Opinione Cinematografica: One Battle After Another

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Testo: Opinione Cinematografica: One Battle After Another
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OPINIONE CINEMATOGRAFICA di Pasquale Asquino “Una Battaglia Dopo L'Altra”

Ispirandosi solo vagamente, quasi come patina di artificiosa ascendenza nobiliare, al romanzo “Vinland” di Thomas Pinchon, Paul Thomas Anderson si allontana dal modello Kubrickiano a cui era stato spesso accostato (specie per “il Petroliere”) per realizzare una pellicola feroce ritratto dell'america Trumpiana, primo o secondo mandato che sia (con una senile parentesi Bideniana che l'ha soltanto sedimentata), fatta di suprematismi, polarizzazioni, conservatorismi, ripiegamenti ego(ero)tici dell'io alla ricerca disperata di potere sull'altro da sé, che a tratti lascia perplessi per il voler essere innanzi tutto perifrasi più che narrazione, ma che ha conquistato Hollywood senza se e senza ma, nell'assunto tuttavia che a far più rumore, ad avere più voce, sia l'orientamento libertario, democratico, giusto perchè si, oggi in opposizione, mentre è innegabile che, negli Stati Uniti faro di civiltà e costumi, l'orientamento mentale, più che politico, prevaricatore nei suoi geni, sia già iscritto nella costitutuzione di padri fondatori razzisti e superomisti e (forse) solo le sue derive avanzate dal delirio Trumpista potrebbe (tornare a) far esplodere. 

L'assunto manicheo del soggetto è la presa di posizione oltranzista (ancorché a tratti caricaturale, ma lo è, il film, sia verso un Di Caprio, debosciato militante in tenuta Lebowskiana, che verso la sua controparte sadica Penn) a favore dei “rivoluzionari” anti sistema, nichilisti, che in realtà forse solo casualmente sono libertari, poichè nulla vieta che potrebbero appartenere alla parte avversa, reazionaria, se fosse il parossismo democratico (nella modernità detto anche “woke”) ad essere al potere: il tema in sottotraccia è la bramosia di potere, di controllo, sul prossimo, fino al dominio autolesionistico degli impulsi sul raziocinio, rappresentato al meglio sia dalla violenza psicotica (stereotipata nel cinema di genere americano da almeno 50 anni: fin dal citato Scarface di De Niro almeno) del grottesco (ma bravissimo) colonnello di Sean Penn (che evoca certi “generali” del panorama politico nostrano…), sia, per parte avversa, dalla figura ipersessualizzata della leader Perfidia Beverly Hills la cui fantasmatica scomparsa dopo il primo terzo di film consente una lunga elaborazione del lutto sfociante nella catartica rivelazione finale che forse l'amore è possibile ma solo se mediato da distanze incolmabili, quasi al pari di quelle della morte.

Vero è, infatti, che dopo la lunga introduzione costituita da un affastellarsi di azioni-commando, attentati una-bomber e raptus sessuali della suddetta Perfidia (anche durante la premiazione degli Oscar, Teyana Taylor ha dato prova di notevole effervescenza), il film, tampinato dalla musica letteralmente monocorde di Jonny Greenwood, si concentra sulla lunga ricerca (per motivi eufemisticamente diversi…) di una figlia da parte di due padri (il biologico e il putativo), e, al più, per motivarne gli anche notevoli risvolti action, sulla presentazione delle modalità di espressione più strutturate di quella bramosia di potere di cui sopra: aggregazioni cospiratorie sotterranee non solo perché terroristiche (pardon, rivoluzionarie) come il French 75 protagonista, ma anche in quanto apparati occulti dell'amministrazione, che per altro brillano per goliardia (la potente società segreta cui Penn prova fatalmente ad affiliarsi si chiama Pionieri del Natale), più efficienti nel trovare soluzioni definitive su cui la burocrazia di sistema (che è sempre una democrazia, accidenti…) si arenerebbe, che tuttavia condividono l'ansia di autoconvincersi di saperla più lunga dell'individuo medio (bislacchi messaggi in codice e password abbondano).

Paradossalmente, nelle sue derive complottiste, alimentate dalla libertà di parola (più che altro libertà di creatività…) che l'inesauribilità degli spazi di espressione di internet consente, il film ha delle assonanze con il coevo, fantascientifico, “Bugonia” con il quale se l'è giocata agli Oscar. Difficile tuttavia considerare memorabili dei film tanto ancorati alla realtà sociale del momento, e tanto accondiscendenti con la posizione che difendono per partito preso: il cinema impegnato della new Hollywood dei 70, ad esempio, non inseguiva pedissequamente il lieto fine.

A dispetto di una “mano” non propriamente da cinema action, la regia ci regala comunque una brillante sequenza da mal di mare, l'inseguimento automobilistico in sottofinale.

Genere: thriller

Regia e sceneggiatura: Paul Thomas Anderson

Interpreti: Leonardo Di Caprio, Sean Penn, Benicio Del Toro

Opinione Cinematografica: One Battle After Another testo di alepasquale1771@gmail.com
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