Lontano dagli occhi lontano dal cuore

scritto da parlodime
Scritto 15 anni fa • Pubblicato 15 anni fa • Revisionato 15 anni fa
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Testo: Lontano dagli occhi lontano dal cuore
di parlodime

Caro Alessandro,

“lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.

Questi detti popolari che sono entrati a far parte del nostro linguaggio comune funzionano un po’ come una ricetta “risolvi tutto”. La panacea di tutti i mali.

Non sai quante volte ci ho pensato. Di partire, di starti lontana dagli occhi, ma soprattutto dal cuore. Non sai quante volte ho provato ad allontanarmi fisicamente da te.

“Ti farà bene staccare per un po’” cinguetta Elena dell’altra parte del telefono.
Io resto in silenzio e lei sa bene che quasi tutti i miei silenzi significano “Non sono d’accordo, ma se lo dici tu…”.

Mi ritrovo alla stazione, una borsa piena di oggetti inutili e scelti a caso, un treno da prendere che invece preferirei perdere.
Il viaggio è lungo, decisamente più lungo delle altre volte. Ogni fermata mi appare diversa, quasi fatico a riconoscerla.

I luoghi in cui sono cresciuta sono cresciuti lontani da me. Sono diventati maturi e non si ricordano più di me.

Mi guardano da lontano e anche loro sembrano avere qualcosa da dire. Sulla mia assenza, sui lunghi anni che ho deciso di interporre tra loro e me.

Bologna, eccola. Lei, invece, è uguale. Un po’ in disordine, ma uguale. E mi piace.

Riassaporo gli odori, ascolto i suoni, gli accenti, le parole, assaggio i sapori forti e decisi tipici di Bologna.

Elena è in forma. Mi aspetta all’uscita della stazione, Lea e Marco aggrappati alle sue gambe come le scimmie che si vedono allo zoo.
Lei mi viene incontro mantenendo un equilibrio inspiegabile e mi regala uno dei suoi splendidi sorrisi.

L’abbraccio e sono davvero felice di essere lì. So bene che i miei stati d’animo giocano alle montagne russe, ma in quel momento sono felice.

Lei non chiede niente, Costruisce una conversazione fluida, facile, veloce ed innocua. Nessuna parola taboo, nessun argomento proibito.

Arriviamo a casa. Elena mi dice “Saranno qui tra poco. Sali e se vuoi rinfrescati un po’”.





Avevo dimenticato che per “l’occasione” Elena ha invitato suo fratello e qualche amico semi sconosciuto che dopo decine di anni, oggi sono davvero dei perfetti Signori Sconosciuti.

Mi sdraio sul letto e ripenso a quante altre volte su quel letto sono stata felice. Quante volte passavo la notte a parlare con Elena, quante volte quel letto ha raccolto la mia serenità.

Mi accorgo che non sono mai stata infelice, su quel letto.
E d’improvviso mi alzo di colpo, quasi non volessi contaminare di tristezza quel letto felice.

Mi affaccio alla finestra e vedo arrivare i primi invitati.

Giuseppe è sempre uguale, affascinante e un po’ selvaggio. Accanto a lui una donna. Specularmente differente da lui. Indossa una abito lungo, grigio, e delle scarpe altissime.
Immagino la fatica che sta facendo nel camminare sul viale di Elena e contemporaneamente la invidio perché io i tacchi li ho lasciati a casa…”tanto da Elena è impossibile usarli”.

Stanno quasi per suonare alla porta che eccolo.

Giovanni scende dall’auto e ancora prima di entrare in contatto con il resto del mondo, il mondo già se l’è abbracciato.

Giovanni è così. Carismatico, energico, vitale.
Deve averla succhiata a me, tutta questa linfa vitale. Una sorta di vampiro intellettuale.
Mi fa strano vederlo in territorio “neutro”. Mi fa strano vederlo solo, senza una donna accanto.

Il suono del campanello è come se mi svegliasse. Risistemo i miei pensieri in un cassetto, faccio bella la mia tristezza e scendo.

I miei passi sulla scala passano fortunatamente inosservati, mi sento una presenza fantasmatica che osserva gli altri senza essere notata.

Giovanni si sente già. Ride, parla, brontola e ride di nuovo. Mantiene con le altre persone una strana distanza. Lui, che di solito è invece affettuoso, resta in disparte. Almeno con il corpo.
Giuseppe e la donna misteriosa, invece, sono vicini. Si devono conoscere da poco, si vede.
La loro vicinanza fisica denota un bisogno di conoscersi…intimamente.

Entro come se fossi il gatto. Prendo Lea in braccio e saluto. Giovanni mi corre incontro “Eccola! La mia meraviglia svizzera!”. Non posso non sorridere. Insomma…non mi capita spesso di essere paragonata ad Heidi. Indiscusso mito svizzero.

A dire il vero non so bene perché non ti ho chiesto di venire con me. Semplicemente per lo stesso motivo per cui non ti chiedo mai quando possiamo vederci, per lo stesso motivo per cui non riesco ad avere con te una comunicazione spontanea, orientata al quotidiano.


È che temo così tanto i tuoi no, che preferisco non chiedere. Perché ogni volta che lo faccio, spinta da una voglia enorme di vederti, poi passo ore a tormentarmi nell’attesa della tua conferma.

E quando è no, per me è come ricevere un pugno nello stomaco. Lo stesso effetto.

Giuseppe mi presenta Laura, la sua ragazza. Laura si stacca dal braccio di Giuseppe sul quale era appollaiata e mi stringe la mano. Una bella e forte stretta di mano. È felice, si sente.

Elena rientra il salotto. La cena è pronta. Il salotto si trasforma in un teatro nel quale io divento spettatrice trasparente di vite altrui.

Guardo e ascolto i gesti di Giovanni e percepisco che è tardi. Per parlare, per spiegare.
Le cose tra noi scorrono come acqua sporca.

Guardo e ascolto i gesti di Giuseppe e Laura ed Elena e percepisco che è troppo.
Osservo le loro parole, sorrido ai loro gesti felici e mi sento diversa.

Le persone in questo salotto improvvisamente mi appaiono diverse e lontane. Non sono le stesse che sono cresciute con me. Non sono le persone che hanno diviso gran parte della loro vita con la mia.

La scena della quale io sono spettatrice, mi appare amara e non so dire perché.
Mi infastidisce il loro non detto che è tutto, tranne che non detto.

Mi siedo a tavola e cerco di riacquistare il piacere di esserci. Ma questa danza di frasi fatte, arrosti comuni, patate condite ai convenevoli mi assorbe completamente.

Ed è lì, esattamente in quel momento che io capisco che…lontano dagli occhi lontano dal cuore non è altro che uno stupido proverbio inventato da chi gli occhi li aveva poco allenati e il cuore lo usava solo per il buon andamento delle funzioni vitali.



Perché in questo salotto famigliare, pieno di persone famigliari, in questa città che mi è famigliare, niente più mi è vicino.


Sono tutti parenti lontani.


Il mio pensiero percorre questo salotto, questa casa, questo giardino, questa Bologna ed arriva a te.
Questo pensiero che so che tu senti e che, se non vuoi, puoi sempre spedire indietro.

Tanto…lontano dagli occhi lontano dal cuore….


Con infinita lontananza,
tua Marta

Lontano dagli occhi lontano dal cuore testo di parlodime
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