Morgan , l'uomo del mare

scritto da cat_sandulli
Scritto 2 anni fa • Pubblicato 2 anni fa • Revisionato 2 anni fa
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A mio padre, eterno amante del mare.
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Testo: Morgan , l'uomo del mare
di cat_sandulli

Levammo l’ancora e fummo pronti a ripartire. Il cielo azzurro di quella mattina era così un tutt’uno con il colore del mare da farci quasi sembrare che si fosse gettato tra le onde ad abbracciarlo. Quando le nostre imbarcazioni si fermarono , preparammo l’occorrente per attrarre le nostre piccole prede. Infilammo dei vermetti sulle lenze delle canne da pesca e quando gettammo le nostre armi nell’acqua trasparente ,si potevano notare numerosi banchi di pesci pronti ad abboccare alle nostre succulenti esche. Sopra le nostre teste , si vedevano accerchiarci come avvoltoi in cerca di carcasse, degli stormi di gabbiani che aspettavano lì in alto , fermi e pronti, il momento giusto per fiondarsi su quel banco di pesci (non appena fossero stati tirati fuori dall’acqua dalle nostre esperte mani). Il passaggio di un’altra imbarcazione poco più distante fece muovere velocemente alcune onde, e quando tirammo su le nostre piccole prede, per un momento ci sembrò quasi che ci fossero venute incontro danzando al ritmo di quell’onda. Pescammo diversi tipi di pesce: acciughe, sgombri, pesci spada e quando fui soddisfatto di quel bottino” vedete - dissi sorridente ai miei compagni– il segreto sta nel mantenere la calma. Nell’aver quella sana pazienza del saper aspettare. Un vero pescatore, un vero amante del mare, quando vede le onde diventa un tutt’uno con esse. Resta lì e ne gode la bellezza e non fa caso né al vento che soffia, né al sole che brucia o alla pioggia che cade. E quando i pescatori qualche volta si tuffano per nuotare, capiscono cosa provano i pesci quando tra quelle correnti sono ancora liberi di viaggiare .Sapete cosa diceva Van Gogh , il noto pittore? I pescatori sanno che il mare è pericoloso e le tempeste terribili, ma non hanno mai considerato questi pericoli ragioni sufficienti per rimanere a terra”. E mentre dicevo quelle parole, pensavo a quanto fossero state veritiere nella vita di un lupo di mare come me: uno che non si è mai tirato indietro davanti a niente, ho sempre fatto visita al mare , senza preoccuparmi di che condizione atmosferica ci fosse, senza pensare ai pericoli : è vero , la paura c’era anche perchè la mia imbarcazione era così piccola rispetto all’immensità dell’oceano : sarebbe bastata solo un’onda più forte del solito a spazzarla via. Ma il desiderio di sostenere una conversazione tra il timone con cui guidavo la mia imbarcazione ed il mare, era più forte di qualsiasi timore : persino della morte. Mi ricordai di quella volta in cui nonostante fosse prevista una forte tempesta, io e i miei compagni prendemmo la barca e andammo a largo. Una forte onda, fece sbattere le nostre imbarcazioni su degli scogli e dovettimo tenerci con tutte le nostre forze aggrappati l’un l’altro, per non cadere in acqua. Non so se fosse stato dovuto ad un colpo di fortuna, ad un volere del fato o degli dei, ma riuscimmo con fatica a condurre le nostre imbarcazioni e le nostre vite sane e salve nel porto. Dopo aver pescato quei pesci restammo a largo diverse ore e quando il sole tramontando tinse del suo rosso l’acqua del mare , ci avviammo verso il porto. Mentre tornavo verso la riva pensavo a quanto mi facesse bene quell’ odore dell’ aria di mare, quanto lenisse il dolore che mi portavo dentro: la consapevolezza che fossi gravemente malato. Prima però che potesse arrivare il giorno in cui la mia malattia prendesse il sopravvento, dissi a me stesso che dovevo assaporare più che potevo con la vista il colore della schiuma marina , osservare i gesti delle mani dei miei compagni mentre infilavano le esche negli ami, ascoltare il suono del mare sulla barca, quella melodia che riuscivo a sentire anche a casa, con quella conchiglia che tenevo sul comodino e amavo porgere al mio orecchio nei momenti di nostalgia, Avrei dovuto godermi con la pelle ed il cuore gli abbracci della mia famiglia e tutto l’amore che avevano nei miei confronti, come in quella foto che tenevo sempre nel taschino della camicia, e portavo con me anche quando il mare mi conduceva lontano. Poggiai i miei piedi sulla riva e rivolgendomi ai cavalloni marini che si infrangevano sulle pietre del porto dissi “ è ora di andare mare, ma tanto torno presto”. Tornai a casa e ad aspettarmi in giardino mentre dava l’acqua alle piante, c’era mia moglie Diana. Mi sorrise e dopo avermi fatto entrare in casa , ed esserci accomodati in salotto, mi porse la conchiglia di cui tanto amavo ascoltare la melodia “ il dolce suono delle onde lo puoi sentire anche da qui “mi disse. Diana mi conosceva bene e sapeva che nonostante fossero passate solo delle ore da quando i miei occhi avevano incrociato il colore delle onde, ne sentivo già la mancanza. Ascoltando in silenzio quel suono riuscivo ad assaporare la calma dei cavalloni marini. Quella ninna nanna che ti sussurra il mare muovendosi quando qualche volta ti culla dolcemente come una madre. Ma la natura si sa è imprevedibile e mentre tenevo in mano quella conchiglia, riuscivo a captare anche la forza che talvolta tira fuori il mare. Sì la sua ferocia, che non lascia alcuno scampo a chi osa metterlo alla prova. Chi crede negli Dei forse direbbe che questa doppia faccia del mare, questo lato più aggressivo è dovuto alla rabbia di Poseidone , il dio del mare che si scaglia verso chi osa sfidarlo, ma io credo che le onde abbiano semplicemente una loro anima , che va rispettata. Chiusi gli occhi e pensai che per quanto io amassi il mare, avrei voluto poter essere un gabbiano: così da potermi posare sull’acqua e pescare i pesci nelle belle giornate estive e volare in cielo osservando i cavalloni marini alzarsi, nelle giornate di tempesta, in modo da non dover fuggire dalla forza delle onde, ma poterle osservare silenziosamente dall’alto , guardandole con ammirazione da un’altra prospettiva. Chi nasce in una città di mare, ed ha la fortuna di goderne a pieno fin da bambino, si porta dietro una seconda pelle. Io ad esempio ho passato talmente tanto tempo della mia vita al mare, da poter dire che la mia pelle è fatta di carne ma sopra è ricoperta da uno strato di acqua marina. Per quanto io sia abile nel nuoto , vivendo sulla terra non posso dire di essere totalmente come un pesce, però non riesco neanche a fare a meno delle onde, per questo penso che se fossi un animale, vorrei proprio essere un gabbiano. Arrivò la sera ed essendo la notte di s. Lorenzo, io , mia moglie Diana ed i miei figli, ci sedemmo in giardino a guardare le stelle “ esprimete un desiderio , ma ricordate : i vostri desideri quando li esprimerete guardando il cielo, non rimarranno in alto, ma torneranno giù, in fondo al mare.“ Senza fiatare , e comunicarcelo reciprocamente , con il cuore sentivo che tutti noi avevamo espresso lo stesso desiderio : le nostre anime all’unisono avevano intonato un canto di speranza : quella che io guarissi presto dal mio male e che la nostra vita rimanesse serena e appagante come lo era sempre stata. L’indomani tornai a fare visita al mare, stavolta però decisi di portare in barca con me i miei due bambini . Levammo l’ancora partendo dal porto e quando ci trovammo davanti ad un mucchio di scogli, legai con una fune la mia imbarcazione ad una punta dello scoglio. Sotto quelle grandi pietre , vi era una distesa di stelle marine rosse: “vedete bambini miei” dissi “ questi sono tutti i nostri desideri . Quando li abbiamo espressi erano nei nostri cuori, ma non erano concreti erano un qualcosa di astratto. Quando però sono usciti dalle nostre menti perché ci siamo rivolti al cielo, lui li ha ascoltati ed ora sono qui , nel mare affinchè i nostri occhi ne possano godere della bellezza , sono diventati un qualcosa di concreto : non più richieste alle stelle cadenti, ma vere e proprie stelle marine. Guardatele e assaporatene con lo sguardo la meraviglia delle loro forme e dei colori che le ricoprono, ma non coglietele, no, perché sennò moriranno! loro racchiudono i vostri desideri espressi, e smuoverle dal mare, sarebbe come rivelarli. Invece devono rimanere nelle sue profondità. Si dice che i desideri vadano espressi in silenzio , ed è così. Se davvero volete che si avverino, devono restare silenziosi , taciturni abitanti del profondo del vostro cuore. “ Ci sorridemmo reciprocamente e dopo aver sciolto il nodo che avevo fatto allo scoglio, proseguimmo la navigazione. Il sole faceva brillare il mare : sembrava una distesa d’acqua: non più fatta di sale , ma di piccoli diamanti che la rendevano ancora più preziosa di come inizialmente era apparsa ai nostri occhi. L’acqua era così trasparente che non fu difficile per noi notare delle piccole meduse sia marroni sia viola che si lasciavano trascinare dalle onde. “ Papà le meduse mi fanno così paura, sono sempre più convinta che oggi non mi butterò in acqua” disse mia figlia Turchese. “Amore mio, tutte le meduse sono in balia delle onde, si fidano ciecamente del loro elemento : l’acqua. Loro sanno che se escono dal loro elemento muoiono: ad esempio se vengono prese e tenute sotto il sole , loro si scioglieranno. Quelle marroni per noi sono innocue, le puoi tenere tranquillamente anche in mano senza venire punta. Quelle viola è vero hanno i tentacoli ma se le prendi dall’ombrello che hanno sopra, e le tratti con delicatezza, non ti pungeranno, possiamo quasi dire che si fideranno di te.” Voi bambini miei, adesso siete innocenti e avete uno sguardo aperto a fidarsi di chiunque : possiamo quasi dire che siete come due piccole meduse marroni.

Però vi dico una cosa : più andrete avanti nella vita e più imparerete ad essere come le meduse viola: capirete che è meglio mantenere la vostra dolcezza solo con chi vi sa trattare con i guanti bianchi: chi vi accarezza l’anima con parole gentili e vi rispetta con i fatti. Imparerete ad avere carattere e sapervi difendere con i vostri tentacoli. Comprenderete dopo aver sofferto qualche volta che non tutti meritano la vostra completa fiducia. Ma per quei pochi che la meritano, sarà come se foste delle meduse marroni: completamente innocue”. Quando quel banco di meduse si allontanò , danzando al ritmo delle onde, i miei bambini si decisero a tuffarsi in acqua. Ci tuffammo tenendoci per mano e mentre lentamente riemergevo in superfice, sentivo l’acqua fresca scorrermi addosso. Quando riemersi udì il suono delle forti risate allegre dei miei bimbi e d’improvviso quel gelo che sentivo sulla pelle dovuto alla fredda temperatura del mare , scomparve. Dentro di me sentivo solo un calore: quello dell’immenso amore che provavo alla vista delle loro piccole chiome bionde. Mi dovetti sfregare gli occhi con le dita per liberarli dal sale, e quando li guardai attentamente in volto, mi accorsi di quanto Turchese la più grande , somigliasse tantissimo a me mentre il piccolo Teodoro invece fosse identico alla mia adorata Diana: la loro splendida madre. Dopo aver nuotato per parecchi minuti, ci mettemmo in fila per risalire sulla scaletta, e quando fummo di nuovo tutti sulla barca, levai l’ancora e tornammo verso il porto. Il sole stava tramontando e un vento piacevole accarezzava i loro capelli biondi. Quando eravamo quasi giunti sulla terraferma “Grazie papà per questa splendida gita “ mi dissero in coro. Poi mi si avvicinò Turchese , la mia bambina più grande ed accarezzandomi il braccio “ ora capisco perché ami il mare: non smette mai di sorprenderti , un po' come fa la vita” mi sussurrò. Le accarezzai il viso e quando suo fratello corse ad abbracciarmi, mi ricordai di quanti anni avessimo atteso io e mia moglie per avere un altro bambino e riuscire a dare un fratellino alle nostre piccola Turchese. Ci rivolgemmo più volte alle stelle cadenti esprimendo questo forte sogno e quando finalmente, quel regalo dal cielo arrivò, lo battezzammo con il nome di Teodoro, che significa dono di Dio. Scendemmo dalla barca, e quando salutammo il mare tornando a casa ,una lacrima accarezzò le guance del mio piccolo Teodoro bagnandogli le labbra “ papà sto piangendo mare dagli occhi , la lacrima è salata”.mi disse.

Sorrisi dicendo “ Figlio mio, tu sei nato sul mare. Chi nasce in una città di mare, si porta il suo sapore addosso per sempre: in qualunque luogo vada. : quando piangi e le lacrime scendono giù fino a toccare le tue labbra, io ti guardo e vedo l’azzurro delle onde. Tu hai questi occhi blu enormi che ne ricordano il colore: e chi incrocia il tuo sguardo ha la fortuna di vedervi dentro l’immensità del mare .Per questo quando piangi, senti il suo sapore. “ i miei figli sorrisero e quando arrivammo a casa, raccontarono entusiasti alla loro madre, gli incontri marini di quella meravigliosa giornata. L’indomani tornai a fare visita al mare, stavolta però portai con me solo il mio piccolo Teodoro per insegnargli l’arte del saper attendere: cioè l’arte della pesca. Partimmo la mattina presto io, Teodoro e i miei compagni di navigazione. Il mare era silenzioso ed in cielo si udiva solo il canto dei gabbiani. Dopo essere arrivati al largo, presi le piccole manine di Teodoro “Bimbo mio, adesso ti assegnerò un compito importante: dovrai aiutarmi a preparare le esche per i pesciolini”. Le piccole ma abili mani di Teodoro infilarono i vermetti nelle lenze e quando gettammo le canne da pesca in mare “ Ora bisogna solo aspettare qui seduti dove siamo, il momento giusto. Vedi figliolo la vita è come la pesca : dobbiamo sempre provare a buttare il nostro amo per cogliere le varie opportunità che ci vengono offerte, ma si deve anche saper essere pazienti perché a volte non tutti i risultati sperati arrivano subito. “ Attendemmo un po' di tempo e quando i pesci abboccarono, tirammo su le nostre succulenti prede. “sei stato bravissimo in questo compito, piccolo Teo – ma con il passare degli anni ne avrai uno ancora più importante: dovrai prenderti cura di tua madre Diana e di tua sorelle Turchese, quando io non ci sarò più. Un giorno io non sarò più un semplice uomo e mi dividerò tra il mare ed il cielo: sarò un gabbiano che vola libero sopra i tuoi magici occhi”. Indossai la mia muta da sub , e dopo aver lasciato Teodoro ai miei compagni, mi immersi in acqua. Notai sul fondale una distesa di coralli rossi come non ne avevo mai visti e dopo averli fotografati pensai a quanto io e Diana desiderassimo altri figli e se avessimo avuto la fortuna di poter avere una terza figlia, mi sarebbe tanto piaciuto chiamarla Corallo. Quando riemersi in superfice notai il luccichio degli occhi emozionati di mio figlio alla vista di quei coralli che avevo fotografato “ ma sono rossi come il tramonto “mi disse. “Molto di più , risposi io, come il colore dell’amore che provo per te, per voi. “ e dicendo quelle parole mostrai al mio piccolo Teodoro la foto della nostra famiglia che tenevo sempre nel taschino della camicia. Gli baciai la fronte e quando tornammo a riva, decidemmo di passare per le vie della città prima di rincasare. Ci fermammo davanti ad un negozio che vendeva dei gioielli bellissimi fatti di oro placcato e coralli “ quel bracciale piccolo con i coralli ed una tartaruga d’argento è perfetto per tua sorella Turchese , e quella collana piena di coralli poggiata sul manichino in vetrina, starà benissimo all’elegante collo della mia adorata Diana “ dissi. “per te invece mio piccolo Teodoro, prenderò questo portachiavi con la rosa dei venti : affinchè tu possa ritrovare sempre la giusta rotta, quando sentirai di esserti quasi perso”. Dopo aver fatto confezionare quei preziosi doni tornammo a casa. “ Questi regali sono per voi , nella speranza che quando li indosserete, penserete sempre al mare, a me. Perché anche quando io non sarò fisicamente qui con voi , mi troverete nelle cose che amo: nell’immensità del cielo, nel fondo del mare, negli abbracci della piccola Turchese, nei tuoi baci , o mia dolce Diana , e negli occhi profondi di Teodoro”. Una lacrima bagnò le nostre guance commosse al solo pensiero che un giorno ci saremmo dovuti separare. Poi però prevalsero i nostri sorrisi : dovuti alla gioia di essere lì nella nostra casa, ancora tutti insieme. Il giorno seguente con enorme dispiacere dovetti rinunciare a fare visita al mare, avevo un appuntamento diverso , non più con il mio elemento l’acqua, ma con una persona : il mio medico: dovevo fare dei controlli. Purtroppo però non vi furono buone notizie: stavo lentamente peggiorando. Mi feci forza e promisi a me stesso che qualunque cosa fosse successa da lì in poi, anche se le mie condizioni fossero peggiorate il mio sguardo non avrebbe mai smesso di voler incrociare la forma delle onde. Nei giorni e mesi a seguire, continuai a sentire il richiamo del porto e tornai a fare visita al mare. Ci andai fin quando le mie gambe riuscirono a reggere il peso del mio corpo ed anche quando la mia malattia iniziava a prendere il sopravvento e dovetti muovermi con la sola forza delle braccia che spingevano le ruote della sedia a rotelle su cui ero seduto. Non ero più in grado di muovere le gambe, ma il suono del mare per me era come il canto delle sirene per Ulisse : irresistibile. Avrebbero dovuto legarmi ,per impedirmi di incontrarlo. Un giorno nonostante le difficoltà che la mia condizione fisica mi poneva davanti, andai con i miei compagni a fare visita al mare. Quando arrivammo sul molo dove era attraccata la nostra imbarcazione, mi presero in braccio facendomi salire sulla barca per poi posizionarmi sulla mia sedia a rotelle. Partimmo dal porto e vedendo gli sguardi compassionevoli degli sconosciuti pensai che sicuramente qualcuno di loro si fosse chiesto come ci venisse in mente di navigare a mare aperto in quelle condizioni: qualora ci fosse stata una tempesta forse non sarei sopravvissuto, perché non sarei riuscito a nuotare abbastanza a lungo da rimanere a galla. In parte posso dire che forse chiunque pensasse una cosa del genere , aveva ragione , non si poteva biasimare.Era vero non avevo più la forza sulle mie abili gambe, ma portavo sul mio volto un altro tipo di forza: quella di non lasciarmi abbattere dalle piccole e grandi prove che la vita mi metteva davanti, ma cercare di vivere a pieno la bellezza del mondo, mantenendo sempre il sorriso. Dopo aver navigato diverse ore ed essere arrivati nel punto esatto per pescare , preparammo l’occorrente per catturare i pesci. “In fondo- pensai- stare qui fermo ha i suoi lati positivi, non c’è neanche bisogno che io cerchi uno sgabello per sedermi perché su questa sedia , sono già pronto ad attendere che i pesci abbocchino al mio amo”. Mentre aspettavamo l’arrivo dei pesci ,mi rivolsi ai miei compagni “ seduto su questa sedia – dissi ho imparato a comprendere il valore delle cose. Voi avete un grande valore per me, perché siete la mia seconda famiglia. Voglio che sappiate che in caso di bisogno anche se io non potrò più correre con le mie gambe , potrò spingere queste ruote con tutta la forza delle mie braccia. Forse non potrò più pescare sott’acqua come facevo prima , ma sarò lì ad insegnarvi come fare in caso ne aveste bisogno. E se sentirete di esservi persi , sbagliando la rotta, sarò la bussola che vi guiderà sulla strada verso il porto”. Ci abbracciammo e Dopo aver tirato su le reti piene di pesci e le nostre canne da pesca, tornammo verso casa. Quella sera dopo aver cenato con la mia splendida Diana e i mie due bimbi, espressi il desiderio di andare sulla spiaggia a guardare la regina della notte : la luna. Portai con me anche il mio fedele cane, il mio adorato Nettuno un golden retriever di colore beige che mi sedette accanto ascoltando il suono dell’oceano. “ La vedi Nettuno mio la luna che sta in cielo?, gli dissi- è quella luce fondamentale nella vita di un sognatore. Chi la guarda ed ama navigare (non importa se in mezzo al mare o dentro i suoi pensieri), la vede come un faro a cui rivolgere i segreti più reconditi. Ed ora che ora siamo qui davanti a lei possiamo confidarle ciò che vogliamo, tanto rimane tra noi. I nostri segreti li avvolgerà nel suo mantello di stelle, e lì rimarranno custoditi per l’eternità.“ Nettuno era un cane molto intelligente e a volte mi sembrava quasi che capisse cosa gli stessi dicendo, o addirittura cosa stessi sentendo. Mi si avvicinò dolcemente poggiando la sua grande testolina sopra il mio braccio “Sai Nettuno mio, mi dispiacerà quando dovrò lasciare tutto questo: voi , la mia splendida famiglia, i suoni delle sirene delle navi nel porto, il canto dei gabbiani, la morbidezza del tuo manto peloso, il calore del sole e la poesia della luna insieme alle stelle. Quella sera la luna era più grande del solito e vedendola brillare non riuscì a trattenermi dal rivolgermi anche a lei:

“ Luna, con la tua luce forte illumini la notte. Silenziosa ti fai circondare da un abbraccio di stelle ,

mantello che solo tu sai indossare.E per non far sì che il buio qualcosa possa celare ,

con il tuo scettro reale accendi la notte come solo tu sai fare.Col tuo mantello stellato ,

fai si' che chi ti guarda resti estasiato.Sei sogno per chi sa sognare,

Faro per chi tra i suoi pensieri ama navigare.

E mentre copri di luce tutto quel che ti circonda ,

tu diventi mare, diventi un'onda”.

Le mie condizioni fisiche nel corso dei mesi peggiorarono, ma non mi detti per vinto: continuai ad andare in barca , a pescare , a ridere con i miei compagni, a vivere fin quando una mattina svegliandomi dal letto, mi accorsi di non riuscire a muovere qualunque parte del mio corpo, tranne le mani per accarezzare, gli occhi per vedere il mondo e le labbra per comunicare. A quel punto i medici mi vietarono di andare al mare ed io che ero una testa dura, capì solo allora quanto la mia condizione fosse grave, ma non mi importava. “Diana, io devo tornare a vedere le onde” dissi un giorno a mia moglie. Qui fermo su questo lettino mi sento una specie di soprammobile, ma lì in mezzo al mare, io sento di essere nel posto giusto. Chissà forse non è stato un caso che i miei genitori mi abbiano battezzato con il nome di Morgan, che significa l’uomo del mare, infatti penso sia lì che devo tornare”. In quella stanza eravamo io, mia moglie e il lettino su cui stavo: i miei bimbi non sentirono nulla di quella conversazione. Mia moglie dopo aver ascoltato la mia richiesta, si limitò a baciarmi la fronte. Non la accolse subito , anzi ci mise parecchi giorni ad assecondarla. Una sera chiamò in disparte i miei bimbi e gli disse “ papà non sta molto bene, ma domani tutti insieme lo porteremo al mare. “ L’indomani arrivammo al porto e a far salire sulla barca la barella su cui ero sdraiato furono due dei miei più cari compagni. Salirono anche mia moglie e i miei piccoli Turchese e Teodoro. Il vento soffiava sui nostri corpi ed il sole faceva brillare il legno della barca. Ringraziai mia moglie per avermi portato lì : quel gesto che le era costato tante paura, ma che dimostrava il suo immenso amore verso di me : nel vedermi sereno. Accarezzai i biondi capelli di Turchese con le ultime forze che avevo in corpo e quando i miei occhi incrociarono lo sguardo azzurro di Teodoro, mi accorsi che il suo viso era bagnato” Figliolo stai di nuovo piangendo mare? Dissi - il tuo però non è un mare pieno di pesci , ma di sensibilità , fa che non si prosciughi mai “. Guardai negli occhi la mia adorata Diana e dopo averle baciato le labbra, mi rivolsi per sempre alle onde:

“Mare,

chi alle tue onde si sa affidare,

lo lasci libero di nuotare.

Come chi ti abbraccia ma non ti schiaccia

non sai imprigionare ,

Perché quando è il momento sai a riva far tornare .

Ed anche chi un po' teme le tue profondità, non può non ammirare la grande vastità

Del tuo colore immenso, e gli torna il pensiero a quell'azzurro intenso, che circonda il cielo.

Quando poi ti scaldi con il rosso del tramonto ,

la gente torna a riva, e ti gode fino in fondo.

Seduto sulla riva o con una conchiglia in mano,

Sentirò il tuo suono anche se starò lontano.

Quando poggio i piedi sulle tue onde Mare, son pronto un'altra volta a lasciarmi trasportare.

E quando con un lento mi torni ad abbracciare ,

capisco perché rimi con la parola Amare”.

  Le mie labbra non emisero più suoni , le mie mani si fermarono, e circondato da tutto quell’amore , chiusi gli occhi.

La barca oscillò al ritmo delle onde ed un gabbiano dalle grandi ali volò sopra le nostre teste.

Morgan , l'uomo del mare testo di cat_sandulli
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