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La Tuffatrice
Attraverso la grande porta a finestra che dava sul balcone Anna vide le cime degli alberi che sbrilluccicavano al sole e il riflesso del tramonto sul vetro di una finestra del palazzo di fronte. La ringhiera bianca tagliava in due la sua visuale: sotto le ombre si infittivano sul grigio dell’acciottolato e l’erba dei giardini si inumidiva per la sera che stava avanzando, sopra la luce, il sole ormai fievole e dolce.
Anna pensò che non ce l’avrebbe mai fatta a scavalcare la ringhiera, toccava sporgersi come faceva al mare quando voleva fare un tuffo di testa, ma poi aveva paura e all’ultimo momento si raddrizzava e prendeva l’acqua di pancia lanciando schizzi ovunque. Ora poteva anche stendersi tanto non ci sarebbero stati spruzzi, ne’ splash, ne’ acqua.
L’aria aveva una consistenza ovattata e fresca proprio come se l’era immaginata. Pensò che doveva assolutamente creare un pensiero grande, epocale, definitivo, ma non riusciva a scollarsi di dosso il paragone con quei tuffi che non aveva mai imparato a fare. Era bello che non le entrasse l’acqua nel naso come le succedeva sempre anche sotto la doccia. Non riusciva mai a coordinarsi tra espirare ed inspirare, ma non aveva importanza tanto ora erano la stessa cosa.
L’impatto con l’acqua sempre troppo fredda non sarebbe arrivato. Perché per lei l’acqua era sempre troppo fredda? Quella della doccia, del pediluvio e persino quando si lavava i denti doveva miscelare con l’acqua calda. Eppure non era una freddolosa, anzi sempre vestita troppo leggera per gli altri, troppo scollata a rischio di prendere un raffreddore, senza calze, oh Dio con questa temperatura! Lei continuava a ripetere che non sentiva freddo, che stava bene così, ma non l’ascoltavano: era freddo e basta.
Per la verità chi aveva intorno non l’ascoltava mai. Sembrava che tutti conoscessero i suoi bisogni meglio di lei. Per non parlare delle emozioni che era bene mostrare di non provare; doveva essere serena, se non proprio felice, e tranquilla, soprattutto fiduciosa e tranquilla. Questa cosa della tranquillità le era sempre sembrata un po’ strana, non capiva bene se doveva essere rivolta verso se stessa o verso gli altri, ma era quasi sicura che in gergo voleva dire: non rompere le scatole. Che motivo aveva poi di rompere le scatole, fare gli occhi bui e seguire pensieri storti?
Aveva tutto, quasi tutto, aveva molto. Cosa le mancasse non lo sapeva neppure lei e quindi non riusciva a spiegarlo. Ma di una cosa era certa, tutto quello che piaceva ai più a lei appariva opaco, appiccicoso, non commestibile. Però siccome a tutti piaceva e mostravano una tal contentezza era sicuramente lei che sbagliava anche se, sotto sotto, tutta questa felicità le pareva un po’ voluta. Qualche volta, mentre camminava per strada, non volendo incrociava lo sguardo di qualcuno e le pareva di vedere il suo stesso smarrimento.
L’aria ora sembrava meno densa, la sosteneva con più difficoltà. Provò a muovere le mani e le venne da ridere: mica aveva bisogno di stare a galla. Che buffo era quando al mare vedeva la gente annaspare e dimenarsi per la paura di annegare; bastava riempire i polmoni, chiudere bene la bocca e stare lì fermi, fermi. Stare a galla. Sì però stare a galla nel mare è più facile che stare a galla nella vita dove ci sono insidie, trabocchetti, angoli acuti e svolte improvvise.
Anna ci aveva provato tanto ma nella vita proprio non c’era riuscita, c’era sempre chi indagava, scavava e se non riceveva la risposta giusta, o meglio la risposta che si aspettava, perché secondo lei niente era giusto o sbagliato a prescindere, apriti cielo. Allora lei montava il suo finto sorriso, faceva gli occhioni e chiedeva scusa: di solito bastava. Quando non bastava aggiungeva qualche lacrima.
All’inizio si domandava perché non l’ascoltavano. Sarebbe stato così semplice, avrebbero parlato e si sarebbero capiti. Poi non se lo domandò più tanto gli altri avevano sempre ragione qualunque cosa dicesse, facesse e persino pensasse.
L’atterraggio fu morbido, molto meglio sulle fronde degli alberi che nell’acqua. Le grandi magnolie attutirono il colpo, i rami si piegavano docili sotto il suo peso, qualcuno si spezzò. L’arrivo a terra fu violento, l’erba si tinse di rosso cupo e un rivolo di sangue si insinuò tra le fessure del selciato, ma questo Anna non lo vide.