Mi chiamo Marco, Marco Almadiani. Mio padre, Giovanni Almadiani, è una persona piuttosto nota qui a Viterbo. Sopravvivere in questi anni bui non è una cosa semplice, passo la maggior parte del tempo a scrivere appunti su questo mio diario, perché mi aiuta a non sentirmi solo, anche se mia sorella maggiore lo considera una perdita di tempo.
Giorno 1, 1664
Non so come abbia preso la peste, ma ce l'ho. È iniziato tutto con una tosse frenetica, quasi spasmodica, fina ad arrivare a sputare sangue. Non l'ho detto a nessuno, per paura che mi ripudiassero, ma non serve a niente rimandare, prima o poi qualcuno lo scoprirà.
Giorno 5, 1664
Mi ha scoperto. Ho tossito davanti a mia sorella sputando sangue sul pavimento. La mia vita è rovinata! I miei mi hanno cacciato, ma io non voglio passare i miei ultimi giorno nel lazzaretto, in mezzo agli altri malati a marcire al buio, nel fetore insopportabile, senza il conforto di amici e familiari.
Giorno 8, 1664
Questi sono i miei ultimi giorni, sto sgretolando da dentro. Inizio a guardare fuori dalla finestra che si affaccia piazza delle Carbonare, oggi piazza di San Tommaso, dal nome della chiesa che qui si affaccia. Adesso ospita alcuni uomini dai buoni propositi, quelli della Confraternita dell'Orazione della Morte, che si occupano di dare degna sepoltura ai cadaveri, ecco perché in molti cominciano a chiamarla Piazza della Morte...
Mai come oggi il nome di questa piazza suona come macabro presagio del mio destino. È un pugno nello stomaco vedere bambini che giocano mentre i medici della pesta portano via su di un carretto cadaveri deformati.
Giorno 10, 1664
Le mie giornate ormai sono un fiume di sofferenze e sangue. Ogni singolo giorno cerco di ricordare come erano le mie giornate prima che accadesse tutto questo. Mi immergo nei miei pensieri e rigurgiti di sinistre immagini mi scuotono prepotentemente: paesaggi, emozioni, dettagli...
L'immagine più frequente è quella in cui certi uomini con una maschera dal becco lungo trascinano un vecchio urlante di dolore all'interno di San Tommaso.
Nuvole grandi e cariche di pioggia minacciano tetre all'orizzonte. Il tramonto tinge di un arancione innaturale il panorama. Mi guardo meglio intorno, oltre alle grida sento il brusio proveniente dal fondo della piazza di una folla stretta intorno a un palco. Mi avvicino: è un'esecuzione.
Mi giro un momento prima che la lama della ghigliottina sfiori il collo dell'uomo. Corro lungo via San Lorenzo in direzione del Duomo, disgustato da tutto, per evitare di imbattermi nell'altra piazza dove l'orrore delle esecuzione è assai frequente: Piazza del Gesù. Rallento trovandomi sotto ad archi di pietra levigata. Eccomi in piazza del Duomo con la bellissima cattedrale di San Lorenzo, patrono della città. Anche qua c'è una folla accalcata: papa Alessandro VII, un uomo sorridente, bacia alcuni bambini. Salgo sulle scale e mi trovo davanti al paesaggio mozzafiato della valle illuminata dalla fioca luce della sera che contrasta con il giallo ocra del grano. Fiori di tutti i colori sono sparsi nel prato come schizzi d'artista. Alcuni alberi terminano su questa valle FAUL, eredità delle quattro città etrusche Fanum, Arbanum, Vetulonia e Longula.
Giorno 12, 1664
Sto per morire. Di questo ne sono consapevole, ma non ho paura. L'altro giorno mi è venuto in mente che è inutile piangere e disperarsi perché è come se fossi già morto. Cosa cambia un morto di peste in più? Niente. Nessuno potrà piangere sul mio cadavere perché a tutti toccherà la stessa sorte, quind...
.... TRACCE ILLEGIBILI NEL SANGUE ...
11 Giugno 1695
... Forse ho capito cosa ho tra le mani, ho ritrovato il diario di mio fratello in questa vecchia cassapanca. Dopo tanti anni mi ritrovo a scavare nella memoria di quanto gli accadde. Ricordo che ci comunicarono che morì sulla scalinata della piazza del Duomo, da solo come un cane, lasciato a se stesso e alla morte. Rimpiango ancora quel giorno in cui dissi a mia madre che mio fratello probabilmente aveva la peste, sono continuamente tormentata dai sensi di colpa, e per cosa? Per uno stupido ratto. Sì, lui non lo sapeva ma era così. Venni a sapere che cercando di scacciare quel ratto si prese un morso e ingenuamente non gli diede troppo peso, non ci disse nulla perché gli sembrava solo un graffio da niente. Alla sua morte fummo tutti distrutti, fu un
bruttissimo periodo per noi. Avevo quasi compiuto diciotto anni, e senza il mio volere mi dovetti sposare con un altro uomo di famiglia con alcune proprietà. Ci trasferimmo a Bolsena. La casa non era troppo distante da quello splendido lago, da quello splendido tramonto, e da quella splendida isola che spesso osservavo con ammirazione. Appena arrivati ricordo che questo panorama mi colpì subito, venendo da una città non avevo mai visto niente del genere.
Ammiravo tale splendore che la natura poteva offrire, lo paragonai a un gigantesco specchio con delle macchie verdi all’interno. Quelle macchie verdi erano le isole, la più famosa era l’isola Bisentina. Ma a questo paradiso non mancava di certo la peste. Già, la peste… La maledetta peste è anche qui, come a Viterbo. Stessa atmosfera cupa, macabra, e come se non bastasse a rattristarmi tutto ciò, si aggiungevano le urla di dolore di varie persone mentre venivano caricate sul carretto dai monatti.
A Bolsena nacque il piccolo Marco, erede della famiglia, e anche se non amavo mio marito amavo tantissimo mio figlio, più di ogni altra cosa. La nostra casa era in un piccolo borgo vicino al lago, nei pressi del centro di Bolsena, ormai vivevamo di stenti a causa di questa maledetta epidemia, e mio marito era costretto a fare il pescatore. Non riuscivo proprio ad adattarmi alla povertà, ero abituata al benessere avendo avuto la fortuna di essere nata in una
famiglia benestante. Dormivamo su tavole coperte di paglia, quelle comodità di una volta le avevo completamente dimenticate, forse rimosse. Servivano
braccia per coltivare, arare i campi, fare lavori di fatica e per me era davvero difficile. A volte, nei pochi attimi di riposo, ringraziavo Dio di aver trovato il diario in questa nostra vecchia cassapanca. Me lo giravo tra le mani, non riuscivo a darmi pace e mi prendevo conto quanto mi mancasse mio fratello e quanto gli volevo bene. Quella mattina era una mattina vuota, come tante altre, e io fissavo lo specchio d’acqua del lago, sguardo perso nel vuoto, il diario tra le mie mani.
11 giugno 1695: questo giorno si apprestava a diventare un giorno una data trascritta sui libri degli studiosi. Fu il terremoto di Bagnoregio, fortissimo. Sapevo cosa erano i terremoti ma non mi rendevo conto di come ci si può sentire ad assistere ad una tragedia simile. Quel boato mi fece sussultare
riportandomi alla realtà, molto più rumoroso di un tuono, è difficile spiegare il rumore di quel boato, ma fu terrificante. Il frastuono degli utensili che caddero a terra, parte della finestra dalla quale sto guardando fuori si sgretolò, oscurandomi la vista per la polvere che si sollevò davanti ai miei occhi, tutto ciò che avevo intorno cadde. Riuscii a malapena a respirare, la polvere mi stava riempiendo i polmoni. La parete vicino a me aveva una crepa così grande che potevo vedere fuori: alcuni abitanti cercavano di mettersi in salvo dal crollo della loro stessa casa, alcune donne con i bambini in braccio uscivano piangendo e urlando. Ma quello che vidi dopo fu ancora più terrificante: il lago ritirò le acque lasciando scoperta una grandissima parte della spiaggia, da lontano un muro d’acqua si dirigeva verso di noi. Un vento stranissimo con un odore nauseabondo precedette l’onda… Poi, silenzio… Mi svegliai con un uomo che stava cercando di rianimarmi, l’acqua si era completamente ritirata. Purtroppo respiravo ancora.
La realtà è che non riuscivo più ad andare avanti con tutta quella tristezza che mi portavo dentro, con quel peso… non ce la facevo più. Ma nonostante questo, appena mi alzai, mi girai per vedere dove ero: mi avevano portata fuori da quel cumulo di macerie, erano riusciti a tirarmi fuori. Ero completamente sporca di fango, pesci senza vita di tutti i tipi erano rimasti su sabbia e terra, un odore acre mi pervase i polmoni e quasi vomitai. Alcune donne uscivano dalle loro case con bambini che piangevano, alcuni uomini aiutavano a soccorrere altre persone. Riconobbi la mia casa: era cumolo di macerie. Un uomo era già là e stava creando un varco tra le macerie, finché non liberò mio figlio, che tossiva e piangeva allo stesso tempo. Non posso dire che la mia vita sia stata sempre felice, per niente, ma non avevo mai provato una gioia tale: mio figlio, la cosa a cui tenevo di più al mondo, era vivo. Dopo questo semplice sollievo mi accasciai a terra con sorriso di liberazione, poi più nulla… buio totale… gelido silenzio…
Copia #n.# 11 del diario, collezione privata Marco Almadiani, in ricordo di mio zio.
Ricostruzione in ricordo della mamma e delle vittime di quei tragici eventi dell’11 Giugno 1695.
Mors Atra testo di davmari