di familiare non aveva proprio nulla.
Infatti, Evaristo Caimi non si era presentato con il solito cipiglio preoccupato e il cappello in mano a implorare pazienza. Tutt'altro: sfoggiava un completo di panno blu che pareva appena stirato, un sorriso largo e rassicurante, e persino un garofano all’occhiello. Si mosse leggero, quasi fluttuando sulla polvere della stanza, e si accomodò sulla sedia di legno di fronte alla scrivania ingombra di registri.
«Caro Eraldo» esordì il Caimi battendo le mani sulle ginocchia con un’aria trionfale. «Le porto finalmente buone nuove. Anzi, eccezionali. Si ricorda quel vecchio fondo di San Michele che suo padre aveva dato per perso tra i meandri del catasto? Ebbene, abbiamo vinto il ricorso. I nuovi acquirenti milanesi hanno sborsato una cifra che ha dell’incredibile per accaparrarsi i terreni. Lei è di nuovo un uomo ricco, ricchissimo, Scannagatti!»
Inizialmente impietrito, si stropicciò gli occhi dietro le lenti, temendo un'allucinazione da digiuno. Ma il Caimi continuò, aprendo una elegante cartellina di cuoio e mostrandogli un assegno circolare con una cifra scritta in bella calligrafia, accompagnato da un plico di fogli legati con un nastro rosso.
«Tutto suo, al netto delle spese di gestione e dei miei modesti compensi, s'intende. I debiti con Ambrogio Pifferi saranno solo un lontano ricordo, e potrà persino permettersi di mandare la vedova Pezzoli a svernare in qualche albergo di lusso, se lo desidera.»
Si vide già afferrare quel foglio con mani tremanti, mentre il peso dei mesi passati a contare le monete si dissolveva in un attimo. I conti del droghiere, le ramanzine, le umiliazioni all'ufficio postale: tutto spazzato via da quel colpo di fortuna inaspettato. Poteva finalmente guardare il mondo dall'alto in basso, togliersi quel pastrano logoro e comprarsi un abito nuovo, di quelli che portavano gli avvocati e i notai che contano.
«Certo, c'è solo da firmare qui in calce per lo svincolo» aggiunse il Caimi, porgendogli una penna d'argento con il pennino d'oro. «Niente di complicato, una semplice formalità.»
Prese la penna, appoggiandola sulla carta. Ma proprio nell'istante in cui la punta del pennino toccò il foglio, qualcosa di strano accadde. L'ufficio, la scrivania e il completo blu di Caimi cominciarono a sfuocarsi, avvolti da una strana luce grigiastra. La voce dell'amministratore si fece lontana, ovattata, come se provenisse dal fondo di un lago.
Un colpo secco e metallico squarciò l'aria. Era il tonfo sordo del portellone di un furgone, proprio lì vicino, sul molo.
Sobbalzò. Aprì di scatto gli occhi, gli girava la testa e aveva la bocca impastata di saliva, con una goccia che gli minacciava l'angolo delle labbra. Il naso, era gelato dal vento umido che soffiava dal lago, e le orecchie fischiavano per il freddo.
Si guardò attorno, frastornato e confuso. Non c'era nessuna scrivania in noce, nessuno studio elegante, né tantomeno l'odore di cera per mobili o il fruscio di banconote.
Si tastò le tasche, quasi a voler cercare quel pezzo di carta che aveva stretto fino a un attimo prima, ma trovò solo il vuoto, qualche granello di tabacco e la chiave della biblioteca.
La realtà gli piombò addosso come un secchio di acqua gelata, amara più del fiele. Si rinserrò ancor di più nel bavero del pastrano, rabbrividendo. La tanto agognata salvezza non era stata altro che un crudele, bellissimo scherzo della sua mente affamata di salvezza.
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6


Il rientro a casa fu, se possibile, ancora più deprimente del risveglio sul molo. Infilò la chiave nella toppa della porta di casa con la delicatezza di un ladro in piena notte, sperando che il silenzio gli concedesse una tregua. Neanche per sogno.
Non appena girò il catenaccio, il profumo di minestra riscaldata e umidità si fece largo nell'ingresso, seguito a ruota dal ticchettio implacabile dell'orologio a pendolo. Sembrava che il tempo, in quella casa, non scorresse: si accumulava come la polvere sui mobili.
Iride era già in piedi, le braccia conserte e un’espressione che avrebbe fatto impallidire il peggior temporale sul lago. Seduta al tavolo, Amabile non perse un solo secondo, quasi avesse il radar puntato sui passi del genero.
«Beh, ti sei deciso a rientrare? Credevamo fossi andato a vivere al molo, visto che ormai ci passi le giornate» esordì la vedova, senza nemmeno alzare gli occhi dal suo scialle nero. «Non ti vergogni a lasciare tua moglie senza il carbone per la stufa? Qui si battono i denti dal freddo, mentre tu te ne stai in giro a oziare.»
Si tolse il cappello, stringendolo tra le mani come un malfattore. «Amabile, cara, ero in biblioteca. C'è da sbrigare una pratica importante...»
«La pratica del nulla!» s’intromise Iride, con una voce che rasentava il sibilo. «Lo sappiamo tutti che cosa fai in quella stanzina. E intanto dal droghiere ci siamo giocati la faccia. Ambrogio è passato stamattina, con quel suo fare sbrigativo, dicendo che per noi non c'è più credito e che o gli portiamo il saldo entro venerdì, oppure per questo mese il baccalà ce lo sogniamo. Ti rendi conto? La farina finisce stasera!»
Cercò di arrampicarsi sugli specchi, abbozzando un sorriso che risultò più simile a una smorfia di dolore. «Ma vedrete che tutto si risolverà. Caimi mi ha detto...»
«Caimi!» scattò la vedova, battendo una mano nodosa sul tavolo. «Quell'uomo è un buono a nulla! Da quando è morto tuo padre, ha solo saputo far sparire i soldi. E tu, che sei ancora più ingenuo di lui, continui a credergli. Svegliati, Eraldo! O qui finiamo a chiedere l'elemosina!»
Si sentì rimpicciolire fino a diventare grande quanto un granello di polvere. Non fiatò, abbassò lo sguardo sui suoi scarponi consunti e si diresse verso la cucina, dove il piatto di minestra fredda lo attendeva come una sentenza.?
7


La mattina successiva al funesto rientro, si svegliò più spaesato che mai e la netta sensazione che il tempo stesse per scadere. Il freddo della notte aveva reso il clima della casa, se possibile, ancor più inospitale, e le occhiate di Amabile al tavolo della colazione non lasciavano spazio a interpretazioni: il venerdì era alle porte.
Ma il destino sa essere bizzarro, e a volte si manifesta attraverso vie burocratiche imprevedibili.
Proprio mentre stava per rassegnarsi all’ennesima giornata passata a spolverare edizioni minori, arrivò in biblioteca una lettera ufficiale, con tanto di ceralacca e francobollo della Confederazione. A spedirla era l'Istituto di Storia e Bibliografia Svizzera di Lugano, con un invito formale per il “professor” Scannagatti.
Si trattava di una consulenza urgente di tre giorni per la catalogazione di un fondo antico donato da una famiglia di esuli italiani; una collezione di manoscritti e registri parrocchiali del Seicento che richiedeva un occhio esperto.
Fu come vedere la luce in fondo a un tunnel, o quantomeno l'occasione perfetta per allontanarsi per qualche giorno dal paese e dai numerosi fiati che alitavano sul suo collo esausto.
«Una trasferta?» esclamò Iride quella sera stessa, rigettando la lettera sul tavolo della cucina con un misto di sospetto e malcelata speranza. «Proprio ora che siamo senza un soldo?»
«È un incarico ufficiale, Iride! E la diaria copre le spese di viaggio e di soggiorno» si difese, cercando di mantenere un tono fermo che non gli apparteneva. «Ci porterà un guadagno extra che ci terrà per un po’ lontano dalle scadenze. Senza contare il prestigio …»
Lo interruppe Amabile che si aggiustò lo scialle sulle spalle, squadrando il genero con uno sguardo tagliente e un ghigno di aperta sufficienza. «Guarda un po' se dobbiamo credere alle favole svizzere adesso. Tu, che non sai neanche distinguere una cambiale da una ricevuta, credi di andare a fare lo studioso oltreconfine! Piantala di prendere in giro tua moglie e vedi di non tornare con le pive nel sacco e le tasche ancora più vuote, perché qui non abbiamo mica intenzione di mantenerti a lungo nelle tue fantasie.»
Annuì in silenzio, raggelato dalla solita acidità, ma sollevato di poter sfuggire almeno per un po' all'aria pesante di quella casa.

8


Si presentò all'osteria del Ginetto con il petto in fuori, o almeno ci provò, scrollandosi di dosso la polvere della biblioteca e l'odore stantio di casa. Aveva persino dato una passata di spazzola al pastrano e allacciato il bavero con finta noncuranza. Varcata la soglia, si diresse verso il solito tavolo in fondo e sbatté sul legno una mezza bottiglia di rosso, quasi volesse ostentare la sua nuova aria di uomo indaffarato.
«Orbene, signori» esordì, cercando un tono che non gli apparteneva, «qui si ride e si scherza, ma c'è chi è atteso oltreconfine per una perizia di un certo peso. Niente meno che per conto dell’Istituto Svizzero di Lugano.»
Al tavolo accanto, il Gualtiero non si scompose nemmeno, continuò a sbucciare una mela con il suo coltellino a serramanico e rise sguaiato emettendo uno sputo di saliva che finì sul pavimento. «Oh, madonna benedetta! Eraldo lo studioso! E con cosa vai, con la valigia di cartone e la faccia da funerale? Lì se non hai il portafoglio gonfio, ti guardano come un pezzente. Cosa mai gli avrai dato a bere?»
Gli altri avventori al bancone non si fecero pregare. Tra un sorso di vino e una bestemmia, cominciarono a punzecchiarlo senza pietà.
«Eraldo, ma fammi il piacere! Al massimo ti mettono a spolverare le ragnatele degli archivi e a tradurre le fatture del latte» rincarò la dose il Carluccio, un omone dalla voce roca, facendosi scappare una risata grassa. «E poi, con quella giacca lisa, non ti fanno nemmeno passare la dogana. Ti rimandano indietro a calci nel sedere.»
Si sentì rimpicciolire, mentre il rossore gli saliva alle orecchie. La sua autostima non aveva fatto in tempo a risvegliarsi che già cominciava a scricchiolare sotto il peso del sarcasmo del paese.
Quando il locale si svuotò, lasciando solo l'odore di fumo di pipa e vino stantio, rimase seduto al suo tavolo con il Ginetto che, dietro il bancone, puliva i bicchieri con uno strofinaccio liso e grigio. L'oste non era tipo da paternalismi: lo conosceva da quando era bambino e sapeva quanto fosse debole e sognatore.
«Ascolta, Eraldo» disse il Ginetto, senza smettere di strofinare, «tu sei un brav’uomo, ma sei nato con la testa tra le nuvole e i piedi nel fango. Tre giorni in Svizzera non ti cambieranno certo la vita.”
Fissò il fondo del bicchiere, con un nodo alla gola. «Ho solo bisogno di un'occasione, Ginetto. Anche una sola. Perché questa non potrebbe essere quella buona?»
L'oste smise di asciugare il bicchiere e lo guardò dritto negli occhi. «Se speri che la fortuna si ricordi di te perché sei Eraldo Scannagatti, stai fresco. Se vuoi cambiare la tua sorte, vedi di giocartela bene oltreconfine, perché là non c'è proprio nessuno a servirtela su un piatto d’argento.»
Uscì dall'osteria a testa bassa, con il freddo della sera che gli pungeva il viso. Camminò lentamente verso casa, nel buio del borgo, rimuginando su quelle parole. Giocarmi le mie carte... continuava a ripetersi, mentre le sagome delle case gli scivolavano accanto come ombre ostili.
Ma lui che carte aveva? Sentì il calore della piccola diaria in tasca. E se avesse osato davvero? A due passi da Lugano c'era Campione. Il regno delle luci e dell’azzardo che sembrava fatto apposta per i sognatori come lui. O i disperati …
Cominciò ad accarezzare l’idea che lusinga tutti quelli che non hanno più nulla da perdere: fare il gran salto nel buio e gettare tutto sul tavolo.

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9


Nei giorni che precedettero la partenza, visse in uno stato di sospensione. Le incombenze quotidiane in biblioteca, un tempo macigni in grado di schiacciarlo nel loro ricordargli la mediocrità delle sue occupazioni, sembravano aver perso ogni peso.
Mentre spolverava le edizioni minori o catalogava i nuovi arrivi, si accorse di sorridere tra sé, ignorando le ramanzine di Ambrogio che continuava a brandire il venerdì come una mannaia pronta a colpire. Iride, al tavolo della cucina, continuava a lamentarsi per il burro mancante e per le spese della trasferta, ma le sue parole gli arrivavano ovattate, come se provenissero da un'altra dimensione. Persino le battute al vetriolo del Gualtiero, all'osteria, scivolavano via senza sfiorarlo.
Lui fluttuava. Galleggiava sopra il grigiore di via Roma con la certezza incrollabile che il dado fosse ormai tratto. In Svizzera si sarebbe compiuto il suo destino, nel bene o nel male; non c'era più spazio per mezze misure o per la stanca accettazione del proprio fallimento.
La domenica scivolò via tra i preparativi. Aprì il vecchio armadio di noce, spazzolò con cura il pastrano e ripose nella valigia di cuoio consunto la sua camicia migliore, un quaderno per gli appunti e la lettera del Ministero. Prima di coricarsi, diede un'occhiata all'orologio del padre sul comodino. Lo caricò fino in fondo, ascoltando il ticchettio regolare, come un conto alla rovescia.
Lunedì mattina, prima che il paese si svegliasse, uscì di casa nel freddo pungente dell'alba. I suoi passi risuonarono netti sulla pietra umida, mentre si dirigeva verso il molo. Il lago era una distesa immobile, grigia e densa come piombo. Salì sulla passerella di legno e si imbarcò sul primo battello diretto a Menaggio.
Mentre l'imbarcazione si staccava dalla riva, sollevando una scia di schiuma scura, si appoggiò alla ringhiera. Il vento gelido gli sferzò il viso, ma lui non si voltò a guardare il borgo che si allontanava. Sapeva che oltre l'acqua, oltre le montagne che si stagliavano all'orizzonte, lo attendevano la salvezza o la fine di tutto.
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10


Da Menaggio, il viaggio proseguì a bordo della corriera che si arrampicava lungo i tornanti verso il confine. Sedeva vicino al finestrino, con il colletto della camicia ben stirato e la valigia di cuoio ben stretta tra le gambe. L’aria aveva un sapore diverso, pulita e pungente, e le strade si snodavano ordinate tra palazzi in stile liberty e vetrine di banche.
Quando varcò l’imponente portone dell’Istituto di Storia e Bibliografia, si preparò alla solita routine di sguardi diffidenti e battute a mezza voce. Invece, l’accoglienza fu inaspettata: un funzionario del protocollo, dai modi formali e con un vestito di sartoria impeccabile, lo ricevette con un inchino accennato e un tono che rasentava la deferenza. «Il professor Scannagatti, finalmente. Abbiamo atteso a lungo la sua perizia.»
Professor. Quella parola gli risuonò dentro come una musica. Nessuno lo aveva mai chiamato così. All’improvviso, il peso della giacca lisa e dei debiti svanì, sostituito da una dignità che non sapeva di possedere. Per l'intera giornata si dedicò ai manoscritti del Seicento con una meticolosità che lasciò sorpresi i presenti, ritrovandosi a maneggiare registri e sigilli in ceralacca con la sicurezza di chi ha passato la vita tra tesori inestimabili.
Ma quando il sole calò dietro i monti, gettando lunghe ombre scure sul lago, il brivido della sera prese il sopravvento. Salì su una vettura diretta oltre il confine, con la piccola diaria custodita gelosamente nel taschino interno.
Campione d'Italia apparve all'improvviso, un'enclave di luci sfavillanti che si specchiavano nell'acqua scura. L’impatto con il casinò fu però un colpo durissimo.
Varcate le porte dorate, si sentì immediatamente un pesce fuor d'acqua. Le sale erano gremite di uomini in abiti impeccabili e donne ingioiellate, avvolte in un’atmosfera satura di fumo, profumi intensi e tintinnio di fiches. L’aria sembrava rarefatta, e per un attimo ebbe la sensazione di rischiare di annegare in quel mare di lusso e indifferenza.
Si aggirò a lungo tra i tavoli con le mani sudate in tasca. Si fermò a osservare il tavolo della roulette, studiando i movimenti dei croupier e i volti tesi dei giocatori. Trepidò per le puntate degli sconosciuti, sentendo l'adrenalina salire a ogni giro di ruota, ma quando si trovò di fronte al panno verde, il coraggio lo abbandonò. I fantasmi di via Roma, le minacce di Ambrogio, lo sguardo ostile delle sue donne e il rimprovero silenzioso dell'orologio del padre riemersero prepotenti.
Non riuscì a compiere il grande passo. Le dita, strette attorno alle banconote nella giacca, si aprirono a vuoto.
A notte fonda, tornò alla pensione di Lugano, con le orecchie ancora piene del frastuono della sala e il cuore che batteva all'impazzata. Si sedette sul bordo del letto, con il cappotto ancora addosso, lasciando decantare il fiume di emozioni, dubbi e sconfitte che aveva attraversato in quella prima, lunghissima giornata oltreconfine.

11


La sveglia del secondo giorno lo trovò con le occhiaie profonde e la bocca impastata di sonno, ma la consapevolezza di trovarsi in un ambiente diverso scacciò subito l'esitazione. Raggiunse la sede dell'Istituto con passo svelto, e non appena fu immerso tra i vecchi codici e i sigilli in ceralacca, il mondo di via Roma e le angosce notturne si dissolsero per qualche ora. Tra quelle pagine, era semplicemente il professor Scannagatti: uno studioso competente, rispettato, nel suo elemento naturale.
Quando il sole calò nuovamente dietro il San Salvatore, la realtà tornò a bussare. I propositi della vigilia, messi in naftalina la sera prima, riemersero prepotentemente, accesi dall'odore di carta antica che gli si era attaccato alle dita. Si ritrovò a scendere di nuovo verso il confine con la corriera, diretto a Campione le cui luci lo attiravano, come una lampada attrae una falena.
Varcò le porte dorate con lo stomaco stretto in una morsa. La sala da gioco era ancora più affollata e rumorosa della sera prima, e per un attimo il senso di soffocamento tornò a minacciarlo. Si aggirò ai margini, le mani affondate nel pastrano, a un passo dal fare nuovamente marcia indietro.
Fu allora che tutto cambiò.
Mentre fissava il tavolo della roulette, sentì un urto leggero alla spalla. Si voltò e si trovò di fronte una donna dallo sguardo penetrante, avvolta in un abito di velluto scuro, con un lungo bocchino d'avorio tra le dita. Gli sorrise con un'espressione divertita e complice, come se gli avesse letto nei pensieri.
«La faccia di chi ha un segreto e il portafoglio che trema» mormorò lei con voce roca e rilassata. «Non si sta a guardare il mare se non ci si bagna almeno i piedi, sa? È venuto fin qui per cosa? Per fare da spettatore a chi si diverte davvero?»
Arrossì, sentendosi scoperto, ma quella provocazione non fu una stilettata, bensì la scossa che gli mancava. Prima che potesse balbettare una scusa, la donna gli allungò una fiche pesante e madreperlata, estratta da una borsa di seta: «La offro io. Il primo giro è il più facile. Provi a puntare sul rosso o sul nero. Non ci pensi troppo».
La spinta dall'esterno era arrivata. Non ebbe il tempo di razionalizzare. Con il cuore che batteva a mille, si avvicinò al panno verde, sentì il respiro farsi corto, strinse quella singola fiche tra le dita sudate e, senza voltarsi indietro, la piazzò sul rosso.

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12


Due ore dopo era un uomo ricco.
Non ricordò quasi nulla di quel vortice di numeri, luci e urla soffocate. Nella sua mente rimasero impressi solo tre fotogrammi, fissati a fuoco vivo: lo sguardo magnetico e beffardo della donna con il bocchino, il peso della prima fiche madreperlata posata sul rosso e, infine, il volto impassibile del cassiere mentre contava le banconote.
Il ritorno alla pensione di Lugano avvenne come in un sogno. Sistemò l’enorme somma di denaro sul fondo della valigia di cuoio, sotto gli abiti e il quaderno degli appunti, assicurandosi che nulla potesse tradire la sua nuova condizione. Si sdraiò sul letto senza nemmeno togliersi le scarpe, fissando il soffitto bianco mentre la stanza girava. Quella notte fu un delirio di sogni e incubi, un susseguirsi di sudori freddi e improvvise, incontrollabili risate nel sonno. Vedeva la faccia del Gualtiero, le minacce di Ambrogio e il disprezzo di Iride dissolversi in una coltre di fumo e denaro.
Finché, di colpo, venne mattina.
Si alzò, si lavò con acqua gelida e si preparò a tornare all'Istituto di Storia e Bibliografia per l'ultima volta. Si impose una maschera di normalità, la massima sobrietà, deciso a non lasciar trapelare nulla del suo nuovo, inimmaginabile stato d'animo.
All'Istituto, l'accoglienza fu ancora una volta calorosa e piena di riguardo. I funzionari lo trattarono con il medesimo rispetto del giorno precedente, complimentandosi per la lucidità e la finezza della sua perizia. Si rivolsero a lui con deferenza, ammirando la sua competenza e ringraziandolo per il lavoro svolto.
Annuì, accettando i complimenti con un contegno misurato. Si sforzò di mantenere il controllo, ma sentiva chiaramente il contrasto tra l’immagine di studioso mite che il mondo continuava ad attribuirgli e la vertigine del patrimonio nascosto nella valigia. Per loro rimaneva pur sempre il professor Scannagatti, ma dietro quella maschera accademica si celava ormai un uomo diverso.

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Prima di tornare alla pensione, scese verso il lungolago. Aveva bisogno di un momento di stacco, di un luogo in cui far decantare l'agitazione che gli serrava lo stomaco prima della notte di riposo.
Si sedette al piccolo tavolino di un bar all'aperto, con lo sguardo perso sulle acque increspate del lago. Ordinò un caffè e rimase a fissare il vuoto, soppesando l'enorme cambiamento che lo aveva investito nel giro di poche ore.
Sul marmo del tavolino, dimenticato lì dal cliente precedente, c'era una copia de La Provincia di Como. Vi posò lo sguardo e lo sfogliò con noncuranza, mentre la mente continuava a vagare tra il panno verde del casinò e i codici antichi.
Un titolo, stampato con un corpo leggermente più grande nella sezione delle cronache locali, attirò la sua attenzione. L'occhio cadde sul nome del paese, il suo borgo: Bellano.
Il cuore perse un battito e iniziò a rimbombargli nelle orecchie come un martello. Lesse del ritrovamento di un corpo nelle acque del porticciolo.
Le parole scivolarono davanti ai suoi occhi con la freddezza della pietra. Riconobbe il nome, stampato a chiare lettere: Eraldo Scannagatti. La salma era stata riconosciuta dalla moglie Iride Denti in Scannagatti e dalla di lei madre, Amabile Maglia vedova Pezzoli. Il volto, descriveva la cronaca con agghiacciante distacco, era stato sfigurato e reso irriconoscibile dall'aggressione dei pesci del lago, ma il pastrano logoro e la vecchia camicia non lasciavano spazio a dubbi. O almeno, questo era ciò che le autorità avevano concluso, ventilando l’eventualità del suicidio.
Rimase immobile, le mani che tremavano leggermente mentre stringevano il bordo della pagina.
Nel borgo tutti avrebbero archiviato la storia della sua perizia a Lugano come l'ennesima, patetica farsa, l’ultima, per nascondere una totale sconfitta. Nessuno avrebbe perso tempo a cercarlo in Svizzera. Per il paese, per sua moglie e per sua suocera, Eraldo Scannagatti si era semplicemente lasciato cadere nel buio delle nebbie mattutine, gettandosi dal battello. E chi avrebbe mai speso una lacrima per lui?
Rimase lì, immobile al tavolino, con il respiro che si faceva sempre più corto, mentre il riflesso delle luci del lago cominciava a confondersi davanti ai suoi occhi. Era ancora vivo, e la valigia nella sua stanza d'albergo era piena zeppa di banconote, ma per il resto del mondo non esisteva più.
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La mattina dopo la sua partenza, il lago a Bellano si svegliò sotto una cappa di nebbia densa e untuosa che si attaccava alle ossa come una pece. Erano da poco passate le sette quando il Tino, un pescatore con la schiena curva come i remi della sua barca, scorse qualcosa che galleggiava a pelo d'acqua vicino al vecchio pontile. Dapprima pensò a un sacco di immondizia abbandonato, poi il colore verdastro e la forma lo fecero trasalire. Era un corpo, incastrato tra i pali di legno.
Nel giro di mezz'ora, il porticciolo si riempì di curiosi. Il maresciallo dei carabinieri D'Aloisio cercava di tenere a bada i soliti sfaccendati, ma le voci circolavano più veloci dei pettegolezzi del mercato. Il corpo era irriconoscibile, martoriato dai morsi dei pesci, ma ciò che tutto il paese credette di riconoscere, togliendo ogni dubbio circa l’identità del ripescato, furono un pastrano madido e consunto, e quella camicia lisa, che non lasciavano dubbi.
«E dire che l’altro ieri si vantava tanto del suo viaggio in Svizzera!» sibilò il Gualtiero, stringendo gli occhi e gettando la cicca nell'acqua, con un ghigno sprezzante che non lasciava scampo. «La Svizzera... ma quale Svizzera! Questo ha visto il fondo del lago prima ancora di Bellagio, altro che cattedre e perizie!»
La notizia corse lungo la riva. Quando Iride e Amabile arrivarono sul posto, la scena fu una vera e propria farsa tragicomica degna di un teatrino di paese. Il riconoscimento fu penoso e grottesco al tempo stesso: le due donne si strinsero i fazzoletti agli occhi, bagnandoli di lacrime tanto abbondanti quanto sospette. Tra un singhiozzo e l'altro, Iride si strappava i capelli invocando il nome del marito, ma non poté fare a meno di lamentarsi ad alta voce dei debiti e delle cambiali che quell'irresponsabile le aveva lasciato sul collo.
La suocera le fece eco con altrettanto zelo teatrale, battendosi il petto e gridando al cielo, salvo poi riprendersi subito per calcolare a gran voce le spese per un funerale degno, che avrebbe prosciugato quel poco che restava in casa. Entrambe recitavano la parte della vedova e della madre afflitte ma negli occhi lucidi, più di rabbia che di dolore, si leggeva benissimo il sollievo per la fine di un peso e la preoccupazione meschina per come parare il colpo che il destino aveva loro apparecchiato.
A dare il suo contributo ci pensò anche l'Ambrogio, il droghiere del paese, che si fece avanti borbottando e agitando il pugno verso l'acqua: «E adesso il mio conto? Chi me li dà i soldi della bottega? Aveva in sospeso mesi di farina, burro e generi di prima necessità! Sapevo io che razza di affare era, tenersi un cliente del genere!».
Poco distante, con il breviario sotto il braccio e l'aria di chi vorrebbe trovarsi altrove, stazionava don Remigio Ronchetti, il parroco del paese. Si avvicinò alle donne con la lentezza di chi non vuole farsi coinvolgere troppo, mormorò un paio di formule di rito guardando la punta delle sue scarpe impolverate e si congedò in fretta, ben sapendo che il defunto non era mai stato un assiduo frequentatore della messa domenicale e che la sua anima, probabilmente, si era già arrangiata per conto suo.
In definitiva, la dipartita dell’Eraldo non aveva prodotto che false lacrime e scarsi rimpianti. Per tutti quella del viaggio in Svizzera era stata solo una patetica messinscena per giustificare il suo gesto estremo: un bel tuffo dal battello, approfittando della nebbia del mattino, per inabissarsi con tutti i suoi guai nelle nere acque del lago. Che però, evidentemente, non sapeva che farsene e pensò bene di restituirlo alla pietà, si fa per dire, dei suoi più cari affetti.
Ad assistere a tutto quel trambusto, con il taccuino sgualcito e la matita pronta, c'era l’ Efisio Gagliardini , il giornalista locale. Per lui, quel suicidio era l'evento dell'anno, un'occasione d'oro per riempire la pagina della cronaca nera de La Provincia di Como con un po' di colore paesano.
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TRAGICO EPILOGO NELLE ACQUE DEL LARIO
DISPERATO GESTO DI UN CONCITTADINO
di Efisio Gagliardini

Bellano, 27 novembre 1935
Nelle prime livide ore della mattinata odierna, le fredde e misteriose acque del nostro amato Lario hanno restituito la salma di un nostro sventurato concittadino, ponendo fine alle umane pene che ne affliggevano il tormentato spirito. Si tratta del noto studioso e uomo di lettere, il professor Eraldo Scannagatti, la cui scomparsa lascia attonita l’intera cittadinanza.
Il corpo, rinvenuto impigliato tra i legni del vecchio pontile dal solerte pescatore Tino Bordoli, versava in condizioni tali da non lasciare adito a dubbi circa l’identità dell’annegato, sebbene il volto recasse i tristi segni delle ingiurie causate dal tempo trascorso nell'abisso. A un primo esame del pastrano e delle vesti, la vedova, signora Iride Denti in Scannagatti, e l'affranta suocera, signora Amabile Maglia vedova Pezzoli, riconoscevano straziate le spoglie del congiunto.
Sulle cause e sulla dinamica del tragico evento, le autorità inquirenti mantengono al momento il più stretto e doveroso riserbo. Il solerte maresciallo D'Aloisio, comandante della locale stazione dei Carabinieri, non ha inteso sbilanciarsi, dichiarando che le indagini restano aperte a ogni ipotesi. Non si esclude, infatti, la tragica fatalità riconducibile a un malaugurato scivolone nelle fosche e nebbiose ore dell’alba, sebbene non si possa del pari accantonare la pista dell’insano proposito.
Ben più tagliente e perentorio appare invece il giudizio che serpeggia tra i capannelli di piazza e all’uscita dalle botteghe. Tra la cittadinanza si fa strada con insistenza la convinzione che il preteso incarico di studio Oltreconfine non fosse altro che una misera e puerile finzione. Una menzogna architettata dal defunto al solo scopo di nobilitare, agli occhi della pubblica opinione, la propria intima e disperata risoluzione di sottrarsi al peso della vita.
La nostra redazione esprime il più profondo e sentito cordoglio alla famiglia, unendosi al lutto di quanti vorranno accompagnare il feretro nel suo estremo viaggio. Le esequie avranno luogo domani presso la Chiesa parrocchiale, officiate dal reverendo don Remigio Ronchetti.
Che la terra gli sia lieve.

Andata e Ritorno - Parte 1 testo di sergiomis
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