Ricordando Ground Zero 2001

scritto da Kalel Abellium
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Estratto del libro "Detective per caso - Il ritorno di Joel - Settembre 2025"
- Nota dell'autore Kalel Abellium

Testo: Ricordando Ground Zero 2001
di Kalel Abellium

11 settembre 2025

Ho aperto gli occhi con la sensazione netta che qualcosa non quadrasse. Ci sono voluti alcuni secondi per mettere a fuoco la stanza: luci al neon, computer accesi, telefoni su basi lucide, vetri ovunque. Davanti, una scrivania con una tazza di caffè fumante; oltre la finestra, la griglia ordinata di Manhattan. Sono uscito nel corridoio è ho guardavo verso gli ascensori: 72° piano della Torre Nord del World Trade Center.

Il cuore ha iniziato a battere in modo strano, come se frenasse e accelerasse insieme. Un display sulla parete opposta segnava la data e l’ora: 11 settembre 2001, ore 08:30. Sono rientrato negli uffici in silenzio, lo sguardo rivolto al cielo, cosciente di quello che sarebbe accaduto a breve. Ogni gesto mi è parso carico di conseguenze. La sala riunioni era allestita con cura, documenti in ordine, una ventina di persone distribuite tra monitor e telefoni, volti tranquilli, risate brevi, conversazioni operative. Qualcuno guardava l’orizzonte con la serenità di chi vive al di sopra del rumore. Mi sono seduto alla scrivania e, senza farmi notare, ho aperto il diario. 

Giorgio sei qui per salvare una vita che dovrà generarne un’altra. Questa volta dovrai fare tutto da solo.

L’istinto mi ha guidato verso un ufficio laterale, più piccolo. Dietro la scrivania c’era una giovane donna dai capelli chiari, concentrata sulla tastiera, una mano appoggiata alla pancia rotonda. Si chiamava Rachel, settimo mese, consulente part-time stava chiudendo alcune pratiche prima del suo congedo di maternità. Non mi conosceva, però mi ha sorriso con l’educazione di chi riceve spesso volti nuovi. 

Alle 8:46 il mondo è cambiato. Un boato sordo, un tremore lungo, i vetri che hanno vibrato dal telaio fino al midollo. Per un attimo il suono è scomparso, sostituito da un vuoto irreale, e dopo quel vuoto sono arrivate le urla, gli allarmi, le luci rosse che hanno iniziato a pulsare dal soffitto. L’aereo dirottato aveva colpito la torre. Loro non lo sapevano, ma io si… e sapevo anche cosa sarebbe successo nel giro di un’ora. 

Il corridoio si è riempito di persone che correvano verso le scale di emergenza. Gli ascensori erano tutti bloccati ma, in qualsiasi caso, non ci sarei mai salito. Ho afferrato il braccio di Rachel senza bisogno di parole. Lei si è alzata subito. Ci siamo messi in coda sul vano scale, un flusso compatto e lento, centinaia di corpi che scendevano con una calma faticosa. Alcuni parlavano piano, altri piangevano, qualcuno pregava. Dopo pochi piani Rachel ha iniziato a respirare male; il battito le si leggeva nel collo. Scendere per sessantadue piani non era una prospettiva che il suo corpo potesse accettare senza conseguenze.

Intorno a noi le voci portavano notizie a pezzi. Il telefono di un tecnico ha vibrato, qualcuno ha sussurrato che i piani alti oltre l’ottantesimo piano erano completamente distrutti. 

Un altro boato, alle 9:03, più vicino a noi: la Torre Sud era stata colpita. La scala ha oscillato un istante, poi ha ripreso a ingoiare i passi dei fuggitivi. Rachel era affaticata, scendevamo le scale quasi a passo d’uomo, ed eravamo soltanto al sessantesimo piano. Ho aperto una porta laterale che dava su una stanza tecnica. Siamo entrati, lasciando che il flusso proseguisse. La stanza aveva pareti spoglie, un banco metallico, armadietti chiusi a chiave e tubazioni a vista. Il suono, all’interno della stanza, arrivava ovattato. Rachel si è seduta a terra e ha preso fiato appoggiando la schiena al bando da lavoro, ha chiuso gli occhi per un secondo e li ha riaperti con una forza di volontà che ho riconosciuto subito. La porta non rimaneva aperta da sola. Avevamo però bisogno di aria che circolasse all’interno del locale. Ho messo vicino alla soglia un carrello pesante per tenerla socchiusa. Il respiro di Rachel piano piano si stabilizzava. 

All’improvviso le luci hanno tremato due volte, si sono spente e accese come se qualcuno giocasse con l’interruttore. Il suono ha smesso di essere una somma di rumori ed è diventato un unico ruggito. Un colpo lungo dal basso ha attraversato la struttura. Il pavimento ha scricchiolato sotto il nostro peso; il soffitto ha risposto con un gemito. Ho spinto Rachel sotto il banco metallico. La stanza ha vibrato e l’aria è diventata subito polvere.

Ho coperto il volto con una manica e anche Rachel ha fatto lo stesso. Lei ha tossito a scatti, ma è rimasta vigile. In quelle condizioni, la lucidità è una corda che non puoi lasciare. Ho urlato il nome di Joel, e come un respiro dietro la nuca ho sentito la sua presenza vicino a me. Poi silenzio e buio. Come prima cosa dovevo sincerarmi che Rachel stesse bene. Sapevo che i soccorsi non sarebbero arrivati subito, quindi bisognava tenerla sveglia, legata al futuro che portava in grembo.

Le ho chiesto di parlarmi del suo bambino, del nome che aveva pensato, di cosa aveva già preparato per la sua nascita. Le ho chiesto di immaginare la luce di casa, non quella delle luci d’emergenza. Mi parlava a tratti, con la voce graffiata e secca per colpa della polvere. La mia mano ha cercato la sua e l’ha tenuta stretta a sè.

Il tempo ha smesso di misurarsi in minuti. La polvere aveva coperto tutto. Il buio era lo stesso che potevi trovare dentro una grotta. Dalle pareti arrivavano scricchiolii che suonavano come ammonimenti, e sotto quei suoni credevo di sentire colpi lontani, o forse erano assestamenti della struttura. Il mio pensiero è andato a tutto quelli che erano sulle scale come noi. Avevano trovato un riparo come il nostro? Stavano chiamando i soccorsi? Sapevano che eravamo intrappolati sotto questo inferno di acciaio e cemento? Avevo il cellulare in tasca ma non c’era linea. Però potevo usare la torcia. Sono riuscito a vedere il volto di Rachel. Cercavo di mantenere il mio respiro nel suo ritmo: quando si spezzava, lo riprendevo con lei. Vivere questi momenti, che avevo osservato soltanto attraverso la televisione davano un senso diverso a tutta la mia vita.

La sete è arrivata prima della fame. Ho trovato, al tatto, una bottiglia semivuota in un armadietto che si era aperto durante il crollo. Ho bagnato le labbra di Rachel, misurato il polso con le dita. Il suo cuore, e anche il mio, correvano all’impazzata. 

«Rachel, stai tranquilla. Sono certo che ci stanno già cercando. Noi dobbiamo solo restare il più possibile rilassati e attendere i soccorsi.»

«Cosa può essere successo?» ha chiesto lei.

«La torre è collassata. Qualcosa l’ha colpita dall’alto»

«E tu come fai a saperlo?»

«E’ un’ipotesi che mi sono fatto.» Non potevo dirle che conoscevo tutta la dinamica dell’attentato, perché l’avevo vissuta in diretta televisiva nel mio 2001 reale. 

Il buio ha cambiato consistenza quando l’aria ha iniziato a muoversi attorno a noi. Prima una corrente leggera, poi un soffio più definito. Ho teso l’orecchio. Sopra di noi un suono metallico, ritmico: il colpo di uno strumento contro un tubo. Ho risposto battendo tre volte con un attrezzo trovato a terra, ho atteso, ho ribattuto. Il suono dall’alto ha cambiato cadenza. Ho capito che ci avevano sentiti.

Il tempo, da quel momento, ha assunto di nuovo la forma di una sequenza. Colpi, pause, polvere che ricadeva a pioggia, un filo d’aria via via più presente. 

«Stai qui, ci sono, arriva qualcuno.» ho continuato a ripetere come un mantra. Rachel ha chiuso gli occhi solo per poco, poi li ha riaperti come se vigilasse su se stessa. La sua mano continuava a stringere la mia. 

Non saprei dire quante ore siano passate prima di vedere un minuscolo raggio di luce filtrare tra la polvere. Quando è apparso ha tolto alla stanza quella sensazione di incubo. Una voce si è fatta sentire come un eco lontano. Ho risposto nome e numero di persone, aggiungendo che c’era una donna incinta che aveva bisogno di uscire il prima possibile. Non c’è stata risposta.

La stanchezza ha iniziato a bussare alla porta del fisico, a fatica l’ho lasciata fuori. Quando ho sentito spostare qualcosa di grande sopra di noi, ho capito che la salvezza stava arrivando ma eravamo ancora lontani dall’uscita. La luce artificiale esterna aumentava di un grado, poi di un altro. Qualcuno ha urlato che saremmo usciti, che stavano facendo il possibile per raggiungerci.

Quando ho alzato gli occhi verso la fessura ho pensato a una sola cosa: “Non puoi perdere finché respiri.” Ho stretto la mano di Rachel per rassicurarla e per ricordarle che non era da sola. Avevamo superato la parte in cui serviva credere e stavamo entrando in quella in cui serviva resistere.  Dovevamo solo attendere che la notte portasse ad un nuovo inizio. In mezzo a tutti questi pensieri ho sentito la voce di Joel.

Giorgio ce l’hai fatta… Senza di te, Rachel sarebbe morta.

12 settembre 2025

Ho scoperto che il tempo, quando si è sepolti vivi, non scorre. Non passa. Resta come un rumore sordo, un impulso lontano nel petto, scandito dal respiro di chi ti è accanto. Se quel respiro si affievolisce, anche il tempo smette di esistere.

Mi sono svegliato, o forse ho soltanto riaperto gli occhi, nel buio impastato di polvere. Non ricordavo se fosse giorno o notte. Non ho sentito freddo né caldo, solo dolore alla spalla, gonfia dall’urto durante il crollo, e una sete che bruciava come carta secca. Rachel era accanto a me. Respirava piano, con fatica; la fronte sudata, le mani serrate sulla pancia. La situazione stava complicando. Aveva avuto contrazioni leggere. Non erano regolari. Il suo volto era cambiato: pallido, stanco, con la piega di chi inizia a lasciarsi andare.

Dovevo parlarle, tenerla sveglia. Ho iniziato a raccontare delle colline dietro Avigliana, del profumo del bosco dopo la pioggia, della bellezza naturale dei due laghi. Abbiamo giocato sul nome da dare al bambino. Secondo me avrebbe dovuto chiamarsi Daniel. Ha sorriso un istante. Quel nome le piaceva. Poi ha richiuso gli occhi.

La voce di Joel, dentro di me, è tornata a farsi sentire.

Giorgio resisti, i soccorritori stanno avanzando ma ci vuole tempo per non rischiare altri crolli. 

Dopo parecchio tempo di silenzio assoluto, dei colpi sopra di noi hanno riacceso la speranza. Stavano costruendo un passaggio sicuro. Ho urlato con la voce che mi restava. Battevo contro la parete con un pezzo di metallo. Una voce dall’alto mi ha rassicurato che stavano facendo il possibile per tirarci fuori.

Rachel si risvegliò in preda ai crampi. Il respiro era diventato affannoso, le mani rigide. Un’altra contrazione arrivò più forte. Ho provato a calmarla con le parole e con le mani. Raccontare storie aiuta a distrarre le persone. Le ho parlato delle mie prime indagini, di quella volta in cui avevo salvato la vita al papa che aveva rischiato un attentato; lei ha accennato un sorriso stanco e ha detto che ero pazzo e che sapevo veramente inventarmi delle storie fantasiose. Ho sorriso insieme a lei pensando di aver raccontato avvenimenti che non erano ancora avvenuti nel suo presente attuale.

Ogni rumore sopra di noi mi irrigidiva, ogni pausa mi spaventava ma, sotto quel cumulo di macerie, c’era spazio per la speranza e c’era posto per la resistenza.

Ho perso la cognizione del tempo. La mia mano si è appoggiata d’istinto sul ventre di Rachel. C’era vita, movimenti rari ma presenti. Ho protetto la sua testa con la giacca, le ho sollevato un poco le gambe per alleviare la fatica. La luce nella mia mente si è ridotta a una scintilla; l’ho tenuta viva per lei e per il suo bambino.

Nel tardo pomeriggio, ammesso che fosse davvero pomeriggio, ho sentito una voce vera. Non Joel. Non la mia. Una voce che mi chiamava. Ho risposto senza pensarci, ho urlato fino a sentire bruciare la gola, ho battuto di nuovo. 

Rachel ha aperto gli occhi. Aveva capito. Mi ha stretto la mano con una forza che non pensavo le fosse rimasta. Dall’alto arrivava il rumore di martelli, pale, cemento che si spaccava, ordini brevi. Lenti, però in avvicinamento.

Le lacrime mi sono salite agli occhi. Per la prima volta ho sentito che il bambino, forse, avrebbe respirato la sua vita in un mondo completamente stravolto.

Il resto del tempo è scivolato in un’oscillazione di suoni. Colpi, pause, polvere che ricadeva, un filo d’aria che prendeva consistenza sempre di più. 

Ho contato i colpi dall’alto e li ho trasformati in passi su una scala che non vedevo. 

Immaginavo la luce e poi rimettevo gli occhi nel buio. Ogni volta che la mente scivolava lontano, la riportavo al ritmo del respiro accanto a me.

Rachel ha avuto un crampo improvviso. Abbiamo respirato insieme contando fino a quattro e poi fino a sei. Il ritmo si è imposto per qualche minuto; poi la stanchezza ha ripreso il sopravvento.

A un certo punto ho creduto di sentire di nuovo quel colpo di metallo. Ho risposto, ho ascoltato, ho risposto ancora. La voce dall’alto non è tornata subito.

Quando il buio si è fatto più spesso ho promesso a me stesso che non avrei chiuso gli occhi, dovevo rimanere vigile. Ho sfiorato la pancia di Rachel. Il bambino si muoveva ancora. 

Mi sono appoggiato con la schiena al banco metallico e ho trovato una posizione che non spezzasse le spalle. Contavo i respiri da uno a cento, e poi di nuovo.

Il suono dei soccorsi era sempre più vicino, più ordinato. Rachel era sveglia. Le ho stretto la mano. Ho tenuto fermo il respiro per farlo durare di più. Devo resistere per lei. Per lui. E, in fondo, anche per me.

13 settembre 2025

Sotto quell’ammasso di ferro e cemento basta un cambiamento di un millimetro perché tutto possa sembrare un terremoto: l’aria si fa meno densa, la polvere perde peso, un riflesso fioco accarezza le pareti buie. Rachel ha ripreso a respirare con un ritmo più regolare, il volto però restava scavato. Il bambino si muoveva di meno, oppure ero io a non riconoscerne più i segnali. Sicuramente tutti e tre avevamo fame. Le spalle le tremavano, come se il corpo avesse abbassato la guardia proprio quando si stava aprendo una via verso la salvezza.

Rachel aveva freddo. Non quello che viene dalla temperatura, ma quello che arriva con la paura che si infila nei muscoli e li irrigidisce. Muovevo le mani per non lasciare spazio al gelo del pensiero. Ogni nuovo scricchiolio si portava dietro il bisogno di restare lucidi.

Una voce distinta è arrivata vicina. Ha chiamato a gran voce e ha detto nome e ruolo.

«Sono Ray, Unità di soccorso 911. Siamo a cinque metri da voi.» Abbiamo esultato di gioia. Ogni colpo faceva vibrare le dita fino ai polsi, ogni eco sembrava una risposta. Rachel piangeva in silenzio e anche le mie lacrime avevano trovato la strada senza far rumore. 

«Manca pochissimo, Rachel. Tra poco saremo fuori.»

Ma appena hai la certezza che tutti stia andando per il meglio, la sorte ti gioco un brutto scherzo. La parete davanti a noi ha tremato in modo diverso. Non era un semplice assestamento. Ho riconosciuto il suono del cedimento. Ho urlato, coperto Rachel con il corpo e stretto entrambe le mani intorno alla sua testa. Un attimo dopo una porzione della parete laterale è implosa verso l’interno; detriti, polvere, lamiere piegate si sono riversati sopra di noi come un’onda breve e violenta. Una trave ha colpito il pavimento a pochi centimetri dalla sua testa. Un frammento di cemento mi ha centrato la spalla già infiammata. Ho ingoiato dolore, polvere e sangue.

Appena il silenzio è tornato, ho controllato Rachel. Gli occhi erano aperti, il respiro spezzato ma presente. La voce di Ray è diventata più concitata, seguita dal rumore di una pala e dal martello che ha iniziato a bussare al cemento con un ritmo più frenetico. Se non ci avessero estratti in fretta, avremmo perso l’occasione di vedere ancora la luce del sole.

Guardavo Rachel: stanca, decisa, lo sguardo inchiodato al mio. Mi sono messo in ginocchio, ho iniziato a spostare pezzi di muro con le mani nude sapendo benissimo che serviva a poco. Le unghie si sono spezzate una dopo l’altra; il sangue ha disegnato linee sulla polvere.

La prima vera luce è entrata come un chiodo. Un foro si è aperto nella parete, una torcia ha bucato il buio e ha preso misura della nostra forma. La voce di Ray si è fatta nitida: ci vedeva, ci aveva localizzati, serviva ancora tempo per entrare in sicurezza, però adesso sapeva esattamente dove eravamo. Quella luce ha sciolto la tensione che tenevo compressa da ore, forse da giorni. 

I minuti successivi sono diventati un miscuglio di rumore e attesa. La squadra batteva, misurava, puntellava. Ogni colpo spostava l’aria, ogni pausa ricaricava le braccia. Rachel ha avuto un’altra contrazione, più decisa. Ho temuto che il travaglio si innescasse nel punto più sbagliato del mondo. Ci siamo messi a contare i respiri. Lei ha sorriso con una dolcezza precisa, come a dirmi che stava già combattendo anche senza la mia voce.

Dall’alto sono arrivati ordini secchi e la promessa che non ci avrebbero lasciati. L’odore della polvere si mischiava a quello del metallo caldo. Nel foro la torcia disegnava un ovale più grande; ho intravisto il riflesso di una visiera, il guanto che indicava un punto. Ho risposto battendo due volte, ripetendo nostri nomi per fissarli a quel varco.

Il lavoro di messa in sicurezza richiedeva ore. La luce sopra di noi cresceva lentamente, le voci diventavano più numerose, i passaggi più coordinati. A un certo punto qualcuno ha detto che mancavano ancora due metri. Poca materia per giustificare un crollo, troppa per rischiare un passo falso a fine giornata. Tutto si è fermato un’altra volta. Nel frattempo, una mano ha spinto dentro una bottiglietta d’acqua attraverso il foro. Ho dato da bere a Rachel, poi l’ho fatto anche io. Quel suono semplice, l’acqua che toccava la lingua, è sembrato il più bello di sempre. 

La stanza ha smesso di essere solo buio. L’ovale della torcia ha dato tridimensionalità agli spigoli, ha mostrato le schegge come lettere di un alfabeto primitivo. Ho chiesto alla squadra se il varco reggeva. La risposta è arrivata confermando che non dovevamo più temere nulla.

Ogni tanto ascoltavo il corpo: la spalla bruciava, le dita facevano male, lo stomaco brontolava. Ma potevo resistere. Dovevo farlo per Rachel e per il bambino. Le ho parlato a bassa voce, per non stancarla. Ho ringraziato in silenzio chi stava sopra di noi, senza decoro né formalità. La torcia ha fatto un piccolo arco e ha lasciato un’ombra sulla mano di Rachel; quell’ombra mi ha dato la prova che la luce stava davvero girando dalla nostra parte.

Le voci hanno confermato che all’alba saremmo usciti dalla nostra prigione.

14 settembre 2025

Non avrei mai pensato che rivedere un volto umano alla luce del sole potesse scuotermi così tanto. Dopo tre giorni nel buio, tra cemento, polvere, paura e resistenza, ho stretto la mano a un pompiere coperto di fuliggine con lo stesso istinto con cui si abbraccia un fratello. Si chiamava Ray, proprio come aveva detto quella voce dall’altra parte delle macerie. Era sudato, sporco, esausto; nello sguardo, però, c’era la fermezza di chi tiene insieme il mondo un centimetro alla volta. Mi ha guardato come se ci conoscessimo da sempre, poi ha rivolto gli occhi a Rachel e ha capito tutto senza bisogno di parole.

Erano riusciti ad aprire un varco appena sufficiente per far passare una persona alla volta. Il lavoro aveva richiesto lentezza e ostinazione: puntelli, tavole, sacchi, cinghie, colpi misurati che spostavano il peso quanto bastava per non far collassare il resto. Ogni trave scricchiolava come un avvertimento, ogni lastra piegata restituiva un ringhio di sofferenza. L’aria si faceva densa di fumo a ogni colpo di martello, poi tornava respirabile grazie a un tubo infilato da chissà dove. Nessuno, tra loro, aveva mollato un secondo.

La prima cosa da fare era controllare la salute di Rachel e del bambino. Una piccola sacca d’ossigeno, una flebo salina, garze ripiegate con una cura che in quel posto sembrava impossibile vennero fatte passare dentro il cunicolo. Un giovane medico aveva allungato il braccio nel varco per raggiungere Rachel; le aveva toccato il polso, poi la pancia, poi le palpebre. Lei aveva risposto a ogni domanda con parole brevi, sicure. Sembrava più viva dei giorni precedenti; forse per la luce che finalmente le colpiva il viso, forse per la speranza, forse per quel sorriso contenuto che il medico le aveva consegnato pronunciando il suo nome.

Il mio compito stava terminando nel buio. L’avevo tenuta sveglia quando la stanza chiedeva di chiudere gli occhi, l’avevo protetta quando il cemento aveva ribaltato la sua geometria, avevo custodito quel bambino con la sola forza di due mani e di una voce. Adesso toccava a loro. Io potevo aspettare, senza fretta.

I minuti hanno assunto la consistenza delle ore. I soccorritori hanno rinforzato i bordi del varco, hanno misurato l’elasticità del tunnel, hanno spostato la polvere di lato come neve. A ogni martellata sentivo lo stesso doppio pensiero: un passo in più verso la salvezza, un rischio che poteva inghiottire tutto. Bastava un errore, una vibrazione di troppo, e la stanza avrebbe ripreso il suo istinto di prigione.

Quando hanno dato l’ok al movimento, ho cercato gli occhi di Rachel. Mi ha afferrato la mano con decisione. Non ha parlato; un cenno di capo è bastato. Dal foro è arrivata una barella pieghevole. L’hanno guidata a sdraiarsi senza sforzo inutile; io ho sostenuto la nuca e le spalle mentre scivolava dentro quel cunicolo verso la salvezza. L’hanno tirata centimetro dopo centimetro, con la pazienza che si riserva solo alle vite che non si vogliono perdere.

Poi è uscita. Ho visto il suo profilo sparire nella luce, una silhouette che ha lasciato dietro di sé un vuoto. Ho atteso in silenzio. Non mi servivano notizie, mi bastava sapere che dall’altra parte qualcuno la stava già soccorrendo.

Il turno è arrivato anche per me. Ray mi ha allungato la mano, l’ho afferrata. Ho infilato le spalle nel varco. Il ferro mi toccava le scapole, il ginocchio cercava un punto di appoggio. Ogni movimento restituiva uno scricchiolio; a un certo punto il piede si è incastrato sotto una lamiera. Ho pensato che sarei rimasto lì, come un oggetto dimenticato. Ray ha lanciato un comando secco; due uomini hanno spinto alle mie spalle, il varco ha ceduto il millimetro che mancava e d’un tratto ho sentito l’aria vera stringermi la faccia.

Fuori. Ero fuori. Luce, cielo, grida, odore di fumo e disinfettante, una tenda bianca che sventolava come un segnale, barelle che passavano, camion fermi con i lampeggianti, caschi che si muovevano come boe. La città non era più la stessa. Ho girato lo sguardo a sinistra e l’ho vista: Rachel era su un lettino da campo, avvolta in una coperta termica, una flebo nel braccio, una maschera d’ossigeno sul viso. Sorrideva e piangeva insieme. Mi cercava con gli occhi, e quel modo di cercarmi valeva ogni ora passata insieme a lei.

Mi sono avvicinato piano. Non servivano frasi. Ha allungato la mano verso la sua. Il medico ha comunicato che dovevano portarla via subito, ricovero immediato; l’ambulanza era già pronta. Il bambino era ancora vivo. Ho appoggiato il palmo sulla pancia e ho sentito un colpo secco, un calcio, una risposta che sembrava scuotere il mondo più di qualsiasi sirena. Quello, tra tutti, è stato il suono che ha rimesso il tempo in marcia.

L’ambulanza si è allontanata in pochi secondi. Io sono rimasto lì, seduto su una cassa di legno, la testa tra le mani. La polvere mi copriva ovunque, le unghie rotte reclamavano attenzione, la spalla pulsava come un faro. Il cuore, invece, si era riempito di una cosa semplice: la certezza che il filo era stato tenuto nel punto giusto finché qualcuno non aveva potuto annodarlo dall’altra parte.

Il tuo compito è terminato. Rachel partorirà un bel bambino che un giorno saprà di essere vivo grazie ad uno sconosciuto.

Ho ascoltato dentro di me la voce di Joel. Sentivo il diario vibrare nella tasca interna del giubbotto. Mi sono alzato in piedi con la lentezza di chi torna dentro al proprio corpo. Il cielo sopra Ground Zero era di un azzurro incredibile. Ho chiesto a Ray che giorno era.

«E’ il 14 settembre 2001. Siete stati sotto per tre giorni.»

Non ha detto altro. Si è voltato ed è tornato alla ricerca di vite da salvare. Ho ripensato un istante al cunicolo, alla luce che per la prima volta aveva bucato il buio come una lama gentile, alla bottiglietta passata attraverso un foro impossibile, al sorriso di Rachel quando ha capito che il varco era diventato salvezza. Ho lasciato andare quelle immagini senza forzarle, come si lasciano scorrere i titoli di coda di un film. Il diario ha aumentato la sua vibrazione; è il suo modo di dire “andiamo”.

Ho fatto un passo dietro una tenda. Il mio sguardo si è rivolto al vuoto lasciato dalle torri gemelle. Ho infilato la mano nella giacca e una volta sfiorata la copertina del diario la mia vita è tornata al suo punto originale.

Ricordando Ground Zero 2001 testo di Kalel Abellium
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